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Moda
Pinocchio nei costumi di Massimo Cantini Parrini. Una mostra a Prato

Non capita spesso di vedere al cinema un film in costume e, in contemporanea, una mostra dedicata ai costumi dello stesso film con un allestimento cosi curato nei dettagli. L’occasione è data dalla mostra appena inaugurata a Prato, al Museo del Tessuto, interamante dedicata al pluripremiato costumista cinematografico Massimo Cantini Parrini. Oltre 30 costumi realizzati per il film "Pinocchio" di Matteo Garrone, uscito nelle sale giovedì 19 dicembre, interpretato da un cittadino pratese d’eccezione quale Roberto Benigni, nella parte di Geppetto,  da Gigi Proietti nelle vesti di Mangiafuoco, e da Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini nelle vesti del Gatto e la Volpe. Dei 30 costumi in mostra, ben 25 sono stati realizzati dalla Sartoria Tirelli, 5  dalla Sartoria Costumi d’Arte Peruzzi, 2 da Cospazio 26, mentre le parrucche sono di Rocchetti e Rocchetti. La storia, rivisitata da Matteo Garrone, narra di un pezzo di legno appena scolpito da mastro Geppetto, il quale appena finito il lavoro, guardando la sua opera, rimane esterrefatto dal grido lanciato dal burattino: «Babbo!». Geppetto - interpretato da un invecchiato e dimagrito Roberto Benigni per esigenze di copione - rimane sgomento per l’evento del tutto inaspettato di ritrovarsi, senza volerlo, padre. Dopo quasi vent’anni dall’ultimo film sul burattino di Collodi, interpretato da un Roberto Benigni in versione Pinocchio e non Geppetto, adesso Benigni, sotto la regia di Matteo Garrone, ci riprova ed è senz’altro molto più convincente nell’interpretare il padre falegname piuttosto che il figlio burattino. Gli anni, quasi venti di più dato che il film era del 2002, gli conferiscono un aspetto da Mastro Geppetto molto più convincente. Il suo volto scavato, provato dalla miseria e dal duro lavoro, di una miseria aristocratica, come lo stesso Benigni ha affermato recentemente ricordando l’infanzia di povertà nella campagna toscana, lo rendono perfetto nella parte. Un film quasi cucito su misura dal regista romano per l’attore pratese. Garrone del resto, dopo l’Italia del canaro, è abituato a descrivere personaggi ai margini della società, brutti, sporchi e cattivi (parafrasando il celebre di Ettore Scola ambientato nella truce periferia romana). La campagna toscana ottocentesca da lui raccontata nel film potrebbe essere un paese del lontano sud, isolato e depresso. In questo contesto ben si inserisce il lavoro del costumista Massimo Cantini Parrini che ha fatto una profonda ricerca iconografica, ma anche quello dei maghi del trucco Mark Coulier e degli effetti visivi Rachael Penfold, chiamati da Garrone direttamente da Hollywood. Massimo Cantini Parrini, a cui il Museo del Tessuto di Prato dedica la mostra, nasce e si forma a Firenze, dapprima all’Istituto Statale d'Arte di Porta Romana, passando poi al Polimoda, fino alla Laurea in Cultura e Stilismo della moda presso l’Università di Firenze. Un percorso di studi ed apprendistato lungo ed impegnativo, che passa anche per il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, diventando allievo nel corso di costume del premio Oscar Piero Tosi. In questo maestro assoluto della storia del costume cinematografico, Cantini Parrini troverà la guida della sua carriera. La stima accordatagli da Tosi lo porta giovanissimo ad essere accolto nella sartoria Tirelli come assistente costumista, ed è con questa qualifica che ha esordito nel cinema accanto alla costumista, anche lei premio Oscar, Gabriella Pescucci, che lo chiama a collaborare per oltre dieci anni per grandi produzioni cinematografiche internazionali, teatro lirico e varie manifestazioni.  Massimo Cantini Parrini affianca alla sua professione di costumista una straordinaria passione per gli abiti d’epoca, che colleziona fin dall’età di tredici anni. Ad oggi la sua raccolta vanta più di 4.000 pezzi, che spaziano dal 1630 al 1990, tutti originali e di creatori e stilisti iconici. Massimo Cantini Parrini è l’unico costumista italiano ad aver vinto dalla prima nomination tre David di Donatello consecutivi (2016-2018), oltre ad altri numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali spiccano Nastri d’Argento, Ciak d’oro e premiazioni in importanti festival cinematografici. L’ultimo e più importante riconoscimento è l’EFA (European Film Award). In curriculum ha più di 50 produzioni da costumista, molte delle quali per registi di fama internazionale. Tra le sue esperienze professionali, emerge significativamente il sodalizio stabilito con Matteo Garrone, che – prima di Pinocchio - lo ha chiamato per realizzare i costumi dei film Il racconto dei Racconti (2015), Dogman (2018).

