Storie legali

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Lavoro, permessi anche per i papà se la mamma non è dipendente

Genitori lavoratori, permessi anche per i papà se la mamma non è dipendente

Avv. Marco Giangrande

In una società come quella in cui viviamo oggi, dove il profitto è diventato più importante delle stesse persone e dove la propria vita viene spesso sacrificata per il lavoro, anche il solo desiderio di creare una propria famiglia può essere un problema.

Difficile è, infatti, immaginare di trovare il tempo necessario per stare con il proprio figlio, vederlo crescere e stagli vicino, soprattutto nei primissimi mesi di vita dove i suoi bisogni sono i più importanti. Diventa quindi complicato, se non addirittura impossibile, riuscire a conciliare i ritmi, spesso frenetici, del lavoro con la propria vita privata se non si hanno delle persone alle spalle, come magari i nonni o gli zii, in grado di sostenerti e aiutarti a crescere in serenità il tuo bambino.

La legge, dal canto suo, cerca di venire incontro il più possibile ai bisogni della famiglia, predisponendo una serie di tutele, volte a favorire soprattutto le lavoratrici madri, concedendo alle stesse di assentarsi dal lavoro, sino a due ore al giorno, al fine di allattare il proprio bambino, durante il suo primo anno di vita.

Ed infatti, il D. Lgs. n. 151/2001 (“Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”), stabilisce all’art. 39 che il datore di lavoro deve consentire alle lavoratrici madri due periodi di riposo, anche cumulabili tra loro, durante la giornata (il riposo è invece uno soltanto quando l’orario giornaliero di lavoro è inferiore a sei ore). Più in particolare, i periodi di riposo, che hanno la durata di un’ora ciascuno, sono considerati ore lavorative agli effetti della durata e della retribuzione del lavoro e comportano il diritto della madre ad uscire dall’azienda. Tuttavia, qualora la lavoratrice fruisca dell’asilo nido o di altra struttura idonea, istituiti dal datore di lavoro nell’unità produttiva o nelle immediate vicinanze di essa, i periodi di riposo sono di mezz’ora.

La norma accorda le medesime tutele anche al padre lavoratore subordinato, soltanto laddove sussistono i presupposti indicati all’art. 40 del sopra citato decreto legislativo. Tuttavia, la legge appare chiara nel precisare che i periodi di riposo sono riconosciuti al padre lavoratore solamente in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga.

Ma se la madre è una lavoratrice autonoma e fruisce già dell’istituto dell’indennità di maternità, può ugualmente il padre lavoratore dipendente usufruire di tali periodi di riposo durante il primo anno di vita del bambino? Questi due istituti possono essere cumulabili tra loro o devono invece essere considerati alternativi?

La risposta a tali domande ce la fornisce una recente pronuncia della Corte di Cassazione, la n. 22177 del 12 settembre 2018, con la quale i giudici di legittimità hanno statuito che il padre lavoratore dipendente ha diritto ad usufruire dei riposi giornalieri ex art. 40 D. Lgs. n. 151/2001 per due ore al giorno sino al compimento dell’anno del figlio, nonostante la madre lavoratrice autonoma stia contemporaneamente beneficiando dell’indennità di maternità prevista per i tre mesi successivi al parto, ex art. 66 D. Lgs. n. 151/2001.

La Corte di Cassazione, infatti, ha sottolineato come lo stesso art. 40 del D. Lgs. n. 151/2001 stabilisca espressamente la possibilità per il padre di utilizzare i permessi di riposo nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente.

L’alternatività nel godimento dei riposi giornalieri da parte del padre, precisa la Corte, è prevista infatti soltanto in relazione alla lavoratrice dipendente che non se ne avvale e ciò in quanto la condizione della madre lavoratrice autonoma è diversa da quella della lavoratrice dipendente, sia per via di una diversa tutela economica, sia per la possibilità della lavoratrice autonoma di poter rientrare al lavoro in ogni momento subito dopo il parto, non essendo previsto per lei alcun periodo di astensione obbligatorio.

La Corte, respingendo in tal modo il ricorso presentato dall’INPS, ha precisato pertanto che “potendo in base alla disciplina di legge entrambi i genitori lavorare subito dopo l’evento della maternità – risulta maggiormente funzionale affidare agli stessi genitori la facoltà di organizzarsi nel godimento dei medesimi benefici previsti dalla legge per una gestione familiare e lavorativa meglio rispondente alle esigenze di tutela del complessivo assetto di interessi perseguito dalla normativa”, consentendo perciò, agli stessi genitori, “di decidere le modalità di fruizione dei permessi giornalieri di cui si tratta, salvo i soli limiti temporali previsti dalla normativa.”

Al padre lavoratore dipendente, dunque, è concessa la facoltà di utilizzare i permessi, anche nel periodo in cui la madre, lavoratrice autonoma, goda dell'indennità di maternità; la cui fruizione, come già evidenziato, non è per legge incompatibile con la ripresa dell'attività lavorativa stessa.

La giurisprudenza di legittimità, pertanto, recependo lo scopo primario posto alla base dell’istituto dei riposi giornalieri, precipuamente diretto a garantire l'assistenza e la protezione della prole, offre con la propria pronuncia una interpretazione precisa della normativa, ribadendo che non è possibile obbligare i genitori al godimento degli stessi diritti in una condizione di generale alternatività tra loro.

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