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Musica
Dall'Afghanistan i Ekhtelaf: "Il nostro rap sfida l'islam radicale"

 Una denuncia feroce contro l' islam radicale unita a un messaggio di speranza perché in Afghanistan possano tornare finalmente unità e pace. La musica degli Ekhtelaf (letteralmente differenza) ha il ritmo incalzante del rap, mentre le parole scandiscono chiaro quello che sta succedendo oggi nella terra natia di questi tre ragazzi poco più che ventenni, richiedenti asilo nel nostro paese e uniti dalla passione per la musica. Ma guai a dire che il loro è un gruppo musicale, Habib, Hussein e Haris si considerano infatti un movimento che intende costruire dall'esilio una nuova idea di Afghanistan. Lo dicono i testi dello loro canzoni, che parlano delle divisioni politiche che ci sono nel paese, ma anche delle distorsioni dell'islam e del concetto stesso di jihad, un tempo simbolo di fratellanza: “jihad significa aiutare il prossimo e insieme costruire il paese, jihad è una pioggia di libertà”.

Nel nostro paese i tre sono arrivati dopo un viaggio lungo sei mesi, che li ha visti attraversare l'Iran, la Turchia e la Grecia. La loro meta era la Danimarca, ma una volta a Copenaghen le regole ferree del regolamento Dublino li hanno rispediti indietro, in Italia. Qui hanno trovato riparo nei capannoni abbandonati del Porto vecchio di Trieste, da sempre meta di profughi afgani, e oggi teatro del loro primo videoclip del singolo Bazicheh, letteralmente  “giocattolo”, perché spiegano nel testo “il paese è diventato un giocatolo in mano a persone spudorate”. "Le nostre sono canzoni di impegno politico – spiega Habib- quello che vogliamo raccontare è la vera storia dell'Afghanistan e del nostro popolo. Ma anche denunciare quali sono i problemi che oggi attanagliano il paese e che, sei anni fa, ci hanno costretto ad andare via". L’appello è all’unità del paese, a superare la divisione tra gruppi etnici, “non siamo pasthon, tagiki o hazara, siamo afghani” spiegano.  “Quando potremo tornare in Afghanistan – si chiedono ancora nel testo del loro primo singolo – quando finirà questo nostro viaggio forzato?”.

Tutti e tre sono venuti in Europa da soli, lasciando le famiglie nel loro paese o in Iran. "Abbiamo viaggiato via terra per sei mesi – continua Habib – poi siamo arrivati in Danimarca ma lì non hanno accettato la nostra richiesta d'asilo, così siamo stati costretti a venire in Italia". Dopo aver alloggiato nei capannoni, i tre sono stati inseriti nel piano per l'emergenza freddo. " A dicembre l'ente locale insieme all'Ics, il consorzio italiano di solidarietà, è intervenuto per dare riparo a tutte le persone che lì non potevano più stare – racconta Alessandro Petrussa, collaboratore dell'Ics – sono stati attivati quindi progetti di accoglienza e alloggio per i rifugiati. I ragazzi sono stati spostati in un paese vicino Trieste in un campo scout". Il gruppo che già si era formato in Danimarca sei anni fa, ha avuto così anche un supporto logistico per continuare a fare rap. "Mentre lavoravo ho conosciuto questi tre ragazzi. Con loro abbiamo pensato a un progetto di integrazione basato sulla musica – continua Petrussa – li abbiamo aiutati col videoclip, girato appunto nei capannoni dove hanno alloggiato al loro arrivo. Il principio ispiratore di questo progetto è che chi arriva non è solo portatore di bisogni passivi ma può portare cultura e saperi nuovi. E così è con loro. E' importante per noi dare questo supporto, da sempre Trieste è un modello di accoglienza, oggi nel sistema Sprar sono disponibile solo 70 posti ma accogliamo circa 250 richiedenti asilo" (ec)

FONTE: REDATTORE SOCIALE

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ekhtelaf
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