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Geopolitica
Siria: l'incontro Erdogan-Putin dimostra che ora comanda Mosca.Accordo scritto

Erdogan e Putin, Putin ed Erdogan. Per chi non l'avesse ancora capito dagli eventi delle ultime settimane, il destino della Siria si gioca su questo asse. Una situazione resa ancor più plastica di quanto già non fosse dal vertice di Sochi tra il presidente della Turchia e il presidente della Russia. Un incontro che, al di là delle parole e delle dichiarazioni ufficiali, appare soprattutto un passaggio formale per un accordo che a livello sotterraneo, come raccontato nei giorni scorsi da Arduino Paniccia ad Affaritaliani.it, è già stato raggiunto da tempo.

Un accordo che ridisegna la mappa interna alla Siria e può contribuire a trovare nuovi equilibri in tutto lo scacchiere del Medio Oriente. A livello simbolico non può sfuggire il fatto che Erdogan si sia recato in territorio russo proprio a poche ore dalla scadenza della tregua cominciata lo scorso venerdì. L'incontro è stato presentato da entrambi i convenuti in maniera enfatica. "Spero che la rinnovata cooperazione tra Mosca e Ankara possa contribuire ad una risoluzione rapida ed efficiente a tutte le tensioni che stanno affliggendo la regione", ha detto Putin.  "Questo incontro è davvero una grande opportunità per raggiungere la pace", gli ha fatto eco Erdogan.

"Se i patti non saranno mantenuti, il nostro intervento militare riprenderà da dove era stato sospeso", ha aggiunto il capo di stato turco il presidente turco, senza curarsi dell'ultima uscita dell'amministrazione Trump, con il segretario di Stato Mike Pompeo che ha spiegato: "Noi preferiamo la pace alla guerra, ma nel caso in cui si renda necessaria un'azione militare o un'azione cinetica, si sappia che il presidente Trump è pronto a intraprenderla".

Al vortice di parole vanno aggiunte anche le dichiarazioni dell'altro protagonista del caos siriano, vale a dire il presidente di Damasco Bashir al Assad, che ha attaccato Ankara affermando che "Erdogan ci ha rubato il grano e le fabbriche", attentando all'integrità territoriale della Siria. Affermazione ripetura anche da Mosca, storica alleata di Assad e dell'altro convitato di pietra, l'Iran.

La realtà, però, è che tutti i protagonisti avrebbero a grandi linee raggiunto un accordo. Un accordo che rappresenta un vantaggio per tutti, o meglio per quasi tutti. Impossibile pensare, infatti, che la Turchia possa aver avviato un'azione militare nella Siria senza che la Russia ne fosse messa al corrente e non fosse d'accordo. Impossibile pensare che Erdogan non sapesse che non avrebbe trovato resistenze o ritorsioni non solo di Mosca ma anche di Washington.

La Russia sa che, nonostante il caso dei missili S-400 che avevano scatenato la polemica tra Ankara e Washigton nei mesi scorsi, non può scardinare la Turchia dall'appartenenza alla Nato, almeno per adesso. Contestualmente, la Turchia sa che non può muoversi sulla Siria con tale vigore senza il benestare del Cremlino, divenuto il vero centro nevralgico e potenza stabilizzatrice del Medio Oriente, con la ritirata strategica (?) di Washington. 

La soluzione che si delinea può andare bene a tutti. Vale a dire un'area cuscinetto, o "zona di sicurezza", di circa 30 chilometri a guida turca. Un'area grande abbastanza da spingere un po' più in là i curdi, la vera grande vera preoccupazione di Erdogan, ma non così grande da attentare davvero all'integrità territoriale della Siria. Assad, al di là delle dichiarazioni, ha beneficiato molto dell'azione turca perché tramite l'accordo con i curdi ha potuto prendere quasi istantaneamente pezzi di territorio che non era ancora riuscito a riposizionare sotto il suo controllo.

L'Iran, che ha una questione curda aperta anche all'interno del suo territorio, si compiace per una soluzione che non porti al rovesciamento di Assad (ormai uscito completamente dal tavolo dopo che alcuni anni fa sembrava fosse una questione di mesi se non persino di settimane), alleato sciita, ma che allo stesso tempo non alimenti le ambizioni curde. Il tutto mentre la Russia si vede riconosciuto in modo esplicito il suo ruolo di "kingmaker" sulla Siria e dunque sul Medio Oriente. Un Cremlino in grado non solo di trovare un accordo che preservi, più o meno, gli interessi di tutti (con i curdi che non vedranno nascere un proprio stato indipendente ma potrebbero veder sorgere una regione autonoma sul modello del Kurdistan iracheno) ma anche di dialogare con gli schieramenti opposti, da Teheran fino a Ryad passando per Tel Aviv e, appunto, Ankara.

Sì, al di là della conta degli scarponi presenti sul terreno, gli Stati Uniti si sono ritirati.

twitter11@LorenzoLamperti

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