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Milano
L’orrore al Giambellino, il Comune si costituisca parte civile

L’orrore del Giambellino che manda al macello la giovane mamma e il suo piccolo agnellino innocente si è fatto ancora più buio dopo la confessione dell’assassino: un 39enne sudamericano che cercava la scopata fuori sacco, a casa la moglie e il figlioletto suo “Avevo bevuto venti birre…” ha dichiarato al magistrato. La banalità del male.
Ma non può finire qui. Troppi segnali d’allarme urlano come sirene nell’incendio che brucia l’illusione della parità di genere, la favola dell’integrazione, la civiltà dei diritti e delle pene. Denunciare un problema anche etnico nella fattispecie criminale del “femminicidio” non è razzismo, è attenzione alle vittime ed è un dato di fatto: nei ghetti dove abbiamo lasciato crescere le comunità chiuse dei sudamericani, degli asiatici e degli africani il “No” di una donna non ha parità di genere. Non sempre almeno. Non spesso. Nelle notti disperate in cui Milano vive di alcool, di droga e di degrado anche la nostra coscienza civile si ubriaca, si droga e permette che tutto accada, anche il peggio. E il peggio accade in fretta: le baby-gang che si ammazzano di chupitos e girano con il coltello in tasca sognano un revolver, un mucchio di soldi e una donna-oggetto che non può dire no. Questo è il problema che vive in mezzo ai  Che fanno i politici, che fanno le politiche in quota rosa-chic, che fanno gli “intellettuali” che un tempo questa città aveva e temeva. Temono forse, loro, di sporcarsi l’intelletto con un problema scivoloso e scuro come il petrolio? Viene in mente Pasolini che il degrado delle borgate (le periferie di allora) lo frequentava, lo “sentiva” e anche lo amava. Ma lo conosceva bene. I tipini fini di oggi, tranne qualche rara eccezione, sembrano voler evitare con cura le periferie allo sfascio: se ne ricordano se c’è una festa (come in via Padova) che celebra la convivenza multietnica come una straordinaria ricchezza, opportunità, vivacità. E giustamente: chi ancora ragiona di barriere, di muri, di “noi” contro “loro”, chi nega i sussidi alle donne incinte se non sono nate in Lombardia commette non solo un orrore, ma uno sbaglio politico epocale. Non vede la realtà per quel che è. Ma proprio perché bisogna guardarla in faccia, la realtà, allora bisogna dire, forte, che esiste un problema culturale tipicamente “straniero” (sudamericano, asiatico, africano) sulla condizione della donna che deve essere affrontato e combattuto. E’ vero: anche noi italiani ammazziamo donne spesso e volentieri. E questa è appunto la seconda buona ragione per tornare a camminare in avanti, non all’indietro. Verso la parità vera, quella che vale per le donne comuni, per le ragazze fragili e per le giovani mamme immigrate, come è sancito nei trattati che fondano l’ Europa e nella nostra Costituzione Repubblicana. Non vogliamo, invece, tornare alla Sicilia del “Divorzio all’ Italiana” dove Mastroianni uccideva la moglie per poter mettergli le corna con la giovane Sandrellie e nemmeno nella Brianza contadina di non molti anni fa, dove il marito approcciava la consorte con il proverbiale, e agghiacciante “Ve scià che te duperi”. Per questo ci vuole un gesto forte, ora. Anche simbolico. Bene sarebbe, a mio modesto avviso, che il Comune del sindaco Pisapia ragionasse in merito a una eventuale dovere di presentarsi come parte civile al processo che si farà a Victor Hugo Menivar Gomez, reo confesso dell’ omicidio della 29enne Libanny Mejia e del suo bambino, Leandro, di 3 anni uccisi martedì 4 marzo 2014 nel loro appartamento di via Paolo Segneri a Milano.


Stefano Golfari.

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