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Politica

di Antonino D'Anna

C'era un tempo il Partito-chiesa. Era il Partito Comunista Italiano, che aveva una sua gerarchia, liturgia e dipendenza dalla "chiesa" di Mosca. Quel partito - organizzato, efficientissimo, capace di dare buona prova di sé nelle amministrazioni comunali, specie in Emilia-Romagna - aveva però una sua "impermeabilità" rispetto ad altre idee. E solo in tempo di elezioni candidava i cosiddetti "indipendenti": personaggi in qualche modo lontani o allontanatisi da altre "chiese" (o dalla Chiesa, come spesso accadeva) per strizzare l'occhio verso chi nell'urna, pur sapendo che Dio ci vedeva benissimo e Stalin no, sentiva un qualche istinto di simpatia verso la falce e il martello.

Dall'altro lato c'era, naturalmente, la Chiesa. La Chiesa che nel 1949, sotto il pontificato di Pio XII, aveva provveduto a scomunicare i comunisti e chiunque professasse l'ideologia comunista. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare al tempo una fusione a freddo tra comunisti e cattolici, men che meno se cattolici democristiani (a dire il vero, in quei tempi preconciliari, si era naturaliter cattolici E democristiani; i cattolici non democristiani vennero dopo il Vaticano II e il '68). La Chiesa ebbe un rapporto altalenante con la Democrazia Cristiana: vicina (o confusa col partito) subito dopo la guerra, poi allontanata - per quanto possibile, è ovvio - da Alcide De Gasperi che disse "no" all'Operazione Sturzo per portare i missini a tenere in piedi la giunta comunale romana nei primi anni '50, poi ancora contigua specie con la Chiesa di Montini, seppure con delusioni pesanti quali il referendum sul divorzio del 1974, la legge 194 sull'aborto nel 1978 e le sconfitte nel 1981 su entrambi gli argomenti (ed era già la Chiesa muscolare di Karol Wojtyla).

Ieri sera nel corso di "Italia Domanda" su Canale 5, nelle parole di Pierluigi Bersani sui temi morali, c'è stata l'impressione che forse questo lungo percorso di avvicinamento partito da lontane e imperscrutabili "convergenze parallele" sia arrivato ad una sintesi. Bersani ha detto che nel suo partito, il PD, ci sono credenti e non credenti, che si rispettano e mediano sui temi che affrontano, specie quelli di tipo etico e morale. Non solo: Bersani ha rivendicato l'autonomia delle scelte politiche che vengono fatte in questo campo dal suo partito. Per il segretario dei Democratici, che ha citato Papa Giovanni XXIII durante il suo confronto con i candidati alle Primarie circa un mese fa, una sintesi non da poco. Lui, che nel 1981 apparteneva - eccome, se apparteneva! - al Partito-chiesa falce e martello, è il punto di arrivo di un lunghissimo cammino. E, paradossalmente, nel descrivere il suo partito dice cose che probabilmente persino Angelo Bagnasco, il presidente dei vescovi italiani, sarebbe disposto a sottoscrivere: ha riconosciuto cioè il ruolo e la presenza dei credenti (cattolici in primis) all'interno del suo partito, il loro diritto di cittadinanza. Non sono cattocomunisti, ma democratici; mediano per quanto possibile sui temi che li toccano in prima linea. Hanno, se volete, quella funzione di "lievito" che viene chiesta loro dalla Gerarchia (e che continua a chiedere malgrado l'endorsement - che si sta rivelando incauto - a Mario Monti). Insomma, un appello ai cattolici: venite da noi, prendeteci in considerazione, è sembrato dire Bersani.

Siamo davvero all'inizio della socialdemocrazia? Ancora è presto per dirlo. Ma il Partito-chiesa, molto probabilmente, non c'è più. C'è ancora strada da fare: ma se oggi Bersani riconosce pari dignità a credenti e non credenti, a cattolici e mangiapreti (anche grazie al buon risultato alle primarie di Matteo Renzi), è segno che qualcosa sta cambiando. Vedremo col tempo se non si sarà trattato soltanto di propaganda elettorale.

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