LA MOSTRA AL MUSEO DEL TESSUTO

Il percorso della mostra è articolato in due sezioni: la prima dedicata al costumista, alle sue fonti d’ispirazione, al suo lavoro creativo e sul set, la seconda ai costumi del film, accompagnati da immagini tratte dal film stesso, dalla riproduzione di alcune scenografie e da alcuni simbolici oggetti di scena. La prima sezione permette al visitatore di entrare nel mondo di questo straordinario costumista, di penetrare nella sua grande passione e conoscenza per il costume antico, nel suo modo di lavorare e di progettare i costumi per lo spettacolo.  Un grande video a parete riporta stralci di interviste in cui Massimo racconta il suo vastissimo archivio, come da collezionista è diventato costumista, il dipanarsi del suo processo creativo. Le interviste sono intervallate da interessanti frame tratti dal back stage delle riprese del film Pinocchio, attraverso le quali si tocca con immediatezza il clima del set cinematografico appena concluso. Un’intera parete è inoltre dedicata ai bozzetti realizzati da Massimo per il film Pinocchio, composti con un interessante mix di tecniche manuali, documentazione fotografica e ritocco digitale. Accanto, una teca raccoglie una selezione di cartelle di lavoro contenenti le diverse campionature di tessuti selezionati per realizzare alcuni dei costumi del film, testimoniando l’accurato lavoro di ricerca che precede la realizzazione di ogni singolo capo o accessorio. Una lunga pedana accoglie, infine, una selezione di 7 capi d’abbigliamento storici del XVIII e XIX secolo provenienti dalla collezione personale del costumista, utilizzati come fonti di ispirazione diretta per la progettazione dei diversi costumi del film Pinocchio e accompagnati da figurini di moda storici provenienti dalla ricca collezione del Museo. Così, sfilano uno accanto all’altro, un abito femminile da ballo in maschera del 1898 utilizzato come ispirazione per il circo; un abito da cerimonia del 1834-1836 che, per la foggia romantica, ha ispirato l’abito della Fatina, una veste da camera della fine dell’Ottocento che ha fornito uno spunto puntuale per la veste della Lumaca. Inoltre, un abito da cerimonia da bambino servito da modello per la casacca di Pinocchio, una preziosa marsina della fine del XVIII secolo che ha ispirato l’abbigliamento di Geppetto, una straordinaria giacca in panno casentino originale a cui si richiama, nel taglio sartoriale, la giacca del Grillo Parlante, ed infine un outfit maschile della seconda metà del XIX secolo di sapore dandy, che trova puntuali confronti nell’abbigliamento del Gatto e La Volpe. La seconda sezione rappresenta un vero tributo al film considerato l’evento cinematografico dell’anno, portando in esposizione i 32 costumi realizzati da Massimo Cantini Parrini per vestire i principali personaggi del film. Il costume di Geppetto è composto da un frac in tela di lino, pantaloni corti sotto il ginocchio e un gilet a righe. Una foggia “fuori moda”, rispetto all’ambientazione di fine Ottocento del racconto, che è in perfetta coerenza con la tendenza propria del costume popolare toscano di richiamarsi a modelli di napoleonica memoria, mentre i magistrali trattamenti di usura comunicano con immediatezza che quegli abiti sono gli unici posseduti da anni dal falegname. Da sempre il Grillo parlante è rappresentato nelle vesti di persona dotta, di professore, ed è così immaginato dal costumista anche nella versione di Garrone. La piccola giacca in camoscio color muffa riecheggia il taglio del primo frac, capo apparso alla fine del Settecento ma perfezionato agli inizi degli anni Venti dell’Ottocento. Il pantalone è corto, così da mettere in evidenza le gambe magrissime. Al collo indossa una cravatta con fiocco, accessorio che conferisce importanza e autorità.  