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Milano

di Emanuele Giovannetti

Come i carri di Tespi su cui i guitti girovaghi inscenavano i loro spettacoli su e giù per l’Italia, Matteo Renzi e il suo staff girano le feste democratiche e conquistano gli astanti con un repertorio collaudato e uno spirito di squadra funzionale al leader, mix di autorevolezza e guasconeria. E su quel carro vincitore salta tutto il Pd, notabili ed elettori.

Niente da dire sui secondi, è un bene che  Renzi convinca militanti e simpatizzanti, intrigando anche i più riottosi, quelli che fino a ieri lo guardavano con sospetto, come  un infiltrato dei circoli liberisti o un nuovo Blair, che avrebbe sì vinto le elezioni, ma smarrito l’anima della sinistra.

Anima che peraltro viene per molto meno svenduta da decenni alla destra berlusconiana, con un’antologia di accordi sottobanco che travalicano il limite del compromesso politico, cose di sinistra non dette ma soprattutto non fatte, esternazioni (come quelle di Violante) evergreen della retorica anticasta, con l’inevitabile conseguenza di deludere i propri elettori, fino ad una sdegnosa rassegnazione. Che qualcuno li riconquisti, si diceva, non può che essere un bene.
Ma che i responsabili di questo cupio dissolvi si calino adesso le braghe di fronte a Renzi è quantomeno imbarazzante.  Lo vedevano come fumo negli occhi; durante la campagna per le primarie lo hanno  accusato di presunzione, sfascismo, addirittura di avere idee "fascistoidi", per  poi rivalutarlo alla bisogna nella  campagna per le politiche, ed escluderlo meschinamente dai grandi elettori per il Presidente della Repubblica.

Tacendo per carità di Patria di quell’elezione, apice di un lungo climax masochistico, che ha scoperchiato le faide interne al partito, con un fuggi-fuggi di parlamentari in stato confusionale. A volerla dire con Grillo, nel Pd "uno vale uno": ogni eletto, una corrente. E nessuno che anteponga l’interesse della "ditta", come direbbe Bersani.

Bersani. E D’Alema. Sono gli unici dignitosamente fermi sulle loro posizioni. Insistono sulla necessità che la sinistra italiana sia socialdemocratica piuttosto che liberaldemocratica. Eppure il loro turno se lo sono giocato. Gli altri si ritrovano tutti insieme a sostenere Matteo, futuro segretario, futuro candidato premier, futuro Lorenzo il Magnifico della sinistra italiana che, come l’illustre concittadino, è oggi l’ago della bilancia, ma delle varie anime del partito.
E pazienza se la maggior parte di loro se l’è fatto andar bene obtorto collo. Cuperlo e Civati, con tutto il rispetto, non sono alternative credibili. Nondimeno sono utili per la dialettica interna: le primarie hanno già dimostrato di essere un lavacro di peccati e catalizzatore di consensi, peccato che poi in campagna elettorale… Con Renzi sarà diverso? Si avrà lo sconfinamento storico tra i sedicenti moderati? O si continuerà a disprezzare gli ex elettori di Berlusconi, in nome di una spocchiosa presunzione etica, per poi ritrovarsi i suoi parlamentari nella maggioranza e i suoi ministri nel Governo?
Vedremo. Pare che l’unico che potrebbe giocarsela contro il sindaco sia un Presidente di Regione, ma che al momento abbia il suo da fare. Quindi Matteo il Magnifico ha davanti a sé una strada spianata ma dietro di sé un partito rabberciato, e avversari eclissati che gli metteranno i bastoni tra le ruote alla prima occasione. Per compattarlo deve raccoglierlo a sé e portarlo alla vittoria elettorale. Nonostante la sua esperienza è ancora giovane, ma non può stare fermo un altro giro, ad aspettare Letta. "Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia... "

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