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Geopolitica
Usa Cina, l'escalation è anche militare. Lo spettro dei missili sull'Asia

I dazi, le sanzioni, la valuta, le terre rare, la tecnologia, il 5G. Ma ora entrano in scena anche i missili. Stati Uniti e Cina continuano ad aggiungere ingredienti nel piccante menù di quella che viene definita guerra commerciale ma che assomiglia sempre di più, come più volte raccontato da Affaritaliani.it negli scorsi mesi, a una guerra fredda 2.0.

GUERRA COMMERCIALE TRA DAZI, SANZIONI E SVALUTAZIONE DELLO YUAN

In questa calda estate il mondo sta capendo che la conflittualità tra Washington e Pechino potrebbe durare a lungo. Lo stanno capendo i mercati, dopo l'annuncio di nuove sanzioni sui prodotti cinesi da parte di Donald Trump, che ha messo fine alla breve (o meglio brevissima) tregua stabilita con Xi Jinping al G20 di Osaka a fine giugno, e dopo la risposta di Pechino con la svalutazione dello yuan per rafforzare il proprio export. Un segnale chiaro che anche a Oriente pensano sia a questo punto difficile uscire dall'impasse, che tra i propri rischi annovera anche quello, minaccioso come non mai, del decoupling.

LA FINE DELL'ACCORDO ANTI MISSILI TRA USA E RUSSIA

In "una serie di sfortunati eventi" (che rischiano però di avere effetti peggiori della celebre e omonima serie di racconti per ragazzi) un altro fattore, solo apparentemente esterno, ha contribuito ad allargare il campo d'azione della contesa. Lo scorso 2 agosto, infatti, è scaduto il trattato anti missili Inf, siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov. Washington l'ha reso carta straccia, seguita da Mosca, con un unico vero intento: quello di includere Pechino in un nuovo accordo. Peccato che la Cina sul tema non ci senta, presentando i numeri del proprio settore difensivo e nucleare che è sì in proliferazione, ma che è infinitamente inferiore a quello degli Stati Uniti. 

IL PIANO MISSILISTICO DEGLI USA IN ASIA

Una nuova corsa agli armamenti, con l'Asia al centro della mappa, è tutt'altro che da escludere. Anzi, in questi giorni (e in queste ore) i movimenti in tal senso appaiono piuttosto chiari. Il nuovo capo del Pentagono, Mark Esper, ha annunciato che gli Stati Uniti intendono schierare rapidamente nuovi missili in Asia, se possibile nei prossimi mesi. E l'obiettivo è dichiarato in maniera palese: contrastare l'ascesa della Cina nella regione.

Dove potrebbero finire questi missili? L'idea di Washington è quella di utilizzare le basi degli alleati, o presunti tali, nell'area. In primis l'Australia, dove lo stesso Esper si è recato negli scorsi giorni, subito dopo il vertice di Londra della Five Eyes, l'organismo che riunisce i vertici dell'intelligence di Usa, Regno Unito, Canada, Nuova Zelanda e, appunto, Australia. Proprio Canberra vive da tempo con grande preoccupazione l'ascesa dell'ingombrante "vicino" cinese, e sta provando a contenerne il sempre maggiore peso geopolitico nel proprio "giardino di casa" degli arcipelaghi del Pacifico (vedi il caso delle Isole Salomone, che potrebbero presto recidere i legami diplomatici con Taiwan per "sposare" Pechino).

Nel pacchetto di alleati statunitensi figurano anche il Giappone di Shinzo Abe e la Corea del Sud, che sono però protagonisti a loro volta di una guerra commerciale che affonda le proprie radici in ferite storiche mai sanate del tutto. Ci sarebbe anche Taiwan, dove però è impensabile il dispiegamento di missili a meno di non voler scatenare un conflitto diretto e globale. La tensione sull'isola di Formosa, considerata una provincia ribelle da Pechino, è già molto alta con l'iter di vendita di armi per due miliardi di dollari da parte di Washington a Taipei, con le cruciali elezioni presidenziali del 2020 sullo sfondo. 

Sembrano invece aver cambiato definitivamente sponda le Filippine, con Rodrigo Duterte che ha spostato il baricentro geopolitico del paese dalla storica alleanza con gli Usa a un approccio più costruttivo e pragmatico con la Cina, facendo passare in secondo piano (tra le critiche) di alcuni incidenti navali nal mar cinese meridionale, area in cui Pechino sta facendo la voce sempre più grossa. 

LA RISPOSTA DELLA CINA

Intanto, la Cina ha minacciato “contromisure" se gli Stati Uniti dispiegheranno missili a raggio intermedio basati a terra in Asia, e ha avvisato i Paesi alleati di Washington che ci saranno ripercussioni se autorizzeranno queste armi sul loro territorio. Fu Cong, direttore generale del dipartimento per il controllo degli armamenti del ministero degli Esteri cinese, ha chiesto “ai vicini di esercitare prudenza e non permettere agli Usa il dispiegamento di missili a raggio intermedio sul proprio territorio”, riferendosi esplicitamente a Corea del Sud, Giappone e Australia. Fu non ha specificato quali sarebbero le contromisure che adotterebbe la Repubblica popolare, ma ha tenuto ad avvertire che “tutte le opzioni saranno sul tavolo”.    

D'altronde, la Cina ha già cominciato a dispiegare missili a raggio intermedio sulle isole artificiali del mar cinese meridionale, con i quali sarebbe in grado di colpire Taiwan, Giappone, India e Guam, sede di una importante base navale americana. E mentre si alza la tensione militare in Asia, forse non a caso, la Corea del Nord torna a condurre test missilistici ad alta frequenza, facendo dimenticare la passeggiata al confine fra Trump e Kim Jong-un. 

Senza dimenticare gli interessanti movimenti in atto in Medio Oriente, con l'Iran che chiede agli Stati Uniti l'eliminazione delle sanzioni per negoziare un nuovo trattato nucleare e la Cina che, dopo aver intessuto nel tempo un profondo legame con Teheran, si avvicina sempre di più alle monarchie saudite tradizionali partner statunitensi. Il tutto mentre le proteste di Hong Kong impongono, ancor più del solito, alla Cina la necessità di mostrarsi forte al proprio interno (e al proprio esterno).

Il menù è ricco, forse troppo. Washington e Pechino dovrebbero evitare di aggiungere troppi ingredienti, altrimenti rischia di diventare tutto (molto) indigesto. E non solo per i due capotavola.

twitter11@LorenzoLamperti

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