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Milano
Case popolari, "scambio tra malavita e politica". La testimonianza ad Affari

I fatti ci sono stati raccontati grossomodo così. Dopo un periodo in cui il tema della casa era tornato alla ribalta delle cronache nazionali, settimana scorsa ha avuto luogo l’assalto alla riunione del Sunia nella sede del PD di via Mompiani, in un cortile delle case popolari del quartiere Corvetto, a Milano. È montato il caso politico sul problema abitativo e sull’abusivismo. In città si sono moltiplicati i disordini e le proteste, dal Giambellino a Corvetto, dove, la mattina di ieri, il 18 novembre, a seguito dello sgombero di due centri sociali, si sono avuti degli scontri tra gli inquilini delle case popolari, gli antagonisti anarchici e la polizia, prontamente intervenuta per sedare la ribellione e riportare finalmente la legalità nella disgraziata periferia del capoluogo lombardo.

Le cose non stanno esattamente in questi termini.

Abito da sempre alle case popolari di Corvetto come assegnatario regolare. Corvetto (senza articolo, nessuno che abiti a Corvetto chiama Corvetto “il Corvetto”) è cambiato molto nel corso dei decenni. Da tranquillo quartiere operaio, dove abitavano i metalmeccanici della Motomeccanica, delle Trafilerie, della Vanzetti, della Redaelli, e via dicendo, ha cambiato volto con lo scomparire delle fabbriche: nelle case popolari è arrivata in forze una vera e propria ondata migratoria di famiglie mafiose e camorriste. La presenza di queste famiglie ha portato degrado e criminalità nella zona. Piazzale Ferrara negli anni Ottanta e Novanta è diventato il centro dello spaccio dell’eroina a Milano, e chi è cresciuto qui ricorda benissimo i ragazzi che si facevano, accucciati tra le macchine. Ancora: in piazzale Ferrara fu arrestato, qualche anno fa, il trafficante di cocaina Gioacchino Matranga. A poche centinaia di metri in linea d’aria, in piazzale Corvetto, c’è tuttora la pompa di benzina usata come base logistica dal gruppo mafioso guidato da Cinzia Mangano, la figlia dello stalliere di Arcore. Il nome del clan Fidanzati è noto più o meno a chiunque viva nelle case popolari. Ancora: lo spaccio, oggi per la verità molto meno invasivo che in passato, si è spostato nei cortili e nelle case. I portoni esterni delle palazzine Aler hanno tutti la serratura rotta. Questo perché, mancando spesso i citofoni sulla strada, deve essere facile per chiunque poter entrare nei cortili, salire alla casa dello spacciatore e ritirare la droga, oppure farsela portare nell’androne. Una volta riparata, la serratura viene immediatamente rotta di nuovo. Si potrebbe continuare, gli aneddoti e i fatti di cronaca non mancano.

Chiarito il contesto generale, le tipologie di persone che abitano nelle case popolari sono essenzialmente tre. 1- Le famiglie criminali e le loro diramazioni acquisite, più o meno vicine alla stirpe originaria, che sono di fatto una minoranza, ma una minoranza violenta e organizzata. 2- Le famiglie e i singoli, sia italiani che immigrati, in condizione di gravissima emarginazione sociale ed economica, che ondeggiano tra la piccola criminalità autonoma e la collaborazione con le organizzazioni criminali più grandi. 3- La brava gente: anziani, famiglie numerose di immigrati, semplici lavoratori, che ormai sono abituati al clima e cercano di vivere meglio che possono. Gli abusivi si possono trovare in tutte e tre queste categorie.

Qui entra la questione dei centri sociali. Anni fa fu occupata una palazzina in via Ravenna, il “Corvaccio”. Più recente è l’occupazione, sempre in via Ravenna ma un po’ oltre in direzione di Chiaravalle, di un’altra villetta, la “Rosa Nera”. Ad essere onesti queste due realtà si sono sempre contraddistinte per una grande discrezione e per il rispetto del quartiere, e non hanno mai dato alcun problema alla cittadinanza. Di sociale però hanno avuto ben poco: le rare iniziative politiche sono sempre state accolte freddamente dagli abitanti della zona, e sono rimaste chiuse nel recinto autoreferenziale degli anarchici che si riunivano in questi due squat, convergendo qui da altre zone di Milano. Io personalmente, a parte qualche volantino sul diritto all’occupazione, qualche assemblea sul tema del Tav, che tra gli inquilini dell’Aler non interessa a nessuno, e una proiezione pubblica di “La haine” di Kassovitz in piazza Gabrio Rosa, non ricordo molto altro. D’altro canto l’abitante medio delle case popolari di Corvetto è poco permeabile alle questioni politiche.

