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Geopolitica
Elezioni in Argentina, caos in Cile e... Le vene aperte dell'America Latina

Grande è la confusione, ma la situazione è tutt'altro che eccellente. Il cielo del Sudamerica è ultimamente caratterizzato più che altro dalle fiamme. Proteste, scontri, vere e proprie rivolte si stanno succedendo nelle ultime settimane a diverse latitudini del continente: prima in Ecuador, poi in Cile, infine anche in Bolivia. Le elezioni in Argentina di domenica 27 ottobre (stesso giorno in cui si vota anche in Uruguay) preoccupano creditori e mercati, con alcuni analisti che prefigurano già scenari da incubo e da inizio millennio. Il tutto mentre in Colombia si è riaccesa un'ondata di violenza, il Perù è preda di una instabilità politica che pare senza fine. Per non parlare del Venezuela, dove un possibile accordo tra regime di Maduro e opposizione filostatunitense appare sempre più lontana.

A Mao, autore della celebre (qui parafrasata) citazione iniziale, sarebbe probabilmente piaciuta maggiormente la situazione politica dell'America Latina di quasi 15 anni fa, ai tempi di Mar de la Plata e dell'antagonismo a Bush junior. Erano i tempi d'oro del chavismo e della cosiddetta "rivoluzione bolivariana" di cui ormai è rimasto ben poco, anche se ci sono segnali di una possibile nuova ondata di sinistra in un continente da sempre teatro di ciclici ritorni. L'America Latina appare oggi un continente in grande difficoltà. Nel grande scenario della sfida geopolitica globale tra Stati Uniti e Cina, mentre l'Asia cresce e l'Africa dà segnali di sviluppo, l'ex giardino di casa di Washington ha ancora una volta (per dirla alla maniera del celebre scrittore uruguayano Eduardo Galeano) le vene aperte.

ELEZIONI ARGENTINA: LA COPPIA FERNANDEZ-KIRCHNER CONTRO MACRI, IL POSSIBILE RITORNO DEL PERONISMO CHE PREOCCUPA I MERCATI

Sul centro del palcoscenico in queste ore c'è soprattutto l'Argentina, paese che per dimensioni e rilevanza occupa da sempre un posto principale nelle dinamiche del continente. Domenica 27 ottobre si vota infatti per il primo turno delle elezioni presidenziali. I candidati in lizza sono in tutto sei ma la sfida vera è quella tra il presidente uscente Mauricio Macri, l'ex numero uno del Boca Juniors, e il peronista Alberto Fernandez, che si presenta in ticket con una figura non banale, vale a dire Cristina Fernandez de Kirchner. E la coppia di sinistra appare strafavorita. Gli ultimi sondaggi accreditano il duo peronista al di sopra del 50 per cento, la soglia minima per evitare il ballottaggio (soglia che si abbassa al 45 per cento a patto di avere dieci punti di vantaggio sul secondo). Macri, che si attesterebbe al 32 per cento con una ventina di punti di ritardo, paga lo scotto della crisi economica che è tornata ad affliggere l'Argentina, tornata sensibile al richiamo del populismo di sinistra. L'ex signora Kirchner, già presidente del paese dal 2007 e il 2015, sembrava dovesse candidarsi in prima persona ma ha poi scelto di lasciare la ribalta al più moderato Fernandez. Questo però non ha evitato alla borsa argentina di crollare dopo il risultato delle primarie di agosto, quando in un giorno il peso aveva perso quasi il 38 per cento. Per questo i mercati finanziari attendono con ansia l'esito delle elezioni. Secondo diversi analisti, i possessori di bond argentini devono preparasi a subire pesanti perdite nel probabile caso di una vittoria della sinistra. E c'è chi evoca lo spettro di un nuovo default, ricordando che Buenos Aires ha ancora un debito in essere di oltre cento miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale.

ELEZIONI URUGUAY: TESTA A TESTA TRA MARTINEZ E POU MA LA SINISTRA E' FAVORITA

Domenica 27 ottobre si vota anche in Uruguay per le elezioni politiche e presidenziali. E l'atmosfera a Montevideo e dintorni è certamente molto diversa. Il ben più piccolo paese confinante con l'Argentina sta riuscendo ad affermarsi come il principale luogo di innovazione tech dell'America Latina e sta attuando da tempo una forte politica di sostegno alle startup locali. La sinistra del Frente Amplio, guidata da Daniel Martinez, appare favorita ma la destra del Partito Nacional di Luis Lacalle Pou è in grande crescita. La sinistra di Martinez, complice i dati economici positivi (basti citare che nei 15 anni di governo del Frente Amplio la povertà è passata dal 40 al 9 per cento della popolazione), è saldamente in testa nei sondaggi. Le speranze di Pou poggiano sull'ampia coalizione che è riuscito a costruire e che in caso di ballottaggio potrebbero ridurre di molto le distanze con la compagine di Martinez. Al secondo turno, infatti, anche i voti della destra nazionalista di Cabildo Abierto. A mettere a rischio la riconferma di Martinez anche il problema sicurezza e il crescente costo della vita in un Uruguay che potrebbe dunque anche cambiare direzione rispetto a quella degli ultimi tre lustri.

