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Milano

di Claudio Bollentini

Ma cosa sta succedendo nella Lega Nord? Era mia intenzione ricomporre il quadro della situazione a bocce ferme, dopo l’avvio dei governi nazionale e lombardo, ma alla luce di quello che abbiamo visto durante quest’ultima settimana, sia all’interno del movimento sia nel panorama politico nazionale e regionale, qualche riflessione è già possibile farla. Le circostanze a cui mi riferisco sono innanzitutto lo scontro tra Bossi e Maroni in Lega e poi le trattative in corso in Lombardia e a Roma. Il dopo elezioni in casa padana è stato molto agitato. Ad esclusione della vittoria in Lombardia, una vittoria però personale di Maroni e di una formula risultata vincente grazie solo alla lista civica e all’alleanza con il Pdl, per la Lega è stata una durissima sconfitta, una caporetto che ha finito per spingerla al minimo storico e politicamente all’emarginazione, in alcune regioni è praticamente scomparsa. Le rispettive visioni politiche di Maroni e Bossi sono ormai diametralmente opposte e chi ci vede solo calcolo o gioco delle parti si sbaglia di grosso, siamo invece alla vigilia della resa dei conti, una sfida ormai giocata solo sul piano personale, il risultato di anni di ruggini e scontri mai ricomposti. Bossi è un ex soggetto politico, un generale senza esercito, Maroni invece può sempre sventolare la bandiera della vittoria in Lombardia, anche se i voti sono arrivati da ampi settori di elettorato fuori dalla Lega. Subito dopo il voto, analizzando i risultati, qualcuno, come ad esempio l’influente segretario provinciale di Varese Matteo Luigi Bianchi, fedelissimo di Maroni, ha detto senza mezzi di termini di voler mettere alla porta chi in campagna elettorale non si è dato da fare. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Ora in alcuni ambienti del centrodestra lombardo, solitamente bene informati di cose leghiste, si parla addirittura di scissione, con Bossi e i suoi ultimi fedelissimi in uscita. Per fare cosa? Un ennesimo partito del nord probabilmente, una ridotta che garantisca visibilità e qualche posizione di rendita, lo immaginiamo, perché politicamente è un progetto che nasce senza idee e prospettive, per niente innovativo e al crepuscolo della azione politica di chi ne farebbe parte. Alla fine i due leader leghisti, o meglio proto-leghisti, pur partendo da posizioni diverse ed avendo obiettivi differenti, giocano una battaglia identica: la sopravvivenza politica, non tanto della Lega, data ormai per morta, ma quella propria e della propria cricca di potere. Bossi cerca di sopravvivere a Roma, di ritagliarsi un ruolo qualsiasi, di avere un po’ di visibilità anche a costo di apparire penoso nel suo continuo ciondolare tra i corridoi di Montecitorio, Maroni si aggrappa alla Lombardia, una specie di salvagente, di scialuppa di salvataggio per gli ex barbari sognanti, una multiforme schiera di personale politico o di sottogoverno che si presenterà a palazzo Lombardia al grido di “ora o mai più!” L’incubo di entrambi si chiama elezioni anticipate, tradotto, la sparizione della Lega e i sondaggi parlano chiaro, 3,8%! E’ ormai un segreto di pulcinella quello delle avances maroniane a Bersani: pur di non tornare alle elezioni anticipate la Lega è disposta a far avere al Pd la prima fiducia in Parlamento. L’emarginazione del Pdl nella scena politica nazionale consente a Maroni di muoversi con una certa autonomia e in modo alquanto spregiudicato. In Lombardia governa con il centrodestra e a Roma acconsente alla fiducia a Bersani. Ma al Pdl alla fine questo giochino potrebbe pure convenire perché, al di là delle sparate di Alfano circa la volontà di andare nuovamente ad elezioni, c’è invece il rischio della non eleggibilità di Berlusconi in autunno (a causa della probabile condanna in Cassazione nel processo Mediaset) e una coalizione di centrodestra senza il suo vecchio leader è destinata ad un bagno di sangue. Ma è ovvio che il Pdl non può sostenere ufficialmente il Pd perché significherebbe solo dare il via libera alle larghe intese, proposta irricevibile a sinistra perché sarebbe un regalo a Grillo. Maroni ha bisogno come l’ossigeno che la legislatura duri cinque anni, come il governo in Lombardia, e teme che elezioni anticipate lo privino di quel po’ di margine di manovra che gli consente di tessere la sua risicata tela. Prima si farà dare un paio di deputati dal Pdl per fare il gruppo parlamentare, poi farà la stampella della sinistra per farla governare il più a lungo possibile. Della serie andreottiana del meglio tirare a campare del tirare le cuoia. Bossi appare invece più realista del re quando si parla di alleanza con Berlusconi e quindi non accetterebbe l’idea di diventare la costola delle sinistra, meglio resuscitare l’asse B+B con Berlusconi che gli consente qualche margine di manovra. Sembra quindi che qualsiasi cosa accada la frattura tra i due sarà inevitabile, le visioni sono diametralmente opposte, il tutto condito da ruggini e livori personali. Magari ciò non accadrà con la fiducia ad un eventuale governo Bersani, proprio perché conviene anche a Berlusconi, credo che la rottura si potrà palesare in occasione della elezione del Capo dello Stato, qualora la Lega convergesse sul candidato della sinistra. A quel punto la misura sarà colma e qualcuno in Lega mediterà altri percorsi politici. Dietro questo teatrino, il nulla, nessuno nel movimento ha fatto una pubblica analisi del voto e del perché il Nord abbia voltato le spalle alla Lega, e per sempre, perché la Lega ha perso il 60% dei voti nei tradizionali bacini elettorali. Nelle sezioni e tra i militanti, così mi riferiscono, si parla di macroregione del nord e di altre amenità che tra qualche settimana saranno riposte nel solito cassetto ormai strapieno di slogan e progetti inutili e regolarmente falliti. Ai militanti che restano, ai reduci di tante battaglie, agli elettori che ancora ci credono, agli ex elettori andrebbe raccontata la verità, se si vuole salvare una lunga esperienza politica dal fallimento, si dovrebbe convocare un congresso vero e trasparente per chiudere un’epoca ed aprirne un’altra. Per costruire un nuovo soggetto politico che riesca a parlare nuovamente al Nord, non alla Macroregione del Nord che non esiste, ma ai tanti nord dell’unica cosa che assilla tutti: come riformare e rilanciare il paese per uscire dalla crisi economica che sta uccidendo tutti. Si ricordi Maroni che oggi la questione settentrionale non è un problema istituzionale, politico, storico, culturale, identitario, ecc. ecc. è solo ormai un problema economico. Non capirlo significa solamente agevolare la propria fine politica.
 
*da www.labissa.com

Tags:
tattica lega nord







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