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Milano

Domenica 4 agosto il Ministro per gli Affari regionali e le autonomie Graziano del Rio, con l'articolo "I vantaggi del riordino territoriale", rispondeva sul Corriere della Sera (di fatto senza citarlo) al precedente articolo del 1° agosto di Giuseppe De Rita che invitava sullo stesso giornale a lasciare in pace le Province.

"Chi osserva dall'esterno la vicenda infinita della cosiddetta "abolizione delle Province", scriveva De Rita, resta prigioniero di due spiacevoli sensazioni: se ha propensione all'ironia vede in filigrana la ripetizione della fantozziana nuvoletta che perseguita il malcapitato fino al suo volontario annullamento; se ha invece propensione drammatica sente in sottofondo Berliotz e la sua "marcia al supplizio" che accompagna il malcapitato alla sorte ormai segnata."

"Per l'abolizione delle Province, continua De Rita, abbiamo visto di tutto (sintetizzo): lettere francofortesi e direttive brussellesi, campagne giornalistiche a tutto volume, decreti compositi e variabili, richiami costituzionali. Nessuno ha potuto, o avuto il coraggio, di ricordare tre cose, forse banali, ma decisive: la giustificazione finanziaria della battaglia abolizionista è molto fragile; il sistema italiano vive di un intreccio fra sviluppo economico e coesione sociale tutto calibrato sul fronteggiamento dei fenomeni e problemi di "vasta area" (quali in materia di conservazione ambientale e idrogeologica e di potenziale crescita di economia verde); la potenziale cancellazione dell'identità provinciale è un disinvestimento molto pericoloso in una società la cui crisi antropologica si basa essenzialmente sull'esplosione di un individualismo che si gloria di vivere senza appartenenze."

"L'obiettivo della norma, scrive Del Rio, è quello di rendere più vicini ai bisogni dei cittadini e delle imprese le scelte di "vasta area". Valorizzare le comunità primarie e le identità locali, attraverso la partecipazione in prima persona dei sindaci eletti (leggi abolizione dell'elezione diretta dei Consigli Provinciali sulla quale convengo), nelle scelte di programmazione dei territori, significa esattamente questo."

Sono convinto che anche De Rita conviene con questa impostazione, ed io con lui. Non si comprende invece perché per arrivare a questo risultato di debba svuotare di competenze  le Province (ma questo, come è evidente, è un espediente per ottenerne alla fine la cancellazione dalla Costituzione). Quando poi si tratterà ricostruire un ruolo per una istituzione rappresentativa delle "vaste aree" saranno dolori.

E' certo che, così come sono oggi, le Province servono a poco e non valgono i costi che dobbiamo sopportare. Più saggio, però, invece di abolirle, sarebbe rivederne le funzioni nel più generale riordino delle competenze degli enti locali (favorendo l'associazione tra i piccoli comuni), nella falcidia delle società pubbliche e dei consorzi proliferati a dismisura (al solo fine di premiare il ceto politico locale), nel depotenziamento del centralismo gestionale e amministrativo delle Regioni, nel riordino degli uffici periferici dello Stato a partire dall'abolizione di enti e agenzie strumentali spesso del tutto inutili e controproducenti.

E' proprio sulle Regioni che dovrebbe concentrarsi l'azione del legislatore nazionale. Un primo tentativo l'aveva fatto Mario Monti all'interno della proposta di revisione del Titolo V della Costituzione avviata nel finale di legislatura .
La Costituzione Italiana del 1948 assegnava alle Regioni prevalentemente funzioni legislative e di indirizzo. La legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 è ancora più esplicita prescrivendo che "Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza".

Nonostante il dettato costituzionale, le Regioni si sono via via sempre più caratterizzate come organi di gestione, realizzando un vero e proprio centralismo regionale. Né il nuovo enunciato dell'articolo 118 ha interrotto la corsa delle Regioni verso la centralizzazione delle funzioni amministrative. Giova qui ricordare che i dati dell'Ufficio Studi della Confartigianato pubblicati il 23 ottobre 2012 sul Corriere della Sera, elaborati su dati Corte dei Conti e Istat dimostrano, sulla base di raffronti tra regioni omogenee, che un dipendente regionale su tre è di troppo.

Ad ogni buon conto, qualunque sarà il destino delle Province, auguriamoci che si dia il via finalmente alla realizzazione delle Città metropolitane, ma prevedendo in questo caso l'elezione diretta del Sindaco e del Consiglio della Città metropolitana. Provvedimento questo sì che costituirebbe un vero fattore di ammodernamento della pubblica amministrazione locale e sul quale troppo si indugia anche in ambito locale a realizzare fin da oggi le possibili sinergie e razionalizzazioni.

Massimo Gargiulo

Tags:
pprovinceriordino territoriale







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