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Geopolitica
Cina, Di Maio e il vorrei ma (forse) non posso.Macron chiude 40 accordi con Xi
Di Maio con Macron alla cena offerta da Xi a Shanghai

La firma del memorandum di adesione alla Belt and Road Initiative. L'Italia ospite d'onore alla China International Import Expo di Shanghai con la presenza di 160 aziende. La prossima visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Cina per celebrare il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche. Le belle parole reciproche tra i due ministri degli Esteri Luigi Di Maio ("I nostri rapporti ora sono più forti") e Wang Yi ("Di Maio è un giovane con grande visione strategica"), che hanno conversato per circa trenta minuti di Libia, Siria, Via della Seta e Huawei (anche se pare che sul tema il leader M5s non sia entrato nel merito), prima di pranzare a base di carne, pesce e vino italiano al Langham Hotel. Tutto sembra filare liscio lungo la Nuova Via della Seta. Eppure c'è qualche intoppo lungo la strada che da Roma porta a Pechino.

Non si può dire che Di Maio abbia cambiato linea. Il problema è che qualcosa, forse molto, è cambiato intorno a lui. In Italia e non. Ancor prima di diventare ministro dello Sviluppo economico nel primo governo Conte, il leader del Movimento Cinque Stelle si era interessato alle (grandi) opportunità commerciali offerte dalla Cina e soprattutto agli enormi margini di crescita dell'export italiano in un mercato immenso e sempre più orientato a prodotti di qualità. Margini di crescita evidenti se si pensa che fino a qualche tempo fa c'erano produttori di Chianti che per vendere in Cina dovevano sponsorizzare il proprio prodotto su Taobao come "Bordeaux italiano".

L'avvento di Di Maio al Mise, insieme al sottosegretario in quota Lega Michele Geraci (vero fulcro dell'avvicinamento commerciale strategico a Pechino), ha portato a compimento un percorso cominciato negli anni precedenti da Matteo Renzi (che aveva ospitato Xi Jinping in Sardegna) e Paolo Gentiloni, presente al primo forum sulla Belt and Road nel 2017 prima che lo stesso Giuseppe Conte si presentasse alla seconda edizione lo scorso aprile. L'adesione alla Nuova Via della Seta aveva suscitato le critiche non solo degli Stati Uniti ma anche di qualche partner europeo, nonché qualche perplessità a scoppio ritardato di esponenti leghisti (in particolare in seguito alle visite in terra americana di Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini). Ma tutto sembrava avviato per il meglio nell'ottica di un forte rilancio dell'export italiano verso la Cina.

Poi è successo qualcosa. Il governo gialloverde è caduto. Le richieste di Washington si sono fatte sempre più esplicite, in particolare su telecomunicazioni e 5G. Negli scorsi mesi l'agenda degli incontri tra Italia e Stati Uniti, su tutti i livelli, è davvero incalzante. Conte è stato con Di Maio a New York, il segretario di Stato Mike Pompeo è venuto in Italia dove ha incontrato, oltre ai leader politici, anche Papa Francesco. Poi Mattarella è stato alla Casa Bianca a Washington. Il nuovo direttore della Cia, Gina Haspel, è stata a Roma. Il tutto mentre è poi emerso che anche il procuratore generale WIlliam Barr è stato due volte in Italia in circostanze legate al Russiagate e al ruolo dell'intelligence italiana nella vicenda.

Un'agenda che per forza di cose potrebbe finire per influire sulla linea del governo Conte II, come dimostra peraltro il via libera al golden power sul 5G, approvato al primo consiglio dei ministri del nuovo esecutivo. L'Italia pensava, e forse in certa misura pensa ancora, di poter approfondire le relazioni commerciali e culturali con la Cina mantenendo l'allineamento politico e geostrategico con gli Stati Uniti. Cosa resa sempre più difficile dall'aumentata aggressività in materia di Washington, che con l'amministrazione Trump sta sempre di più usando l'economia come un'arma politica, anche a costo di rallentare (o bloccare) la crescita. Obiettivo: contenere l'ascesa cinese per alcuni, sabotare il delicato equilibrio interno alla Repubblica Popolare per altri.

Fatto sta che negli ultimi mesi e settimane l'Italia ha dovuto per forza di cose rivedere il suo approccio in materia Cina. Non è sfuggita l'assenza di esponenti governativi all'inaugurazione del nuovo ufficio romano di Huawei, evento al quale si è presentata il sindaco Virginia Raggi. Interessante capire come verrà trattata l'inaugurazione a dicembre del nuovo terminal container di Vado Ligure, partecipato dal colosso cinese Cosco. Il tutto mentre i numeri ancora non sembrano esplosi. Anzi, tra gennaio e luglio come ha ricordato Repubblica, l'export italiano verso la Cina è diminuito dell'1,5 per cento. Non certo per colpa dell'adesione alla Bri ma per una congiuntura globale, visto che Pechino ha diminuito in generale le importazioni in seguito al proprio rallentamento e alle conseguenze della trade war. Il tutto mentre però non diminuisce, anzi aumenta del 7,8 per cento, l'export cinese in Italia. Insomma, la bilancia commerciale invece che equilibrarsi sembra ancora più squilibrata.

Di Maio sta però dimostrando di voler tenere il punto. Due elementi fondamentali indicano che il nuovo ministro degli Esteri non voglia mollare la presa sullo sviluppo dei rapporti commerciali con la Cina. Primo: il passaggio alla Farnesina della delega al commercio estero. Secondo: la nomina dell'ambasciatore italiano a Pechino, Ettore Sequi, a proprio capo di gabinetto. In più, chiaramente, l'importante missione a Shanghai insieme a 160 aziende (per la verità in calo rispetto alle 190 del 2018) per la seconda edizione del China International Import Expo, al quale l'Italia è uno degli ospiti d'onore e terzo espositore dopo Stati Uniti e Germania.

Ma la strada da fare è tanta e non è detto che Di Maio (e non solo lui) avrà la via sgombra da ostacoli (interni ed esterni) per riuscire davvero a implementare la cooperazione bilaterale. Tutt'altro. Nel frattempo sembra potersi muovere con maggiore libertà la Francia che, a dispetto delle critiche all'Italia al momento dell'adesione alla Bri, continua a concludere importanti affari con la Cina. Il presidente Emmanuel Macron è arrivato in prima persona a Shanghai, cogliendo l'occasione per la sua seconda ufficiale visita di Stato. 

Dopo aver teso la mano a Vladimir Putin prima dello scorso G7 di Biarritz, Macron fa lo stesso con Xi. Mentre Trump continua a negoziare a colpi di dazi lui ci prova con la cooperazione. Durante la sua missione a Shanghai è prevista la firma di una quarantina di accordi commerciali tra Francia e Cina in vari settori tra cui aeronautica, energia, agroalimentare, turismo e sanità. Resta da capire quanto margine di manovra, e quanta capacità, avranno Di Maio e l'Italia per riuscire a diventare davvero quel famoso ponte tra oriente e occidente, oppure la Via della Seta resterà solo un lontano ricordo da libri di storia.

twitter11@LorenzoLamperti

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