Una grande pedana ospita Mangiafuoco e 8 burattini del suo teatro. Il burattinaio è avvolto in un cupo cappotto di fustagno di cotone; indossa maglione di lana, pantalone di fustagno di cotone e cappello di feltro. Di fronte a sé, allineati come un immaginario teatrino, i personaggi della Commedia dell’Arte, straordinariamente interpretati da Massimo Cantini Parrini con attenzione alla tradizione e incredibile cura dei particolari. Spiccano i costumi di Colombina, vestita con un busto steccato a mo’ di corpetto in velluto e gonna di cotone stampato, decorato da nastri increspati con applicazioni di tulle e nappine, quello di Gianduia con giacca di pilor con manopole e alamari in passamaneria, pantalone al ginocchio in raso di seta, gilet di pilor bordato con passamaneria, feluca in paglia e passamaneria. Assolutamente straordinario anche il costume del Diavolo nella sua vivida rappresentazione del fuoco stesso, composto da giustacore di velluto con applicazioni di strisce sagomate a fiammella bordate di passamaneria e nappine, pantalone di panno con applicazioni di strisce sagomate a fiammella bordate di passamaneria. Il Gatto e la Volpe potrebbero essere citati come emblemi del gusto contemporaneo per il Vintage. Il primo abbigliato con un tight di lana e gilet di velluto a motivi cachemire, il secondo con cappotto di lana sciallato in astrakan e gilet di seta a piccoli pois, indossano capi vecchi, memori di un fastoso passato. Sono abbigliati da gentiluomini mescolando epoche e stili come due vecchi dandy. Pinocchio, venuto al mondo da poco, non distingue le fogge create con abiti usati, vecchi, logori, sporchi e fuori taglia che anzi, ai suoi occhi, hanno un effetto elegante. L’abito di Pinocchio campeggia al centro della sala mostre temporanee del Museo, realizzato in tessuto jacquard con effetto increspato. Dalla vecchia e unica coperta che Geppetto possiede - anch’essa ricavata da una stoffa antica e pregiata ormai distrutta - il falegname cuce farsetto, pantaloni, cappello e gorgiera per il suo bambino, tutti dalla stessa stoffa. La forma è semplicissima: Geppetto è un falegname non un sarto, sebbene conosca le proporzioni ben più di un sarto! Il famoso abito di carta e il famoso cappello di mollica di pane, vengono ripensati dal costumista come un total look. La scelta è stata motivata da esigenze di copione, dal momento che sarebbe stato impossibile gestire sul set continui cambi di abiti di carta o utilizzarli nelle scene girate sotto la pioggia, nel fango o al mare. La decisione, approvata dalla regia, ha permesso di trasformare Pinocchio nell’unica nota di colore del film. Il rosso, colore amato dal costumista, rappresenta la rabbia, l’amore, il sangue, il fuoco, la vita, il colore della vergogna: tutti elementi che fanno parte delle avventure della fiaba e dello stesso protagonista. La foggia dell’abito della Fata Turchina è presente nella versione da bambina e da adulta. Entrambi sono realizzati in garza di cotone, stoffa che ha permesso di invecchiare l’abito mantenendo, tuttavia, la sua leggerezza. L’aspetto degli abiti richiama il periodo romantico dell’Ottocento, intorno al 1836. Il colore è diafano e si intona perfettamente alla famosa chioma di capelli, in questo caso resa argentea. Il cane Medoro è presentato in una splendida settecentesca livrea composta da giacca, gilet, pantalone in seta moiré decorati con galloni in argento brunito. Il Giudice gorilla indossa una toga di tessuto moiré con applicazione di cordoni e nappe in oro brunito e gorgiera di tarlatana. Il costume della Lumaca riflette il suo carattere flemmatico: rappresentata così come Collodi l'aveva immaginata, la Lumaca indossa le vesti di una sorta di bambinaia o di una cameriera che da sempre si prende cura della Fatina. Indossa, infatti, una veste da camera con coprispalle e cuffia, il tipico abbigliamento da mattina adottato da tutte le signore dell’Ottocento. Le vesti sono bagnate dalla sua bava, consunte dal tempo, dalla polvere e dall'usura, tutto a causa della sua atavica lentezza e stanchezza. I colori sono diafani ma quello prevalente è il mauve, colore di moda sul finire del XIX secolo, scelto per il richiamo alla calma e alla serenità.

Pinocchio nei costumi di Massimo Cantini Parrini dal film di Matteo Garrone

Museo del Tessuto via Puccetti, 3 Prato

21 dicembre 2019 22 marzo 2020

Orari

Dal 21 / 12 / 2019 al 7 / 01 /2020 chiusa lunedì

martedì -domenica: 10-19

mercoledì 25 dicembre: chiuso

martedì 31 dicembre: 10.00-15.00

mercoledì 1 gennaio: 15.00-19.00

Dall’ 8 /01 /2020 al 22 /03 /2020 chiusa lunedì

Martedì - giovedì 10-15

venerdì - domenica: 10-19

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