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Geopolitica
Australia, il giallo della spia cinese. Whistleblower anche per Xi

L'Australia "non e' ingenua" e ritiene "profondamente inquietanti" le recenti rivelazioni sui tentativi di Pechino di infiltrare il Parlamento di Canberra con un agente sotto copertura nelle vesti di deputato. A parlare e' stato il primo ministro australiano, Scott Morrison, commentando quanto diffuso  dall'emittente Channel Nine, secondo cui agenti dell'intelligence cinese avevano offerto un milione di dollari all'uomo d'affari Nick Zhao - membro del partito liberale di cui fa parte lo stesso Morrison e con doppia cittadinanza cinese e australiana - per candidarsi al Parlamento federale. Zhao e' stato trovato morto nella stanza di un hotel a Melbourne, dopo che avrebbe rivelato il complotto all'Australian Security Intelligence Organization (Asio) l'anno scorso. 

Dopo il servizio di Channel Nine, il direttore generale dell'Asio, Mike Burgess - in un raro intervento pubblico - ha confermato che l'intelligence "era gia' al corrente della questione e sta indagando". Il governo australiano e' gia' sotto pressione per un altro caso di presunta interferenza dell'intelligence di Pechino, rivelata dal 'disertore' Wang "William" Liqiang, il quale ha chiesto asilo a Canberra. Wang dichiara di aver fatto parte dei servizi segreti militari della Repubblica popolare e racconta di aver dato all'Australia informazioni sulle operazioni di Pechino sul suo territorio, come anche a Hong Kong e Taiwan. Wang sostiene di aver partecipato "personalmente" a una serie di "attivita' di spionaggio" per conto del governo cinese. Pechino, dal canto suo, ha risposto dipingendo Wang come un "fuggiasco disoccupato", condannato per frode e scappato dalla Cina con un passaporto falso. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha assicurato che la Cina non ha mai interferito ne' ha interesse a interferire negli affari interni di altri Paesi e ha poi puntato il dito contro i media australiani, accusandoli di "essere presi da paure immaginarie".

Una vicenda sulla quale anche Taiwan ha avviato delle indagini e che, se unita al leak sulla vicenda Xinjiang che è comparso sul New York Times nei giorni scorsi, crea qualche preoccupazione a Pechino. Il governo cinese continua a parlare di bugie in merito alla vicenda di Wang Liqiang. Ma alcuni analisti sottolineano la singolare successione di eventi di due possibili spie o gole profonde, cosa del tutto inusuale in Cina, molto dura e granitica in materia. Una situazione che ricorda per alcuni versi, certamente più in piccolo, lo scontro continuo tra Trump e i suoi servizi segreti.

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