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Politica

Di Cosimo Scarcella

I prossimi giorni si profilano carichi d’aspettative sia dal punto di vista politico che economico-sociale. S’assisterà a dichiarazioni palesi, a messaggi allusivi, a rivendicazioni di conquiste, a denunce d’ingiustizie. Ogni parte in causa rivendicherà e difenderà le proprie ragioni, nella convinzione d’essere interprete e difensore delle ragioni della parte rappresentata. Suonano emblematiche, allora, le parole pronunciate dai vescovi italiani, i quali, in quanto autorevoli portavoce delle domande raccolte in tutte le diocesi del territorio nazionale, conoscono direttamente i problemi reali non di singole parti, ma di tutti i cittadini. Non sembra casuale, pertanto, il monito ch’essi hanno rivolto ai responsabili del governo: “Bisognerebbe chiedere alla gente, se sta trovando le risposte”, e non soltanto ai suoi rappresentanti; fondandosi sulle risposte della gente, i governanti potranno e dovranno “ridisegnare l’agenda politica, mettendo come priorità la famiglia, il lavoro, i giovani e i temi della formazione e della scuola”, senza preoccuparsi di accontentare o far arrabbiare qualcuno, ma puntando solo e sempre al bene comune, che “non va affrontato solo in termini di scontro, altrimenti ci saranno morti da una parte e dall’altra”.

Non c’è dubbio che spetta ai politici laici fare politica; ma è anche indubbio che spetta ai vescovi, quali guide spirituali, formare le coscienze dei cittadini e dei politici, affinchè siano tutti davvero “laici”, cioè liberi e dedicati non al soddisfacimento di interessi di parte, ma al conseguimento del bene comune. E di questa guida morale c’è bisogno, considerando alcuni pericolosi equivoci che serpeggiano in vari ambiti privati e pubblici. Basti, per tutti, riflettere sull’idea e sull’uso che s’attribuiscono al “consenso popolare” e sul ruolo rigeneratore proprio della “nuova generazione politica”. Ormai da mesi dagli attuali governanti non si perde occasione per ostentare il proprio diritto-dovere di “cambiare l’Italia, perché lo vogliono gli italiani”. E’ vero: gli italiani votanti (circa la metà degli elettori, che hanno votato peraltro non per la politica interna, ma per quella europea) hanno assegnato loro un numero considerevole di consensi. Prescindendo dal fatto che il numero maggiore non coincide mai con la totalità dei cittadini, i governanti delegati al potere, se saggi ed esperti, debbono cessare d’essere e di agire solo per qualche parte, in quanto sono chiamati a governare e risolvere i problemi d’equità civile e di giustizia sociale di tutto il popolo, compresi quelli che non li hanno scelti e coloro che addirittura non hanno esercitato il diritto di voto e che debbono essere “ascoltati e interpretati”. Questo spessore morale e politico è richiesto a chiunque si sobbarchi il difficile compito di governare. Novant’anni fa Benedetto Croce, pochi mesi prima che comprendesse dove andava il governo Mussolini, apriva l’operetta “Politica in nuce”, scrivendo: “Quando si parla di ‘senso politico’ si pensa subito al senso della convenienza, dell’opportunità, della realtà, di ciò che è adatto allo scopo, e simili. E si considerano forniti di senso politico coloro che a quel modo operano e in quel modo giudicano l’altrui operare, e, per contrario, privi di senso politico quegli altri che diversamente si comportano, ancorchè abbondino di morali intenzioni e si accendano a nobilissimi ideali”. Ripetendo, poi, un convincimento del ministro Giovanni Gentile, affermava: i governi debbono nascere, crescere e sostenersi col consenso dei cittadini, e riguardo alla questione,poi, se “legittimo sia lo Stato dovuto alla forza o solo quello dovuto al consenso” sosteneva che era questione inutile, in quanto “ogni consenso è forzato, più o meno forzato ma forzato”, per cui arrivava a concludere che “nel più liberale degli Stati come nella più oppressiva delle tirannidi il consenso c’è sempre, e sempre è forzato, condizionato e mutevole”. Argomento davvero buono per tappare la bocca a chiunque (allora e anche ora) sia preoccupato per l’evoluzione politica. Infatti, se forza e consenso sono elementi del governo, essi tuttavia si debbono bilanciare, se non si vuole confondere ed equiparare il più liberale degli stati con la più oppressiva delle tirannidi. Del resto lo stesso Croce continuava, sostenendo che “lo Stato ottimo è solo quello che promuove l’umano elevamento”: ne consegue allora che, nella problematica dei partiti anche di oggi, la questione non è di stabilire come si faccia ad essere un buon conservatore o un buon progressista o un buon radicale, ma come si debba operare concretamente nelle diverse situazioni particolari per il bene comune, prescindendo da ideologie astratte e da tatticismi di proselitismo. Occorre molta forza e chiarezza per affrontare i problemi d’un governo equo e saggio, e per la democrazia – sostiene Giovanni Sartori – occorrono anche le definizioni, perché siamo in un campo zeppo di equivoci verbali.

Per quanto riguarda il tanto rivendicato rinnovamento generazionale, poi, è facilmente rilevabile come l’essere conservatore o progressista o radicale non è connotazione d’una tappa dell’età evolutiva, ma attributo culturale. Francesco Bacone ci ricorda che la nuova generazione è sempre come un nano sulle spalle d’un gigante: solo fondandosi sulle conquiste del passato si può costruire un futuro non ingannevole. Il vecchio non è il regno del negativo, come il presente non è garanzia di positivo. Il difetto e il pregio, come il vizio e la virtù, albergano nell’animo dell’uomo, e possono svilupparsi secondo il volere autonomo di ciascuno. Per quanto riguarda l’opportunità dell’impegno politico, si può utilmente leggere ciò che Cicerone fa dire duemila anni fa all’ottantatreenne Catone il Censore: “Nulla dunque portano a sostegno coloro che affermano che la vecchiaia non può prender parte alla vita pubblica (…). Non fa le cose che fanno i giovani, ma molte di più e di migliori: le cose importanti non vengono compiute con la forze, la rapidità o l'agilità del corpo, ma col senno, l'autorità, la capacità di giudizio, di cui la vecchiaia di solito non solo non si priva, anzi si arricchisce”. Basta capire, accettare e realizzare ciò che la “gente” vuole da ciascuno di noi.

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