PRIMA DELLA SCALA, GLI APPLAUSI E I BUU - GUARDA L'I-PERR VIDEOREPORTAGE DALLA SCALA DEL DIRETTORE DI AFFARITALIANI.IT ANGELO MARIA PERRINO

 

Al di là delle graduatorie, e fatta eccezione per una Damrau che, in fin dei conti, ha convinto, le voci di questa Traviata non sono state memorabili, cosa che invece ci si aspettava nell'anno verdiano. Di memorabile, al contrario, rimarrà il silenzio, lungo un minuto: quello per ricordare Nelson Mandela.
 
Lissner ritiene di aver dato una sferzata al babbionismo operistico presentandoci una Traviata nuova. In realtà, chiunque frequenti i teatri d'opera europei, sa che questa è stata una produzione perfettamente in linea con un diffuso gusto registico nord europeo, sedicente moderno. Scostarsi da una recitazione stentorea, enfatica e ancora di sapore tardo ottocentesco, farebbe solo bene al nostro teatro d'opera, a patto, però, che non si dimentichi l'innato e imprescindibile gusto italiano che ci ha fatto grandi nel mondo (se qualcuno ancora lo ricorda...). Gusto inteso come stile, ma anche come senso del bello, dato che questa Traviata, più che nuova era semplicemente brutta.

Chissà se Babbo Natale accontenterà il melomane innovatore, quando gli scriverà: "Portaci tanta opera italiana, e che sia nuova! Ma, ti prego, Babbo, lasciaci il bello".

F. Colomba

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Milano
Dietro lo pseudonimo F. Colomba si cela una intenditrice d'eccezione, cantante di professione, amante della lirica.

Ci siamo concessi tre giorni in cui abbiamo ascoltato ogni sorta di commento e critica sulla Traviata che ha inaugurato la nuova stagione scaligera; è giunto ora il momento di farsi delle domande.

Il sovrintendente uscente Lissner, congedandosi, ci ammonisce: "Guardate al futuro e non al passato"; accogliendo il suo invito, chiediamoci dunque: "Fra trent'anni i nostri nipoti andranno a comprare una riproduzione della Traviata del 7 diecembre 2013? La Scala rappresenta ancora un luogo di eccellenza della musica"?
L'applausometro ha premiato la Damrau/Violetta, il buhhhometro ha "incoronato" l'allestimento e la regia di Tcherniakov, seguito dall'Alfredo di Beczala, senza dimenticare un "premio di consolazione" neppure per il direttore Gatti.

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Al di là delle graduatorie, e fatta eccezione per una Damrau che, in fin dei conti, ha convinto, le voci di questa Traviata non sono state memorabili, cosa che invece ci si aspettava nell'anno verdiano. Di memorabile, al contrario, rimarrà il silenzio, lungo un minuto: quello per ricordare Nelson Mandela.
 
Lissner ritiene di aver dato una sferzata al babbionismo operistico presentandoci una Traviata nuova. In realtà, chiunque frequenti i teatri d'opera europei, sa che questa è stata una produzione perfettamente in linea con un diffuso gusto registico nord europeo, sedicente moderno. Scostarsi da una recitazione stentorea, enfatica e ancora di sapore tardo ottocentesco, farebbe solo bene al nostro teatro d'opera, a patto, però, che non si dimentichi l'innato e imprescindibile gusto italiano che ci ha fatto grandi nel mondo (se qualcuno ancora lo ricorda...). Gusto inteso come stile, ma anche come senso del bello, dato che questa Traviata, più che nuova era semplicemente brutta.

Chissà se Babbo Natale accontenterà il melomane innovatore, quando gli scriverà: "Portaci tanta opera italiana, e che sia nuova! Ma, ti prego, Babbo, lasciaci il bello".

F. Colomba

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