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Milano

 

Tutto esaurito e lunghi applausi a Los Angeles e Santa Barbara per le prime due tappe della tournée americana di Pinocchio. Storia di un burattino, realizzata in collaborazione con la Fondazione Nazionale Carlo Collodi, in occasione dell’Anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti. Tra gli spettatori numerosi esponenti del mondo universitario e del cinema come Claudio Fogu, associate professor of Italian Studies all’UC di Santa Barbara, Thomas Harrison della UCLA, il filosofo Ermanno Bencivenga, l’attore cinematografico Robert Harrison e la storica collaboratrice di Oliver Stone, Elisa Bonola, l’editor in Chief Bijan Tehrani, il Presidente dell’Accademia della cucina italiana e per l’arte contemporanea Susan Kleinberg. Inoltre, la domanda del pubblico è stata di gran lunga superiore ai posti disponibili. Sono previste, allora, repliche a fine maggio. Gli spettatori hanno vissuto questo spettacolo come una comedy che sfocia in dramma lieve per concludersi come all’interno di un cerchio magico all’inizio del racconto stesso al mitico “C’era una volta…”. Il prossimo spettacolo molto atteso sarà a San Francisco dove ad accogliere Massimiliano Finazzer Flory e la compagnia al Fort Maison Center vi sarà il direttore del Museum of Fine Arts, Renée Dreyfus, e il direttore dell’Istituto di Cultura italiano della stessa città.

di Massimiliano Finazzer Flory per affaritaliani.it

 

C’è un’Italia che è più grande dell’Italia, che attraversa i suoi confini senza fermarsi mai. E’ l’Italia della cultura. E questo anno è l’anno della cultura italiana negli Stati Uniti, un paese che amo. Una seconda patria. Anche perché la prima l’Italia ci fa soffrire perché mente a se stessa, disobbedisce ai propri valori, è subordinata alla ribellione delle cose, come una certa politica che non è più dalla parte degli uomini.
L’Italia della cultura oggi è più vicina alla figura di Geppetto che a Pinocchio: “Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?” Sembra quasi che Collodi abbia preconizzato il volto buono della globalizzazione. La storia - sappiamo - prevede un lieto fine. Per quest’anno della cultura voluto con grande intelligenza diplomatica e strategica per il nostro Paese dal Ministro Terzi, in accordo con il governo americano, saremo presenti fino a ottobre con 20 rappresentazioni di Pinocchio, un esempio di performing arts per adulti che verrà messo in scena in più di 15 stati. Ma perché Pinocchio? E’ il pezzo di legno più diffuso nel mondo. E’ un legno italiano, di un’Italia unita da una cultura del fare e dell’essere. L’obiettivo qui è quello di curvare la letteratura al teatro come arte infinita che ci comprende. E ci interroga. La rappresentazione interagisce con il testo, senza discontinuità estetica, con musica al pianoforte (Gianluca Pezzino) e danza contemporanea (Michela Lucenti ed Emanuela Serra).

Ciò che trovo molto attuale dal punto di vista della relazione fra teatro, letteratura e la nostra epoca è proprio l’incipit del capolavoro collodiano: “C’era una volta … un re! Diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta…”. C’è sempre un “c’era una volta” con cui dobbiamo confrontarci, è la dialettica tra il regno dei cieli e il regno dell’uomo.

“Il mio Pinocchio” è rivolto agli adulti come se fosse Geppetto a parlarci del figlio... Come ha scritto il teologo Giacomo Biffi: “Se Pinocchio non resta prigioniero del teatrino è perché a differenza dei suoi fratelli di legno riconosce e proclama di avere un padre”. La rappresentazione ruota intorno al tema della “relazione”, mettendo in scena dialoghi che esaltano domande, dubbi, tensioni e tentazioni che alimentano le avventure dei protagonisti. A tal fine la performance affronta la sfida della “voce” e dell’identità di personaggi quali Mastro Antonio, Geppetto, il Grillo parlante, il burattinaio, la Fatina, il Gatto e la Volpe e Pinocchio. Credo che questo spettacolo possa essere formativo per gli adulti non solo per riflettere sul rapporto padre-figlio, ma anche perché in questa storia è perennemente iscritta la relazione fra libertà e obbedienza che ha bisogno di fede nell’amore. In fondo se questo pezzo di legno è conosciuto in tutto il mondo lo è perché Geppetto è un designer che ama e cava fuori la vita dalla materia. Così ho l’impressione che Pinocchio sia “la verità che erompe travestita da fiaba” e riesca a superare le censure di un certo violento conformismo. Il pezzo di legno ci dimostra che le persone possono acquisire coscienza di sé e conoscere meglio gli altri attraverso le cose che fanno, che fabbricano e che, proprio a partire da questa esperienza, possono comprendere meglio il processo del fare, abbandonando il materialismo delle cose. Il teatro è un caso serio: è il dono della parola, il suo mistero, la sua incarnazione, memoria e immaginazione. Con l’esercizio del silenzio da parte del pubblico e il sacrificio dell’attore possiamo quindi credere, ancora una volta, che non un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta possa piangere e lamentarsi come un bambino.

Ma la sfida di questo Pinocchio è rivolta anche alla cattiva finanza e alla falsa politica in particolare in Italia. Nelle battute finali Pinocchio dimostra di aver imparato la lezione: grazie all’amore di Geppetto mi offre l’opportunità di stare dalla parte della verità e di non avere, a mio avviso, giustamente pietà per il Gatto e la Volpe, cattivi consiglieri del nostro tempo che credono che si possa fare economia in mezz’ora, scavando una buca per terra e mettendoci dentro 4 monete d’oro per raccoglierne 1000 o 2000 in un “campo dei miracoli” che non esiste. Quale finale migliore allora se non le parole di Pinocchio con le quali si accommiata dal Gatto e dalla Volpe: “I quattrini rubati non fanno mai frutto…chi ruba il mantello al suo prossimo per il solito muore senza camicia”.

Ha ben scritto Suzanne Stewart-Steinberg, in un recente libro intitolato The Pinocchio effect: “questa storia ha perfettamente catturato l’ansietà e la speranza di una giovane Italia dopo la sua unificazione del 1861”. Ripartire da una storia che parla di marginalizzazione e povertà è, a mio avviso, un fondamentale passaggio per un’Italia finalmente adulta.


 

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