Veniamo agli scontri di ieri. Si è indubbiamente creata una convergenza di interessi tra inquilini abusivi e antagonisti. In questo movimento la gran parte delle persone sono in buonafede; molti vivono davvero in una condizione di indigenza e della casa hanno bisogno, per sé e per i propri figli; gli anarchici partecipano con sincerità e passione alle agitazioni. Io però temo che la direzione occulta della protesta sia stata presa dalle famiglie mafiose e camorriste, le quali vivono ormai da decenni abusivamente nelle case dell’Aler, e spesso si servono delle loro donne per questo genere di proteste. Stanno usando l’ingenuità degli altri inquilini abusivi ma bisognosi, e la cecità dei gruppi anarchici, che non hanno ancora capito a fianco di chi si sono messi. E lo fanno per tutelare i propri interessi, ovvero il racket delle occupazioni.

Quando una casa resta sfitta, per la morte dell’inquilino o per uno sfratto, viene, come si dice in gergo, “lamierata”: la porta viene cioè rimossa e sostituita con una lamiera di ferro saldata. Allo stesso tempo vengono anche distrutti i sanitari, per rendere l’appartamento inabitabile. Chi non vuole sfondare la lamiera da sé può rivolgersi al racket, e l’operazione costa tra i 200 e i 500 euro. Questo tipo di pratica non è spuntata fuori negli ultimi mesi, è qualcosa che si ripete costantemente da trent’anni. Molto spesso gli inquilini regolari telefonano all’Aler per segnalare un ingresso illegittimo, ma curiosamente non segue mai un intervento, tanto che, specialmente se gli occupanti sono una famiglia con bambini, o se sono brave persone, nessuno denuncia più la cosa.

Ora, per risolvere il problema delle occupazioni basterebbe una semplice mossa. Affittare le case alle centinaia di persone in lista d’attesa. Una casa abitata non si occupa. Perché questo non succede? Nel quartiere la risposta gira sulla bocca di molti, anche se sottovoce. Negli anni passati ci sarebbe stato uno scambio tra politica e malavita: pacchetti di voti alle elezioni in cambio di mano libera sul racket delle occupazioni. Devo essere sincero: vista dal didentro, mi sembra un’ipotesi molto verosimile. Gli appartamenti devono rimanere sfitti perché c’è una direttiva precisa.
 
I ragazzi dei centri sociali accusano l’Aler di non assegnare le case per mantenere alti i prezzi degli affitti in città, a tutto vantaggio dei grandi proprietari di immobili, il che probabilmente è anche vero. Però in realtà non hanno capito davvero la situazione, perché nessuno di loro è nato nel quartiere, e non si rendono conto che stanno combattendo la battaglia a fianco di una delle cause del problema.

Non credo sia un caso che, secondo la consueta logica emergenziale all’italiana, le istituzioni abbiano ora mostrato i muscoli attraverso la polizia, ma di fatto l’intervento si sia limitato allo sgombero dei due squat, e le forze dell’ordine si siano ben guardate dall’entrare negli stabili dell’Aler. A me è sembrato più che altro tutto un teatrino ad uso e consumo delle telecamere.
 
Nelle ultime ore qui girano voci di uno sgombero il 19 novembre in via Comacchio. In ogni caso un’operazione di sgombero di massa e riassegnazione regolare non è verosimile, almeno in tempi brevi. Sono moltissime le famiglie in reale difficoltà che hanno necessità di un alloggio, e la situazione andrebbe studiata caso per caso. Temo proprio che non verrà fatto, e a pagare saranno le persone davvero bisognose e quelle in lista d’attesa da una vita per un alloggio.
 
È un peccato che questi problemi colpiscano Corvetto. Nel quartiere non c’è discriminazione razziale, i figli degli immigrati crescono assieme ai bambini italiani, e si è mantenuto ancora un certo spirito collettivo di collaborazione che nei quartieri centrali manca del tutto. Corvetto avrebbe le potenzialità per essere un bel posto in cui vivere.

Lettera firmata

Tags:
sgomberi milano







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