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MilanoItalia/ Rogo di Prato, Colombo Clerici (Istituto Europa Asia) ad Affaritaliani: “I cinesi sono imprenditori, danno lavoro

Di Antonino D'Anna

I cinesi? Non sono più solo piccoli ristoratori, ma cittadini italiane ed europei che investono e fondano aziende che danno lavoro: attenzione a non generalizzare. A mettere in guardia dopo l'incidente di Prato in cui sono morti sette operai nei giorni scorsi, è Achille Colombo Clerici, già presidente dell’Istituto Italo Cinese ed oggi presidente dell’Istituto Europa Asia, grande conoscitore del mondo e della cultura cinesi, che parla con Affaritaliani di quanto accaduto.

Presidente, chi sono i cinesi? Gente spregiudicata che lavora a rischio della sicurezza?
“Quanto avvenuto a Prato - sette operai cinesi morti bruciati in una fabbrica dormitorio - va sanzionato senza se e senza ma. Tuttavia le generalizzazioni sono sempre ingiuste e pericolose. Le comunità cinesi, non solo in Italia ma anche in Europa, hanno molto spesso superato, con sforzi che ci sbalordiscono, quella fase di “imprenditoria selvaggia” tipica di ogni immigrazione povera: anche noi italiani abbiamo creato nel mondo le “little Italy” e quanto vi avveniva talvolta non era commendevole. Gli imprenditori cinesi oggi non sono più solo piccoli ristoratori, venditori di merce a basso costo o terzisti: spesso sono anche cittadini italiani ed europei, che investono, hanno progetti di lungo periodo e che fondano aziende le quali assumono”.

Tuttavia la “chiusura” alla società esterna delle comunità può dare adito a sospetti...
“Credo che sia ancora irrisolto il problema del dialogo fra la cultura occidentale e quella cinese. La cultura cinese non è in qualche modo derivata da quella occidentale (tanto che alla stessa debba ridursi), ma è una cultura nettamente diversa, in quanto originaria. Procede dall'universale al particolare, all'individuale: insomma i cinesi si relazionano maggiormente al contesto, di quanto facciano gli occidentali. Ad esempio: i cinesi, nell'introdurre un nuovo rapporto a livello sociale o familiare, o di lavoro, hanno una maggior propensione degli occidentali a riferirsi all'ambiente in cui è inserita la persona nuova o il nuovo rapporto. L'invito a casa, prima dell'inizio di ogni dialogo, è una prassi costante molto diffusa: tanto da far apparire la famiglia il perno della vita collettiva. Le decisioni, anche in campo commerciale, sono lunghe, laboriose, frutto di ripensamenti e confermano quanta importanza abbia la memoria storica nella vita del Paese. È interessante anche il modo in cui si insediano: nessun piano, nessun progetto ufficialmente dichiarato, ma una lenta, continua diffusione. Non si tratta di una massa di singoli che agiscono senza coordinazione, ma di una comunità organizzata, strutturata, motivata nel suo agire individuale e collettivo”.

E quindi?
“Le chinatowns nel mondo occidentale sono città nelle città : e le comunità cinesi, all'interno delle città occidentali, sono diverse da tutte le altre comunità, poiché' presentano un grado di interazione elevatissimo. Visto da noi occidentali, questo aspetto costituisce pregio e difetto al tempo stesso; poiché, mentre si organizzano e vivono ordinatamente in modo autonomo ed autoreferenziale, queste realtà urbane comunitarie sembrano assumere la fisionomia di vere e proprie monadi resistenti all’integrazione”.

Pensa che ci sia un problema politico nei rapporti con il mondo cinese? Dopotutto i clandestini sono moltissimi, e alcuni accusano le loro autorità diplomatiche di connivenze…
“Non credo assolutamente che le autorità diplomatiche cinesi in Italia e in Europa avallino comportamenti illegali. Fanno un ottimo lavoro anche di relazione e sono molto scrupolosi amministrativamente. Certo c’è un problema più ampio: quello del controllo delle frontiere. Ma in questo campo non ha senso che l’Italia si muova da sola. E' un problema che va risolto a livello europeo. Come potenza economica e culturale la Ue dovrebbe essere un colosso che tratta alla pari con chiunque, anche con la Cina. Ed invece, anche in campo economico, noi europei ci muoviamo da provinciali e alla spicciolata. Naturale che chiunque, cinesi compresi, a volte, di fronte a questa massa di nani vocianti, alzi i toni...”.

Teme che le polemiche di questi giorni complicheranno i rapporti tra l’Italia e la Cina?
“Credo che la Cina rappresenti sempre una delle componenti fondamentali per uscire dalla più grave crisi economica e sociale del mondo occidentale dal Dopoguerra ai nostri giorni. E penso, visto che i guai ce li siamo prodotti tra grande finanza e banche, che dovremmo analizzare con minore prevenzione il modello economico-politico cinese; senza ovviamente venire meno al nostro, ma per correggerne gli aspetti più spigolosi. La Cina, piaccia o non piaccia, gode ancora di potenti fattori favorevoli interni e internazionali: la condizione di stato più popoloso del mondo con una fascia giovanile alta, il secondo Pil del mondo (10 mila mld contro i 14 mila degli Usa). Il Paese è secondo dopo gli Usa per potere di acquisto, al primo posto per tasso di crescita economica ( 7/8 % annuo ); presenta una enorme potenzialità di crescita per portarsi ai livelli individuali di reddito e di capacità di spesa dei Paesi occidentali, da cui resta comunque ancora lontana (pil pro capite 9.000 dollari, contro i 46.00 degli Usa, i 30.000 dell'Italia). Inimicarsi la comunità cinese con affermazioni irrispettose, oltreché non veritiere, rischia di complicare l’attività dei migliori ambasciatori delle due parti. Inoltre minaccia di compromettere un percorso virtuoso iniziato dalle comunità locali in Italia: la ricchezza prodotta nel nostro Paese, ormai sempre meno finisce in rimesse verso la Cina, ma rimane in Italia, contribuendo alla ricchezza collettiva.Anzi, direi che la via giusta da seguire sta proprio nell'impegnarsi per realizzare linee collaborative, anche attraverso misure speciali di incentivazione, che permettano di trattenere in Italia una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta dalle comunità locali cinesi. Forzare i toni e rischiare di rompere i delicati equilibri di rapporti complessi che si sviluppano non solo a livello interno nazionale italiano, ma a livello internazionale, è tutt'uno. Vale senz'altro la pena di lavorare per una evoluzione migliorativa di questi equilibri”.

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