Storie legali

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Utilizzo permessi 104: occhio, Sherlock Holmes potrebbe “osservarvi”!

Avv. Marina Rugolo 

Tancredi, giovane di origine milanese svolge la propria attività lavorativa presso un’azienda automobilistica di Milano. 

Tancredi ha diritto alla fruizione dei permessi 104 – ovvero, tre giorni di riposo al mese anche frazionabili in ore o, in alternativa, in riposi giornalieri di una o due ore - per assistere l’anziana zia disabile, da anni gravemente malata. Quando può Tancredi invece, sfruttando tale situazione, utilizza tali permessi per concedersi qualche giorno in più di vacanza durante i weekend “fuori porta” organizzati con la sua fidanzata Lucrezia, piuttosto che per assistere la vecchia zia malata.

In più occasioni il lavoratore ha richiesto la fruizione di tali permessi nei giorni di venerdì o di lunedì.

In una grigia domenica di inverno in quel di Milano, Tancredi tediato dalla routine quotidiana decide di regalare alla sua morosa un weekend “lungo” a luglio (dal venerdì al martedì), approfittando di una promozione sui voli per la Sardegna.

All’approssimarsi di tale weekend, però, l’azienda insospettita dal fatto che il lavoratore abbia fruito, per l’ennesima volta, dei permessi 104 in occasione di vicini al fine settimana decide di vederci più chiaro sulla faccenda con l’aiuto di un investigatore privato.

Tancredi dopo essere stato sorpreso dall’investigatore in aeroporto agli imbarchi di un volo per Olbia, in compagnia della fidanzata e non della vecchia zia, durante la fruizione dei permessi in questione è stato licenziato dall’azienda per giusta causa.

In tal caso i quesiti da porsi sono: il datore di lavoro può legittimamente rivolgersi ad un’agenzia investigativa al fine di valutare la corretta fruizione da parte dei lavoratori dei permessi 104? Ed inoltre, la condotta di Tancredi può comportare l’irrogazione del licenziamento per giusta causa?

Lo Statuto dei lavoratori (L. 300/1970), nel circoscrivere la sfera di intervento dei soggetti designati dal datore di lavoro per la salvaguardia del patrimonio aziendale, non impedisce allo stesso di avvalersi dello strumento investigativo, sia per appurare l’esistenza di possibili condotte illecite poste in essere dai dipendenti (ad esempio, il lavoratore che sottrae beni di proprietà dell’azienda) sia per l’accertamento di comportamenti che integrino fattispecie di reato (ad esempio, il reato di truffa a danno degli enti previdenziali, nell’ipotesi di uso fraudolento della malattia o dei permessi).

La giurisprudenza della Corte di Cassazione reputa legittimi i controlli eseguiti tramite le agenzie investigative, ma solo se volti ad identificare illeciti e non ad indagare, in via generale, sul corretto adempimento dell’obbligazione lavorativa.

L’imprenditore potrà legittimamente ricorrere agli investigatori privati sia nel caso in cui degli illeciti siano già stati compiuti che in ragione del mero sospetto circa il compimento degli stessi. Non possono essere compiute indagini investigative sui lavoratori se non vi è un diritto, sia pure potenziale, da esercitare o da difendere in sede giudiziale.

Il datore di lavoro potrà conferire incarico ad un investigatore privato, il quale potrà legittimamente “pedinare” il dipendente in luoghi pubblici e durante l’orario di lavoro al fine di appurare l’effettivo comportamento del lavoratore.

Per le imprese, l’utilizzo di tali permessi, giustificato solo in presenza di una reale attività di assistenza, determina spesso problematiche di organizzazione aziendale (ad esempio, assunzione di nuovi lavoratori o ripartizione del lavoro tra il personale già esistente). L’uso improprio dei permessi 104, anche se per poche ore, costituisce un vero e proprio abuso del diritto.

I giorni di permesso disciplinati dalla Legge n. 104/1992 sono retribuiti e il relativo onere è a carico dell’Inps. In generale, l’indennità viene anticipata dall’azienda che, successivamente, ne ottiene il rimborso dall’Inps.

Nel caso esaminato, il comportamento scorretto di Tancredi che ha utilizzato i permessi ex Legge 104/1992 per interessi personali ha configurato l’abuso del diritto nonché violato i principi di correttezza e buona fede posti a baluardo del rapporto di lavoro tale da giustificare il licenziamento disciplinare dello stesso per giusta causa poiché la gravità del fatto pregiudica la fiducia riposta dal datore di lavoro nei suoi confronti e non consente la prosecuzione, neanche in via provvisoria, del rapporto lavorativo.

Il lavoratore con la sua condotta ha anche commesso il reato di truffa ai danni dell’Inps, ai sensi del secondo comma dell’art. 640 c.p. Nel caso di specie, infatti, opera la circostanza aggravante di cui al punto n. 1, la quale sussiste “se il fatto è commesso a danno dello Stato o di un altro ente pubblico” (c.d. truffa in danno dello Stato).

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