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Geopolitica
Xi tra apertura e autarchia. Trump soffia sul nazionalismo cinese. E rischia

Fino a qualche tempo fa, in Cina nessuno aveva dubbi sul fatto che in futuro sarebbe stato meglio. Tariffe o non tariffe, dazi o non dazi. Anzi, le schermaglie commerciali erano considerate possibili portatrici di buone novità sul fronte dell'apertura all'esterno e delle riforme in materia economica. Oggi non è più così. Oggi in Cina ci si sta rendendo conto che Donald Trump, o meglio gli Stati Uniti, non hanno come obiettivo quello di realizzare in forma piena l'integrazione di Pechino all'interno del proprio modello e portarne a una completa apertura. Al di là di possibili tregue, accordi o accordicchi, ci si è accorti che l'obiettivo di Washington è quello di bloccare l'ascesa cinese a ogni prezzo. Persino a costo di attentare anche alla propria economia, usata ormai come arma politica.

Il momento chiave è stato l'arresto in Canada di Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhengfei, il fondatore di Huawei. Quella mossa, anche se non ce ne si è resi conto immediatamente, aveva una forte carica simbolica. Era come se gli Stati Uniti stessero dicendo alla Cina: "Guardate che la nostra priorità non è trovare un modo per cooperare meglio, ma fermarvi". Troppo forti le conseguenze di aver messo nel mirino il principale colosso tecnologico della Cina, a sua volta simbolo del nuovo orgoglio di una immensa nazione che si sente finalmente in grado di poter tornare a primeggiare a livello tecnologico.

La conseguenza è stata che la Cina si è sentita attaccata, proprio nel culmine della sua ascesa pacifica. Ciò non ha fatto altro che alimentare sentimenti patriottici, o meglio nazionalisti. Ed ecco che ora il Partito Comunista e Xi Jinping si trovano in mezzo al guado, proprio mentre a Shanghai ospitano la seconda edizione del China International Import Expo, che sarebbe proprio il simbolo della grande apertura di Pechino al mondo. Un'apertura necessaria alla Cina per crescere. Così come la Belt and Road Initiative, o Nuova Via della Seta, non è altro che una risposta a una necessità interna del potere politico, che ha bisogno di crescita economica per garantirsi stabilità e consenso. 

Non è un caso che mentre da una parte ci si apre al mondo con il maxi evento di Shanghai, dall'altro Xi stringa il proprio controllo sul partito e sul socialismo dalle caratteristiche cinesi al termine di una sessione plenaria annuale del Comitato centrale del partito nella quale il documento finale era pieno di politica e praticamente privo di elementi economici. Privo anche di grandi riferimenti alla Nuova Via della Seta, vera e propria concretizzazione del pensiero di Xi ed esemplificazione, nell'ottica cinese, dell'apertura di Pechino verso il resto del mondo. Come se anche il Partito Comunista Cinese abbia capito che deve prepararsi a momenti difficile e a una sfida molto più lunga del previsto.

Una sfida alla quale per sopravvivere deve innanzitutto non farsi sfuggire di mano la situazione interna. Da qui la moderazione, checché se ne dica, con la quale per ora Pechino ha affrontato il tema di Hong Kong. Da qui il tentativo di riavvicinarsi a Taiwan in maniera pacifica, come dimostrano le 26 nuove misure che dovrebbero facilitare le attività economiche di persone e imprese di Taipei sul territorio della Cina continentale. 

Allo stesso tempo la Cina prova ad avvicinarsi al (disastrato) terreno di battaglia, vale a dire l'Europa. Significative le parole del ministro degli Esteri Wang Yi, il quale incontrando Di Maio ha dichiarato: "La Cina sostiene l'integrazione europea, vuole un Ue più forte e crede che il destino dell'Europa non debba essere deciso da uno o due Paesi". Anche se in realtà a Pechino conviene il rapporto bilaterale, come nel caso dell'Italia, per far pesare i suoi (immensi) numeri, il tutto è in contrasto a quanto recentemente detto da Trump, che ha auspicato l'uscita dell'Italia dall'Ue, così come tifa spudoratamente per la Brexit. Sì, perché i singoli Stati di un'Europa divisa più difficilmente sarebbe in grado di mettere in dubbio le sue connessioni euroatlantiche, mentre un'Europa compiutamente unita potrebbe anche trovare una voce autonoma in grado davvero di realizzare quel ponte tra Oriente e Occidente di cui parla lo stesso ministro degli Esteri italiano. Un'Europa che in quel caso potrebbe anche mantenere il pragmatismo che le consentirebbe di proseguire a cooperare con Pechino senza operare la "scelta di campo", quasi "di fede", richiesta dalla Casa Bianca per esempio sul 5G.

Non un bel segnale per Trump, allora, il prossimo vertice 27 + 1 messo in piedi nel 2020 da Angela Merkel tra gli Stati membri dell'Ue e la Cina. Con un'Europa democratica spesso incapace di creare idee di futuro e aggrappata al politically correct, a compromettere l'engagement con Pechino potrebbero essere sviluppi non pacifici in teatri come Hong Kong o Taiwan. Se la Cina dovesse utilizzare la forza l'avvicinamento all'Europa potrebbe bruscamente arrestarsi. E a Pechino e dintorni c'è chi inizia a sospettare che l'obiettivo degli Stati Uniti possa essere proprio questo.

twitter11@LorenzoLamperti

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