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Milano

di Oliviero Motta

Una nuova comunità psichiatrica nel nome di Alda Merini: non è forse cultura? L’inaugurazione di una struttura ad alta protezione per la salute mentale intitolata alla grande poetessa milanese, e una riflessione sul suo significato profondo con la figlia Barbara

Chiedo a Barbara se questa è la prima comunità intitolata a sua madre. “A me risulta di sì, però sai, ovviamente non ci fanno sapere proprio tutto; di sicuro ci sono tante vie, piazze, biblioteche, sale pubbliche”. “Certo – faccio io – probabilmente saranno tutte iniziative e servizi di tipo culturale”. Barbara mi guarda un po’ di traverso e poi: “perché, tutto questo non è forse cultura?”. Touchè.

Certo che lo è, una comunità psichiatrica ad alta protezione che apre è un momento di grande cultura, anche se siamo “solo” un centinaio di persone qui, a rallegrarcene e a festeggiare. Ci viene in soccorso la definizione della Treccani: “Cultura - complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico”. E una comunità per la salute mentale è una di quelle istituzioni sociali, seppur di lato al nostro vivere sociale, che caratterizzano il tempo che viviamo, quello succeduto alla chiusura dei manicomi, quello seppur troppe volte teorico della psichiatria di territorio, dell’annuncio dell’archiviazione definitiva anche degli Ospedali psichiatrici giudiziari.

E proprio da un Opg arriva il primo ospite della nuova comunità “Alda Merini”, che si aggira un po’ perso e un po’ meravigliato in questa bella struttura immersa nel verde della Brianza. Un bel salto da una cella a qui. Taglia pure il nastro insieme a Barbara ed è quasi commovente la sua partecipazione quieta e attenta a questo primo atto della comunità.

Guardo Barbara e mi viene in mente la mia prima visita a quello che fu il grande manicomio milanese, il “Paolo Pini”, nel quale sua madre, Alda Merini, passò sette lunghi anni. Subito dopo scrissi le mie impressioni: “Pare di toccarlo quel senso di costrizione, d’impossibilità a disporre liberamente di sé. Cerco d’immaginare le persone che qui hanno vissuto degli anni, magari a causa di sintomi e disturbi che oggi neanche noteremmo o che al massimo interesserebbero il medico di famiglia. Malattie e comportamenti che oggi non sentiamo nemmeno nominare: isteria, condotta antisociale… E il luogo che più mi colpisce sono i bagni, rimasti praticamente quelli d’allora. Un dettaglio su tutti: il bagno assistito, posto al centro della stanza, con due corsie, a destra e a sinistra. Segni tangibili dell’assistenza di due infermieri o ausiliari, ma simbolo anche d’una impossibilità a stare da soli, ad autodeterminarsi, a prendersi cura da sé della propria igiene, del proprio corpo”.

Allora non sapevo che proprio in quei padiglioni, insieme a migliaia di internati, ci fosse stata anche Alda Merini.
Rileggo le parole visionarie del suo diario: “Dio! Quanto spasimare sotto gli effetti dei Seremase, dei Largactil, farmaci potentissimi, che ti invischiano il corpo e l’anima. E le strozzature dello spirito erano orrende, e la carneficina del tuo cuore era esecranda. Ma fu egualmente la Terra Santa, perché ci portò alla visione di un io disincarnato, un io che lasciò laggiù le sue ossa, in quella palude secca e selvaggia che si chiama manicomio”.
Barbara ci saluta a fine cerimonia, lasciando la sua dedica sul libro di poesie di sua madre, che rimarrà qui, in comunità: “A nome mio e delle mie sorelle, un augurio affinché questa comunità che in data odierna viene inaugurata, possa accogliere pazienti che hanno bisogno di amore e di attenzioni, perché è l’amore che salva l’essere umano dalle brutture della vita. Con affetto”.

Una nuova comunità ha aperto le sue porte. La sua sola esistenza è memoria di quello che è stato e che, voglia il cielo, più non sarà.
Cultura.

(da redattoresociale.it)

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merinimilano







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