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Geopolitica
"Pompeo in Italia per sondare il governo. Conte bis più defilato sulla Cina"

Gianluca Pastori, quali sono i temi sul tavolo nella visita del segretario di Stato degli Usa Mike Pompeo?

Bisogna innanzitutto sottolineare il fatto che la visita non è solo in Italia ma in diversi paesi dell'Europa meridionale. Nei prossimi giorni infatti Pompeo sarà anche in Montenegro, Macedonia del Nord e Grecia. Si tratta di una visita che rientra nella classica attività di manutenzione delle alleanze nell'ottica di un mantenimento di buoni rapporti con gli alleati tradizionali. Non è dunque una missione legata a un qualche problema specifico. Semmai nel caso dell'Italia può essere volta a sondare quali sono gli atteggiamenti del nuovo governo su dossier sensibili.

Quali dossier?

Abbiamo avuto un cambio di governo importante che a livello internazionale può impattare su due questioni. La prima è il rapporto con la Russia che in precedenza volevano essere quantomeno cordiali, cosa che gli Stati Uniti non apprezzano del tutto. La seconda è certamente la relazione con la Cina. Se nel primo caso ritengo possa cambiare qualcosa, nel secondo potrebbe anche esserci una continuità politica a livello italiano.

Negli scorsi giorni si è parlato molto dei possibili dazi di Trump.

Sì, questo può essere un altro tema del quale Pompeo parlerà con gli esponenti del governo italiano. D'altronde sotto l'amministrazione Trump gli Stati Uniti utilizzano molto la leva commerciale per ottenere benefici non per forza economici ma anche politici o geopolitici. Credo infine che dal punto di vista italiano un tema importante possa essere quello degli equilibri del Mediterraneo, con in testa la vicenda della Libia, paese nel quale l'Italia ha in gioco interessi importanti. E tradizionalmente l'Italia si è sempre appoggiata agli Usa per ricevere sostegno in materia di Libia.

Negli scorsi mesi abbiamo destato però qualche preoccupazione degli Usa, in particolare per l'adesione alla Nuova Via della Seta. Ci sono state o ci possono essere ripercussioni o ritorsioni in tal senso?

Al momento non ce ne sono state. Gli Usa continuano a fare la voce grossa sul tema Cina, come dimostra la guerra lanciata contro alcune compagnie come Huawei, ma a livello concreto di conseguenze vere e proprie non ce ne sono state. Certo, c'è chi ipotizza che per esempio proprio i possibili dazi possano essere una ritorsione sull'Italia per la firma del memorandum sulla Belt and Road ma siamo nell'ambito delle speculazioni. D'altra parte bisogna ricordare che il memorandum firmato dall'Italia non è un documento vincolante ma una semplice espressione di interesse verso il progetto cinese.

Ma il nuovo governo potrebbe cambiare approccio rispetto alla Cina? Il viaggio di Conte a New York e ora la visita di Pompeo sembrano essere il segnale di un riallineamento a Washington e un allontanamento da Pechino, o no?

Non credo siano segnali di un cambio di approccio. Si può dire però che l'Italia stia assumendo una posizione un po' più defilata rispetto alla Cina, questo sì. Ma credo si tratti più di dichiarazioni o evidenze formali piuttosto che di azioni concrete.

Possono esserci passi indietro su ambiti di cooperazione con Pechino, per esempio sul cruciale settore del 5G nel quale Huawei sta investendo molto in Italia?

Questo è un problema a cavallo tra politico e commerciale. Huawei ha investito tanto in Italia ed è un partner importante. Il governo non ha nessun interesse a far saltare il tavolo. Credo che si proverà a dare minore visibilità possibile a una collaborazione che comunque proseguirà. E penso questa sia la tendenza generale che ci aspetta nel prossimo anno. Non dimentichiamo che a fine 2020 si vota negli Stati Uniti e ancora non sappiamo né l'esito né come questo inciderà sui rapporti tra Usa e Cina. Molto probabilmente ancora per un anno avremo da tutti posizioni molto attendiste. Sicuramente ci saranno dichiarazioni forti e prese di posizione molto nette ma la gestione quotidiana credo possa proseguire senza forti scossoni.

Ma in che cosa crede possa cambiare la politica estera del nuovo governo M5s-Pd rispetto al precedente M5s-Lega?

Le differenze di politica estera sono sempre più di sfumatura piuttosto che di sostanza profonda. L'Italia è strutturalmente inserita nel blocco occidentale e ha un certo tipo di rapporto con gli Usa che qualsiasi tipo di governo tendono a preservare. Di sicuro con questo governo cambieranno i toni, che saranno molto più sfumati del precedente. Gli Stati Uniti resteranno il nostro interlocutore privilegiato, mentre allenteremo certe manifestazioni di simpatia nei confronti della Russia, che forse erano più una sponda giocata in termini di equilibri europei che non una effettiva simpatia. Certamente di diverso ci sarà il rapporto con l'Europa, in particolare con la Francia, molto più vicina rispetto a qualche mese fa.

Pompeo vedrà anche Papa Francesco. Significa che è in atto un riavvicinamento tra Washington e il Vaticano?

Già il fatto che Pompeo si rechi a una serie di eventi e incontri con un livello alto di curia è un segnale del fatto che il dialogo prosegue. La diplomazia vaticana è ancora più attenta ai piccoli dettagli delle altre e il fatto di aver voluto dare visibilità alla presenza di Pompeo è un segnale importante.

In che modo può incidere sulla politica estera italiana la presenza del Pd nel governo?

Non credo sia un elemento dirimente. Il Pd non ha mai portato un valore aggiunto nei rapporti con gli Stati Uniti. Semmai la presenza del Pd contribuirà a sfumare i toni dell'esecutivo precedente.

Salvini era stato descritto come l'"uomo di Trump", almeno fino al caso Savoini. Che cosa cambia con l'uscita della Lega dal governo?

Su Salvini "uomo di Trump" non ci ho mai creduto molto. Tra l'altro credo che Salvini sia più trumpiano negli atteggiamenti che non nella sua effettiva linea politica. Certamente la Lega ha utilizzato il successo di Trump per sostenere la sua posizione in Italia ritraendola all'interno di questa onda sovranista globale che alla fine si sta dimostrando piuttosto fallace, anche perché per forza di cose i sovranisti sono portati a collaborare tra loro non per motivi ideologici ma per coincidenza di interessi. Difficilmente l'uscita della Lega dal governo renderà l'Italia meno vicina a Trump o agli Stati Uniti.

Conte invece è passato dall'essere il mediatore del suo primo governo tra M5s e Lega a grande protagonista del suo secondo esecutivo. Che cosa cambia sul fronte della politica estera?

Il presidente del Consiglio è sempre colui che formalmente dà l'indirizzo. Di sicuro Conte avrà una maggiore visibilità ma la politica estera non è mai fatta da un uomo solo, bensì da una macchina burocratica che fortunatamente o sfortunatamente è abbastanza rigida rispetto ai cambi di governo. Più che una diversa impronta, un Conte più attivo potrà portare una differenza di stile nella politica estera del governo.

twitter11@LorenzoLamperti

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