ECUADOR E CILE SCOSSI DALLE RIVOLTE

Proprio l'aumento del costo della vita è l'elemento alla base delle rivolte scoppiate nelle scorse settimane in altri due paesi dell'America Latina, Ecuador e Cile. Si è iniziato in Ecuador, dove le proteste hanno raggiunto dimensioni senza precedenti. Quito è stata sostanzialmente invasa da ventimila indigeni che hanno persino costretto alla fuga il governo e il presidente Lenin Moreno, rifugiatosi a Guayaquil. La capitale del paese è stata per giorni saccheggiata e incendiata e alla fine l'esecutivo ha dovuto revocare l'aumento del prezzo della benzina. Ora è tornata la normalità ma l'episodio ha chiaramente messo in una posizione di grave debolezza il presidente Moreno e rafforzato la forte opposizione indigena. Un'opposizione che ha connotati anche politici e non solo di protesta popolare. Diversa la situazione in Cile, dove Santiago è stata messa a ferro e fuoco da una massa inferocita ma che non sembra avere rivendicazioni politiche. Anche qui, tutto nasce dall'aumento del costo della vita (in  particolare dalla crescita del prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici nella capitale). Gli scontri sono stati particolarmente violenti e hanno già causato diversi morti. Sono comparsi anche in Cile, a migliaia di chilometri di distanza dagli Champs Elysées di Parigi, i gilet gialli. A Santiago si sono vissute scene di guerra, che non si vedevano dai tempi della dittatura di Pinochet. Il presidente di centrodestra Sebastian Pinera si è scusato per il "mancato ascolto" ha promesso un piano di riforme, ma i manifestanti continuano a chiedere le sue dimissioni e la prosecuzione del coprifuoco a Santiago fa venire in mente brutti ricordi.

L'INSTABILITA' POLITICA IN PERU', IL PAESE DEGLI SCANDALI GIUDIZIARI

A proposito di elezioni anticipate ne sa qualcosa il Perù, altro paese preda negli ultimi anni da una instabilità politica che sta diventando quasi cronica. I presidenti e leader politici peruviani hanno un pericoloso rapporto con le manette e gli scandali giudiziari. Lo scorso anno si è suicidato Alan Garcia che stava per essere arrestato. Il vecchio generale Francisco Morales Bermudez è stato condannato all'ergastolo per il cosiddetto "piano Condor". Anche i vari Alberto Fujimori (così come la figlia Keiko), Alejandro Toledo e Ollanta Humala hanno avuto o hanno tuttora seri problemi con la giustizia. Per arrivare fino a Pedro Pablo Kuczynski, costretto a dimettersi per i sospetti di corruzione che lo avevano travolto. Il suo successore Martin Vizcarra, a poco più di un anno dal suo insediamento, ha deciso di sciogliere le Camere. Una mossa dettata dal fatto che la maggioranza del Congresso di Lima, sua rivale, stava bloccando praticamente qualsiasi sua decisione. L'opposizione ha gridato al golpe ricordando la chiusura del parlamento ordinata in passato da Fujimori prima della sua svolta autoritaria, ma buona parte dei peruviani ha appoggiato la decisione di Vizcarra, sperando in una vera svolta nella lotta alla corruzione endemica che affligge il paese, ora chiamato alle urne il prossimo 26 gennaio.

LE PROTESTE DOPO LE ELEZIONI NELLA BOLIVIA DI EVO MORALES

Hanno appena votato, invece, i cittadini boliviani. Un voto a dir poco controverso. Evo Morales, l'ultimo reduce della rivoluzione bolivariana insieme al venezuelano Maduro, è stato dichiarato vincitore al primo turno al voto di domenica 20 ottobre dopo un lungo spoglio pieno di colpi di scena. Ma l'opposizione guidata da Carlos Mesa ha denunciato brogli, scatenando proteste di piazza che sono sfociate in duri scontri con le forze dell'ordine. Morales, che si è per la verità detto pronto al ballottaggio del 15 dicembre qualora lo scarto definitivo non fosse stato abbastanza significativo, ha urlato al golpe militare. Si tratta in ogni caso di un segnale forte per un paese nel quale sembrava che la presa del presidente "indio" fosse impossibile da allentare e che ora invece si scopre più debole del previsto, aprendo nuovi scenari per il futuro anche prossimo.

IL DRAMMA DEL VENEZUELA E IL NUOVO ALLARME VIOLENZA IN COLOMBIA

L'altro reduce del chavismo è chiaramente Nicolas Maduro, che per ora è riuscito a mantenere il potere nonostante il tentato colpo di Stato del filostatunitense Guaidò sembrava doverlo disarcionare da un momento all'altro. Cosa che non è avvenuta. Ma nonostante i riflettori si siano concentrati su altri lidi, il Venezuela continua a essere in una situazione drammatica. Il paese è sprofondato in una crisi economica e sociale che pare irreversibile, complici anche le sanzioni di Washington. Una situazione nella quale anche gli alleati storici, come la Cina, paiono essersi almeno parzialmente defilati. Ma, allo stesso tempo, l'opposizione sembra aver perso il momento propizio per provare a rovesciare il governo. Si prosegue così in un presente drammatica, dove la crisi economica e politica si accompagna a una tragica crisi sanitaria. Non solo. La crisi venezuelana influenza anche i paesi vicini, sempre più insofferenti nei confronti dei tantissimi migranti che oltrepassano il confine con Ecuador, Perù e Colombia. Proprio la Colombia del presidente di centrodestra Ivan Duque, vicino alla Casa Bianca, è il paese con la posizione più dura nei confronti del Venezuela. Ma oltre alle tensioni col vicino chavista, Bogotà deve fare i conti con una nuova crisi di sicurezza sul fronte interno. Negli scorsi mesi sono stati assassinati oltre 250 attivisti e leader delle comunità rurali. E le Farc, dopo la storico accordo di pace, sono tornate almeno in parte alla clandestinità e al conflitto armato.

Insomma, un continente in fiamme. Fiamme che diventano molto concrete e molto poco figurate se si pensa all'Amazzonia e al Brasile di Bolsonaro. Caro Sudamerica, la situazione è tutt'altro che eccellente.

twitter11@LorenzoLamperti

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