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Politica

di Tiziana Maiolo

Nel vocabolario della politica, in fase elettorale, sono entrati di prepotenza gli “impresentabili”. Chi sono? Sono forse quelli di cui ti vergogni perché picchiano la moglie o si mettono le dita nel naso? O sono invece dei disonesti imbroglioni che hanno truccato le carte al gioco o la scheda elettorale? O hanno addirittura commesso gravi reati? Niente di tutto ciò. Il bollino di “impresentabile” lo dà un magistrato, cioè un signore che come tutti noi un mattino si alza e può capitare sia di cattivo umore, e come tutti noi a volte fa bene e a volte sbaglia. A volte è un signore che diventa famoso perché magari inquisisce o arresta dei politici e poi, forte della pubblicità che da questo gli deriva, entra a sua volta in politica.

E’ capitato a Di Pietro, sta capitando a Ingroia. Ma anche a D’Ambrosio e Grasso. Ma tutto ciò è normale, a quanto pare. Meno normale è che, quando scatta il circo mediatico-giudiziario, la politica si metta immediatamente sull’attenti e incolli il bollino del disonore anche sulla fronte di persone considerate onoratissime fino a un attimo prima. Non conosco il senatore Crisafulli da Enna, Pd, ma vedo che ha totalizzato ben 6.600 voti alle primarie del suo partito. Il suo certificato penale è immacolato, benché il senatore abbia patteggiato una lieve pena per un abuso d’ufficio di molti anni fa, quando era assessore. Ho sentito dalla sua voce alla Zanzara che si era pentito di non esser andato a processo a chiedere l’assoluzione, ma che la pressione mediatica era tale da fargli preferire una condanna penale piuttosto che la gogna continua.

Oggi il senatore Crisafulli non può tornare in Parlamento, dove pure è rimasto in questi anni per scelta anche del suo partito, perché il segretario Bersani ( che vorrebbe diventare Presidente del consiglio di tutti noi ) e la Commissione di garanzia, ma soprattutto gente super partes come Franca Rame e Adriano Celentano, gli hanno dato il bollino di “impresentabile”, a causa di quel vecchio processo. Il megafono di questa novella gogna è stato il quotidiano Il fatto, il cui direttore Padellaro oggi esprime la sua soddisfazione. Crisafulli? Deve morire, come si grida negli stadi. Chissà come si sentirebbero i signori Rame, Celentano e Padellaro se capitasse loro di essere trattati in questo modo. Diverso, ma non meno grave, il trattamento che uno stimabilissimo commentatore del Corriere della sera come Antonio Polito riserva al deputato Nicola Cosentino, dirigente del Pdl in Campania e nei cui confronti per due volte i magistrati napoletani hanno inutilmente chiesto alla Camera dei deputati l’arresto.

Cosentino probabilmente è innocente, scrive Polito, e gli auguro di essere assolto. Però è “impresentabile”, quindi non è “opportuno” che Berlusconi lo candidi. Perché? Perché ha il bollino della magistratura. Insomma, sulla sorte dei candidati decidono quei signori che al mattino si alzano come noi, di buono o di cattivo umore , e a volte fanno giusto a volte sbagliano. Ma a volte invece fanno politica invece che giustizia. Detto tutto ciò, che cosa possono fare i partiti per evitare che sulle carriere politiche decida il circo mediatico-giudiziario? Logico, quel che c’è da fare. I partiti devono arrivare prima della magistratura, quando notano comportamenti particolari o flussi sospetti di denaro. Non devono aspettare che altre istituzioni diano i bollini dell’impresentabilità. Devono intervenire. Ma in caso contrario possono restare glacialmente indifferenti alle inchieste della magistratura, così come ai pruriti moralistici dei signori Rame e Celentano, per tutto l’arco dei tempi dei processi. Che sono in genere lunghissimi, tanto da distruggere la vita delle persone, nel frattempo. Ognuno torni a fare il proprio mestiere, insomma. E Crisafulli e Cosentino tornino in Parlamento solo se il Pd e il Pdl li ritengono persone per bene e capaci. Altrimenti a casa. Indipendentemente dai bollini blu.

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