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Milano

Nel libro/pamphlet “Milano si alza“, edito da VITA/Feltrinelli e dedicato al racconto del “backstage” del Progetto Porta Nuova, l’opera che oggi disegna la skyline della Milano del XXI secolo nel mondo, Manfredi Catella e Luca Doninelli parlano del Progetto come di una “nave fantasma”, una realizzazione nel centro cittadino circondata da un “silenzio assordante”.

10antoniazzi43FBÈ abbastanza impressionante vedere il vuoto della politica su uno dei più grandi progetti urbanistici di Milano, dove il PRG del ’53 aveva previsto il Centro Direzionale, dove le ferrovie “varesine” erano state dismesse, cui “Casabella” nel ’79 aveva dedicato un numero, e AIM (Associazione Interessi Metropolitani) aveva proposto un concorso internazionale che il Comune fece, conferendo poi l’incarico a Pier Luigi Nicolin nel 1992.

Nessuna rivendicazione politica, e lo si capisce, anche perché una parte delle edificabilità furono concesse dal Commissario Prefettizio Gelati e dal suo delegato Bruno Ferrante (!), facenti le funzioni del Consiglio Comunale a seguito delle dimissioni di Borghini e in attesa di nuove elezioni … Milano, dopo tangentopoli, ha perso l’abitudine a fare squadra e la politica l’autorevolezza e capacità di essere facilitatore e guida dei processi.

Se Porta Nuova è un’esperienza positiva, è una sorta di “cattedrale nel deserto” di molti interventi urbanistici caratterizzati dalla “fretta” di accaparrarsi grandi aree dismesse, di alimentare il circolo edilizio – finanziario … . La sinistra, spesso marginale in questo ventennio, oscillando tra subalternità e opposizione ideologica preconcetta, si trova ora a gestire gli esiti di questo deserto partecipativo. Non è un caso, credo, che a dirigere alcuni Progetti rilevanti dentro a Expo 2015 – il Padiglione Italia (Giacomo Vaciago), Explora società regionale per la promozione dell’accoglienza turistica… (Josep Ejarque) – sono stati scelti uomini che a Torino hanno preso parte all’esperienza Olimpiadi Invernali 2006.

Con l’Expo oggi Milano ha una formidabile occasione ma purché “inverta la rotta”, non deleghi in continuazione la responsabilità ai “tecnici”, trovi la forza di coinvolgere la città in un percorso condiviso, non concentri tutte le attenzioni, le risorse, gli sponsor sul luogo fieristico. Anche Expo rischia di essere “una nave fantasma” che va alla deriva senza un rapporto amichevole con “la costa” del territorio urbano. La città è poco coinvolta, non capisce, non trova gli ambiti per dare un contributo e ricevere un ritorno di crescita. Come nella vicenda di Porta Nuova quello che può “salvare Expo” è partire dal le sue radici, dall’attenzione ai quartieri, dalla dialettica anche aspra con ciò che esiste ed è vitale, a ciò che ha caratterizzato il ‘genius loci’ di Milano, con la sua densità abitativa eppure una forte coesione sociale.

Questa attenzione è rivoluzionaria, e consente di non “calare il progetto dall’alto”. Si tratta di avere il coraggio di prendersi le proprie responsabilità e non sottrarsi al confronto. Comitati per Expo devono sorgere in città per attivare un “cervello sociale”, per raccogliere idee, iniziative; perché l’idea di ri-abitare la terra, di cambiare il paradigma della modernità che sta declinando e lavorare a un pianeta sostenibile, con un alimentazione sana e adeguata, che coniughi sviluppo e bellezza deve “marciare” tra la gente, deve partire dalle metropoli che sono già più di metà della popolazione mondiale.

Cominceremo dall’Isola e da piazza Gae Aulenti che oggi è “il segno” di Milano nel mondo. Anche Expo può ripartire dall’Isola, dai suoi grattacieli, dalle sue belle storie proiettate nel futuro, e dalla produzione di valore condiviso.

Pier Vito Antoniazzi per www.arcipelagomilano.org

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