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Geopolitica
Trade war: la Cina perde pezzi di produzione. Ci guadagnano Vietnam e Taiwan

Tanti sconfitti, ma anche qualche vincitore. E non tra i colossi geopolitici globali. La trade war tra Stati Uniti e Cina, da tempo sfociata in una guerra fredda tecnologica con nodi anche strategici e geopolitici, sta avendo ripercussioni negative, pur con intensità e sfumature diverse, a diverse latitudini ma da qualche parte sta portando anche importanti benefici. Un paio di nomi? Vietnam, in primis, e (almeno in parte) Taiwan, anche se la situazione dell'isola considerata una provincia ribelle da Pechino è delicata per motivi geopolitici.

Nike, Adidas, Nintendo, Panasonic, Dell, Apple, Panasonic. Sono alcune delle voci del lungo elenco di società che stanno considerando (o hanno almeno parzialmente già operato) un trasferimento di parte della propria produzione dalla Cina ad altri paesi, in particolare nell'area del Sud Est asiatico. Un processo cominciato già con l'aumento, sensibile, del costo del lavoro in quella che rimane comunque ancora la cosiddetta "fabbrica del mondo", ma che ha subìto un'accelerazione dopo l'inasprirsi della guerra commerciale che fa considerare a molte imprese internazionali di provare ad accasarsi in altri lidi per fuggire dai dazi di Washington.

Secondo una recente ricerca della Camera di Commercio degli Stati Uniti e la sua controparte di Shanghai circa il 40 per cento delle compagnie interpellate hanno dichiarato di stare prendendo in considerazione la possibilità di spostare o riallocare almeno una parte della propria produzione fuori dalla Cina, soprattutto nel Sud Est asiatico. E' proprio questa l'area che sta traendo maggiori benefici dalle conseguenze della trade war, non gli Stati Uniti, dove solo il 6 per cento degli intervistati starebbe valutando l'opzione di ricollocarsi.

Il principale beneficiario della situazione appare, almeno per il momento, il Vietnam, che sfrutta la sua posizione geografica e i suoi enormi margini di crescita, oltre al basso costo del lavoro, per attirare molte aziende in parziale uscita dalla Cina. Qualche numero? Nei primi sei mesi del 2018 gli investimenti diretti esteri in Vietnam sono saliti dell'8 per cento su base annua, raggiungendo la più che ragguardevole cifra di 9,1 miliardi di dollari. E gli investimenti annunciati, aumenti di capitale e acquisizioni sono cresciuti addirittura del 90 per cento arrivando a 18,5 miliardi di dollari. Una crescita sostenuta al quale si accompagna anche un aumento dell'export, in particolare proprio verso gli Stati Uniti, con un +36 per cento sempre su base annua. Il tutto è avvenuto contestualmente all'aumento incrociato dei dazi scatenato dagli Usa e proseguito dalla Cina, costretta a rispondere minacciando tra le altre cose di bloccare l'export delle terre rare, alto comparto fondamentale per lo sviluppo tecnologico.

In Vietnam la parte del leone la fa tra l'altro Samsung, la principale rivale regionale (e non solo) della cinese Huawei, che genera circa il 25 per cento dell'export di Hanoi. Ma a concentrarsi in Vietnam è soprattutto il comparto manufatturiero. Nike e Adidas stanno trasferendo proprio qui buona parte della loro produzione di sneakers, e potrebbero presto essere seguite dalla giapponese Asics e dall'americana Brooke Sports. In seconda battuta, anche il subcontinente indiano si sta proponendo come soluzione alternativa al Vietnam per l'industria manifatturiera. Un altro produttore di sneakers globale come Skechers ha infatti scelto l'India. Molte altre aziende stanno invece privilegiando il Bangladesh.

A essere coinvolti nel piccolo esodo anche tanti importanti attori del settore tech, proprio quello al centro della delicata sfida senza esclusione di colpi tra Stati Uniti e Cina. E qui entra in scena soprattutto Taiwan (che nel primo semestre 2019 ha visto un aumento dei propri ordini per l'export pari al 2,1% del pil contro il 7,5% del Vietnam), che ha alle spalle una lunga tradizione nei diversi campi dell'high-tech come per esempio i semiconduttori. Le varie Pegatron, Asus Tek e Compal Electronics, tutte taiwanesi, si sono già mosse per il "ritorno a casa". La stessa Foxconn, colosso globale guidato dal miliardario Terry Gou (sconfitto alle primarie del Kuomintang in vista delle elezioni taiwanesi del gennaio 2020 dopo essere stato ricevuto da Donald Trump a Washington), ha dichiarato di essere pronta a spostare almeno parte della produzione a Taiwan, che negli scorsi due decenni aveva invece assistito a un vero e proprio esodo di expertise verso la Cina continentale.

Ma anche big globali come Google stanno pianificando di aumentare la presenza a Taiwan, sfruttando in questo caso il know how di una classe lavoratrice qualificata. Mountain View sta investendo per ampliare il suo campus e costruire un nuovo innovation hub sull'isola, raddoppiando il suo team presente a New Taipei City, addestrando tra l'altro gli studenti locali in digital marketing e intelligenza artificiale. L'elenco è lungo: Amazon, Hewlett-Packard, Dell e Microsft starebbero tutte valutando di trasferirsi almeno in parte in paesi come Vietnam, Indonesia o Thailandia. Microsoft potrebbe trasferire parte della produzione della console Xbox mentre il gigante di Jeff Bezos potrebbe coinvolgere gli altoparlanti Echo. Hp e Dell sposterebbero invece parte della produzione dei rispettivi notebook.

Il fenomeno è rilevante ma nonostante questo la Cina resterà un centro mondiale ancora a lungo, probabilmente per decenni. Certo, al di là della trade war o di un ipotetico (e apparentemente molto lontano) accordo tra Washington e Pechino, avrà come conseguenza la nascita di nuovi hub della supply chain manifatturiera e tech nel Sud Est asiatico e nel subcontinente indiano.

twitter11@LorenzoLamperti

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