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Politica
"Cultura, un fondo per chi innova. Trasformiamo la crisi in opportunità"

Sapevamo di avere un Paese a due o addirittura a tre velocità, sapevano dell’esistenza di tante aree ancora “bianche”, cioè non raggiunte dalla banda larga, e sappiamo che esistono tante aree grigie dove, pur essendo presente l’infrastruttura tecnologica, gli operatori del settore non investono perché si tratta di territori con un tessuto imprenditoriale debole e un mercato ritenuto non in grado di assicurare una adeguata remunerazione degli investimenti.

Quando però l’utilizzo di internet diventa l’unico strumento che consente ad un paese di far marciare non solo il settore pubblico, ma la propria economia, ci rendiamo conto che la moral suasion verso le aziende che dovrebbero mettere in moto la banda ultra larga e i servizi ad essa connessa non basta e sono certa che faremo tutti di più dopo la grave crisi che stiamo vivendo.

In questo momento il digitale e la tecnologia si stanno rivelando più utili che mai, c’è dunque una grande opportunità per ragionare su un altro concetto a mio parere altrettanto importante: decentralizzare l’innovazione. Se vogliamo che tutto il paese sia connesso e interconnesso, dobbiamo anche iniziare ad abbandonare il concetto che l’innovazione si concentra solo nelle grandi aree urbane. C’è una crescente domanda di innovazione che sta emergendo e continuerà a crescere da parte delle aree interne del paese, così come di tutti quei territori che hanno la presenza di università e piccoli centri di ricerca ma non hanno infrastrutture e un contesto imprenditoriale tale da attrarre investitori.

Allora come affrontare questo problema? Come far in modo che la domanda di innovazione faccia nascere e crescere anche un’offerta? Per me la risposta risiede in due aspetti di cui il nostro paese è estremamente ricco: piccoli centri dalla bellezza sconfinata (i nostri borghi per intenderci) e un patrimonio culturale disseminato ovunque e con il quale si intrecciano operatori della cultura impegnati anche nel campo delle arti performative: cinema, teatro, danza, etc.

Nei nostri borghi si celano spesso interessanti sperimentazioni e contaminazioni che danno vita a diversi progetti di rigenerazione sociale, culturale ed economica: sistemi di welfare alternativi sopperiscono alla progressiva scomparsa dei servizi pubblici; lo storytelling collettivo attraverso i social controbilancia la continua narrazione che i media fanno dei giovani che abbandonano i piccoli centri; comunità temporanee di viaggiatori si integrano con le comunità locali generando interessanti progetti di accoglienza che danno vita a nuovi percorsi di imprenditoria turistica e culturale, certamente più sostenibile, quasi sicuramente più adatta alla tutela delle nostre materie prime quali il paesaggio e i beni culturali.

Allora occorre valorizzare questi borghi o gruppi di piccoli paesi affinché possano essere incubatori a cielo aperto, nuovi spazi per startup nel campo del welfare, dell’agricoltura, dei servizi per il turismo, della tutela e della fruibilità del patrimonio culturale. E occorre far sì che tutti questi settori possano contaminarsi a vicenda. Per tale ragione, al Mibact siamo impegnati in un progetto che ha al centro proprio i tanti borghi di cui disseminata l’Italia, per trasformarli in nuove forme di economia e servizi, in modelli innovativi di sviluppo sostenibile, centrati sulla cultura, sulle tradizioni, sulla bellezza. E’ un progetto in cui credo molto, al quale lavoro da tempo, che può e deve essere una base da cui ripartire per costruire l’Italia di domani, un’Italia migliore, più equa, meno polarizzata.

Immagino un futuro prossimo in cui i borghi siano i nodi di una rete di innovatori sociali e digitali, artigiani del nuovo millennio che reinventano le tradizioni trasformandole in opportunità per un mercato che ormai non conosce confini; un futuro in cui ogni nodo di questa rete è messo nelle condizioni di innovare basandosi sugli asset specifici del luogo e sulla creazione di imprese di comunità capaci di mettere insieme i territori come in una filiera produttiva, offrendo non solo qualità e originalità ma anche un ritorno positivo in termini di crescita sociale e di benessere diffuso. Se riusciremo a trasformare tutto questo in realtà non dovremo più parlare di divario tra nord e sud, centro e periferia, area urbana e area interna, saremo tutti parte di una rete che lavora scambiandosi informazioni, mettendo in comune strumenti, materie prime e know how con un solo obiettivo: crescere tutti, ognuno rafforzando i propri asset, ognuno prendendosi cura del proprio territorio.

L’innovazione quando nasce da un asset locale ha una forte identità, risponde ad un bisogno preciso e ha la capacità di evolversi, rivoluzionando al contempo la qualità della vita di una comunità. Pensiamo a cosa potrebbe accadere se lungo tutta la penisola, nei nostri piccoli centri arrampicati sulle colline, inerpicati sulle montagne, potessero nascere startup ad elevato contenuto tecnologico che rivoluzionano l’accessibilità alle immense bellezze di questo nostro Paese, startup di giovani che non perderebbero il contatto con la terra e con le persone, imprese capaci di evolversi mentre evolvono intere comunità. Utopia? Forse prima di questa guerra che stiamo combattendo. Domani potrebbe essere il disegno di un’Italia che non imita la Silicon Valley, ma ha trovato la sua strada per rivoluzionarsi e rivoluzionare il modello economico che fino ad oggi ha reso ricca solo una piccola parte di questo bellissimo mondo.

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