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Milano

di Sergio Vicario

Matteo Renzi, dopo aver vinto le primarie del PD, deve ora dimostrare di essere capace di rendere concrete le sue promesse di cambiamento che permettano all’Italia di superare le ataviche debolezze istituzionali, economiche e, in ultima analisi, culturali che le impediscono di giocare un ruolo autorevole e di pesare in Europa.

La soluzione della grave crisi istituzionale, politica, economica e sociale, che si prolunga ormai da un paio di decenni e la cui soluzione richiede coraggiosi e profondi cambiamenti, non è tuttavia solo nelle mani del Sindaco di Firenze e, di conseguenza, del Partito Democratico. Se invece così venisse intesa, sarebbe una ‘mission impossible’. Sia perché il cambiamento presuppone una diffusa assunzione di responsabilità in primis dei cittadini e delle comunità di cui fanno parte, sia perché la cultura politica prevalente, nel PD, compreso quello milanese, nelle maggiori forze politiche e, soprattutto, nell’alta burocrazia statale, è alquanto contraria a modificare gli attuali assetti istituzionali, ovviamente in nome della difesa della “Costituzione più bella del mondo”.

Milano e la sua area metropolitana, per molteplici e conosciute condizioni, proprio per questo, non devono farsi relegare in un ruolo gregario, ma possono e devono concorrere a trovare delle possibili soluzioni, partendo dalle leve su cui possono fare autonomamente forza e facendo pesare a livello nazionale tutto il proprio peso specifico, in attesa che la politica nel suo complesso ritrovi senso e direzione di marcia.

È questo il senso dell’iniziativa cultural-politica sintetizzata in un documento che è stato distribuito in occasione di una recente serata al Circolo De Amicis e che ha tra i suoi primi firmatari: Piervito Antoniazzi, Felice Besostri, Francesco Bizzotto, Massimo Cingolani, Giovanni Cominelli, Alessandro Dalai, Franco D’Alfonso, Emilio Genovesi, Mattia Granata, Cristina Jucker, Ilaria Li Vigni, Luciano Pilotti, Davide Rampello, Stefano Rolando, Ennio Rota, Marco Vitale.

Le leve individuate su cui fare forza sono la costituenda area metropolitana ed Expo 2015, inserite però in una cornice più ampia che ha il suo perimetro nell’Europa e le sue fondamenta in un vero municipalismo fiscale.

Come dice infatti la Costituzione italiana all’art. 114: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Mentre all’art. 117 afferma: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa”.

Non è dunque un caso che siano i Comuni a essere messi al primo posto a fondamento della Repubblica. Il sistema delle autonomie locali basato su una fiscalità centralizzata e un sistema di redistribuzione dei fondi dall’alto verso il basso che ha caratterizzato il nostro Paese nello scorso secolo non funziona più da tempo, ma gli interventi di “manutenzione” del nuovo millennio, caratteristici del centrosinistra, così come quelli di “cambiamento” spesso sconfinanti nel “sovvertimento”, caratteristici invece del ventennio Berlusconi-Bossi, e proseguiti dai Governi Monti e Letta hanno peggiorato la situazione portandola a un passo dal baratro.

Le aree metropolitane italiane raccolgono più di un terzo della popolazione nazionale e generano oltre il 50% del PIL. Negli Usa le prime 100 aree metropolitane occupano il 12% del territorio e generano il 75 % del PIL .

Come a ben spiegato il professor Enrico Moretti, professore a Berkeley specializzato in Economia del lavoro, in «The New Geography of Jobs» («La nuova geografia dei posti di lavoro»), le città metropolitane rappresentano una condizione necessaria dello sviluppo, ma la condizione sufficiente è data dalla presenza di un alto numero di laureati in discipline tecnologiche e biomediche e di Università che ne garantiscono l’alta formazione. Per ogni posto di lavoro di un laureato high tech, ha calcolato Moretti, si determinano 5 posti di lavoro nei servizi (dall’avvocato all’architetto, dai servizi pubblici a quelli di ristorazione), mentre non vale il viceversa.

È del tutto evidente, anche per queste ultime ragioni, che, ancora una volta, il segnale e la guida del cambiamento in Italia non possa che venire da Milano e dalla sua area metropolitana, non fosse altro perché è ancora una delle prime cinque aree economicamente e culturalmente più forti d’Europa.

Una verità lapalissiana, però, ampiamente disconosciuta anche dall’attuale Parlamento che, anziché concentrarsi sul modo di riaccendere i motori di quella che è sempre stata la locomotiva dell’economia italiana e concentrare i propri sforzi sull’unico evento di portata internazionale a disposizione del Paese, vale a dire Expo 2015, decide che i finanziamenti andranno distribuiti a pioggia. Ad esempio, 3 milioni di euro a Verona, sottosegretario Nuovo Centro Destra Giorgetti, 4 milioni a Padova, ministro PD Zanonato e altre elargizioni al Sud, mettendo in sofferenza gli investimenti per infrastrutture essenziali per il successo dell’Expo. Le aree metropolitane, inoltre, da 10 diventano 18 e, eventualmente 41 comuni contigui al capoluogo potranno decidere di ‘mantenere la provincia’ anche nell’ambito della Città metropolitana.

Di fatto, di là dalle parole, Governo e Parlamento, dimostrano di non credere che Expo 2015 sia l’occasione perfetta per catalizzare le energie e le idee autonomamente già in campo collegate all’unica, nuova visione politica e sociale capace di avviare progetti e know how pilota orientati a un nuovo modello di economia sostenibile. Expo rappresenta anche l’occasione per verificare la bontà e l’efficacia degli approcci normativi e delle soluzioni organizzative che i Paesi partecipanti, godendo di una sorta di extraterritorialità, metteranno in atto nella realizzazione dei loro padiglioni. Sulla base del confronto tra esperienze concrete sarà infatti possibile, comprendere come meglio affrontare le tante, troppe, rigidità burocratiche e anche ideologiche che mettono piombo nelle ali dell’auspicato e possibile cambiamento.

Milano e la sua area metropolitana, a partire dall’assunzione diretta di iniziativa da parte dei Comuni e dei Sindaci, sostenuti spesso da un’eterogenea cittadinanza attiva, possono impedire che la sclerosi istituzionale, frutto di troppi vincoli corporativi pubblici e privati, trascini il Paese definitivamente nel baratro.

Il Comune di Milano, guidato da Giuliano Pisapia, è naturalmente chiamato a coordinare e guidare questo sforzo collettivo e collegiale. In primo luogo per il peso e il ruolo che ha nei confronti del Governo centrale a difesa degli interessi dell’area metropolitana milanese. Ruolo che potrà essere ancor più forte se saprà anche diventare catalizzatore degli interessi primari di autonomia responsabile dell’insieme delle aree metropolitane.

Stanno nell’assunzione di questo ruolo le reali possibilità di una ripresa economica basata su una mobilità moderna e sostenibile, sulla qualità della vita e dell’ambiente cittadino, per realizzare nei prossimi anni una grande area metropolitana luogo della produzione, dell’innovazione e della conoscenza.

www.arcipelagomilano.org

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