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Geopolitica
Usa vs Cina, ma quale accordo: sfide incrociate su Taiwan, Iran, Corea e...

Da un lato il dialogo commerciale, dall'altro la sfida geopolitica. Stati Uniti e Cina hanno terminato la due giorni della ripresa dei colloqui sulla trade war dopo la tregua stabilita da Donald Trump e Xi Jinping al G20 di Osaka a fine giugno. I negoziati commerciali conclusi a Shanghai sono stati definiti "franchi, molto efficienti e costruttivi" dall'agenzia di stampa statale cinese Xinhua. Ma di risultati concreti ancora non se ne vedono, anzi sopra la calma apparente risuonano ancora le parole, o meglio i tweet dell'inquilino della Casa Bianca: “Il mio team sta negoziando con loro adesso, ma cambiano sempre l’accordo alla fine, a loro vantaggio", ha scritto il presidente degli Usa. "Probabilmente aspettano le nostre elezioni per vedere se ottengono uno di quei poveracci dei dem come l’addormentato Joe (Biden, ndr). In tal caso potrebbero fare un grande accordo, come negli ultimi 30 anni, e continuare a spennare gli Usa, anche di più e meglio. Il problema con la loro attesa, però, è che se e quando vincerò, l’accordo che otterranno sarà molto più duro di quello che stiamo negoziando ora…o non ci sarà nessun accordo affatto. Abbiamo tutte le carte, i nostri leader precedenti non le hanno mai avute!”. 

La rivalità geostrategica tra Washington e Pechino si fa anzi sempre più evidente su diversi fronti. E così mentre si istituisce un tavolo negoziale a livello commerciale si gioca una sfida geopolitica su tavoli più nascosti ma in realtà più incisivi nei complicati rapporti tra la prima superpotenza al mondo e il secondo peso massimo in ascesa. Ecco allora che almeno quattro eventi nel giro di nemmeno 24 ore possono dare segnali chiari sul fatto che al di là di possibili (temporanei, probabilmente fragili) accordi commerciali la contrapposizione tra Usa e Cina andrà avanti ancora per lungo tempo.

Primo scenario: Golfo e Iran. Mentre le delegazioni cinesi e americane si incontravano a Shanghai, un'altra delegazione del Partito comunista cinese incontrava rappresentanti governativi iraniani a Teheran. Una visita di tre giorni che coinvolge il capo del Dipartimento internazionale del Comitato centrale del partito comunista, Song Tao, protagonista di diversi incontri di alto livello tra cui quelli con il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani e con il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Obiettivo dichiarato: il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due paesi. Relazioni bilaterali già molto profonde. E non appare un caso il fatto che il nuovo avvicinamento tra Pechino e Teheran arrivi proprio in un momento dove la situazione sul Golfo sia particolarmente pericolosa, a seguito degli attacchi alle petroliere nell'area dello Stretto di Hormuz e le rispettive minacce tra Usa e Iran, con il più recente coinvolgimento del Regno Unito. In tutto ciò, da sottolineare anche le recenti manovre di avvicinamento tra Cina ed Emirati Arabi Uniti (a differenza dell'Iran un tradizionale alleato di Washington in Medio Oriente) che hanno prodotto anche un parziale disimpegno di Abu Dhabi dallo Yemen e qualche frizione con i vicini dell'Arabia Saudita.

Secondo scenario. La Corea del Nord. Lo storico incontro fra Trump e Kim Jong-un a Panmunjom aveva creato molte aspettative negli Stati Uniti. In realtà, nelle ultime settimane la Corea del Nord è tornata a realizzare diversi test balistici, l'ultimo dei quali nelle ultime ore. E quasi contestualmente all'ultima esercitazione missilistica la Cina ha espresso "apprezzamento" per l'intervento di Pyongyang sulla questione di Hong Kong, dopo che il giornale ufficiale della Corea del Nord, il "Rodong Sinmun", aveva pubblicato un articolo a sostegno delle misure adottate dal governo cinese in relazione all'ex colonia britannica. L'ultimo esempio di una relazione che si sta approfondendo, come dimostra la recente visita di Stato di Xi Jinping a Pyongyang.

Terzo scenario, quello più importante: Taiwan. Come abbiamo già raccontato, l'isola de facto indipendente e considerata come una provincia ribelle da Pechino è al centro di una delicata partita che ha sullo scenario le decisive elezioni presidenziali del gennaio 2020 tra la filo indipendentista Tsai Ing-wen e il candidato favorevole a un riavvicinamento alla Cina Han Kuo-yu. Nelle ultime settimane, con l'iter di vendita di armi per due miliardi di dollari da parte di Washington a Taipei e il doppio scalo di Tsai tra New York e Denver all'inizio e al termine della sua missione diplomatica nei Caraibi, la tensione intorno a quella che un tempo veniva chiamata l'isola di "Formosa" è aumentata.

Pechino ha deciso di agire su un triplo fronte sul tema. Innanzitutto con la pubblicazione del libro bianco sulla Difesa, che non esclude l'intervento militare per la riannessione di Taiwan, seguita da esercitazioni militari nello Stretto che hanno portato alla reazione dell'esercito di Taipei, che ha testato 12 diversi tipi di missili con una portata prevista di 250 chilometri. 

Dal punto di vista diplomatico, Pechino sta continuando il suo pressing sui pochi Stati rimasti a riconoscere diplomaticamente l'esistenza di Taiwan. In particolare, nelle ultime settimane la Cina si sta concentrando sulle Isole Salomone, dove si è votato qualche mese fa. Il governo dell'arcipelago del Pacifico ha dichiarato che prenderà una decisione in merito entro cento giorni ma i segnali che Honiara, piccolo quanto strategico snodo geostrategico, passi da Taipei a Pechino sono piuttosto chiari.

E proprio nelle ultime ore, la Cina ha deciso di ricorrere, come già in passato, all'arma del turismo. A partire dal 1° agosto, infatti, saranno sospese le emissioni dei permessi per i cittadini cinesi di recarsi a Taiwan per "viaggi individuali". Niente più singoli turisti dunque, in una mossa che si farà sentire sul settore turistico di Taipei, che da parte sua definisce la decisione "pressione politica". Un tentativo di destabilizzare ancora di più Tsai, la cui rielezione sarebbe vista come fumo degli occhi dal governo cinese. 

Quarto scenario: i Five Eyes. Cambia continente, non cambia la data. Sempre in questo 31 luglio, oltre ai dialoghi commerciali di Shanghai va in scena a Londra il summit dei Five Eyes, l'alleanza delle intelligence dei cinque paesi anglofoni Australia, Canada, Nuova Zelanda, Usa e Regno Unito. Facile credere che al centro della due giorni di incontri dell'organismo, nato in gran segreto ai tempi della guerra fredda con l'Unione Sovietica, ci sia proprio la strategia da adottare nei confronti della Cina, individuato come il principale competitor dagli Stati Uniti al posto di Mosca. Prevedibile che possa anche riprendere a breve il pressing su Huawei, anche sul Regno Unito guidato ora da Boris Johnson, il quale si è già guadagnato l'epiteto di "Trump britannico" ma che allo stesso tempo ha fatto più di un'apertura a buoni rapporti con la Cina.

Insomma, meglio abituarsi all'idea che la soluzione alle frizioni (ben più che commerciali) tra Stati Uniti e Cina sia ancora lontana e che non basterà un tavolo di funzionari a Shanghai o a New York per trovarla.

twitter11@LorenzoLamperti

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