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Geopolitica
Turchia spina nel fianco di Europa e Nato: migranti, Cipro, gas, missili russi

La Turchia preoccupa sempre di più l'Europa. E non solo. Come se non bastasse lo scontro senza precedenti con gli Stati Uniti dopo l'acquisto da parte di Ankara (secondo esercito per grandezza della Nato) del sistema difensivo missilistico dalla Russia, ora il paese tradizionalmente ponte tra Occidente e Oriente entra in collisione anche con l'Unione europea. In particolare sui migranti, con Ankara che ha sostanzialmente deciso di rendere carta straccia l'accordo sui rimpatri sottoscritto nel 2016 per fior di miliardi, e soprattutto sulla sempre più preoccupante questione legata allo sfruttamento energetico di Cipro, isola che fa parte dell'Ue ma sostanzialmente divisa in due, con la parte turca non riconosciuta dalla comunità internazionale.

Cipro: Ankara invia navi, elicotteri e sottomarini al largo dell'isola. Lo scontro su gas ed energia

La Turchia ha spinto la propria Marina militare nel Mediterraneo orientale a protezione delle navi da ricerca idrocarburi attive al largo dell'isola di Cipro. A renderlo noto il ministero della Difesa, che in un tweet con tanto di video, specifica che la protezione delle navi turche è in atto attraverso fregate, corvette, navi d'assalto, elicotteri, aerei e sottomarini militari. La mossa di Ankara arriva dopo che la scorsa settimana l'Ue ha deciso di sanzionare la Turchia, bloccando l'accesso ad alcuni fondi stanziati per il 2020, invitando la Banca per gli Investimenti a rivedere i finanziamenti per il Paese e sospendendo summit di alto livello, in caso Ankara non avesse terminato le trivellazioni al largo dell'isola.    Trivellazioni scattate in ritorsione a contratti conclusi dal governo della parte greca e per far valere le pretese della Turchia e di Cipro nord (turca) sui lotti 1,4,5,6,7 del giacimento di gas al largo dell'isola, denominato Afrodite. Sono 2 le navi da trivellazione turche nelle acque cipriote: la Fatih, salpata a inizio maggio e attiva a 75 chilometri dalla costa occidentale dell’isola, e la Yavuz, giunta di recente al largo di Cipro. Nell'area, già dal 2017, era attiva un'altra nave turca, la Barbaros Hayrettin Pasa, dotata di una strumentazione adatta al prelievo di campioni e a ricerche di tipo sismico, ma non alla trivellazione. E' stato inoltre annunciato l'invio di una quarta nave da ricerca, la Oruc Reis.    Le truppe turche sbarcarono a Cipro nel 1974, in seguito a un tentativo di realizzare la "enosis", l'annessione alla Grecia, in seguito a un colpo di stato dei fascisti greci. L'ingresso della Turchia portò, nel 1983, alla nascita della repubblica di Cipro Nord, riconosciuta solo da Ankara. L'ultimo negoziato, con la Gran Bretagna a mediare tra Ankara e Atene, è fallito nel 2017 in Svizzera.

Migranti: Turchia sospende patto con Ue su rientro rifugiati

Contestualmente il governo turco ha annunciato di aver sospeso l'accordo per la riammissione dei migranti chiuso con l'Unione Europea nel 2016. Una decisione presa in risposta alle sanzioni imposte da Bruxelles contro Ankara per la sua esplorazione del gas nelle acque di Cipro. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, durante un'intervista con la stazione radio TGRT, in cui ha collegato questa misura con le recenti sanzioni e con il fatto che l'UE non ha ancora revocato l'obbligo di visto per i cittadini turchi. Con l'accordo, la Turchia si e' impegnata a riammettere i rifugiati siriani che erano arrivati dalle coste dell'Ue, in cambio di aiuti economici. 

TURCHIA, IL CASO DEI MISSILI E L'AVVICINAMENTO STRATEGICO ALLA RUSSIA

Il tutto pochi giorni dopo l'esplosione del caso missili. Lunghi, lunghissimi mesi costellati di richieste, altolà, avvertimenti, aut aut, ultimatum non sono bastati. Alla fine Ankara ha finalizzato l'acquisto degli S-400, famigerato oggetto della discordia in arrivo direttamente dalla Russia. Un'operazione non solo economica ma soprattutto militare e geopolitica impensabile solo fino a qualche tempo fa. Il secondo esercito più grande della Nato, quello turco appunto, che acquista tecnologia bellica da quello che fino a prova contraria resta il maggior rivale della stessa Alleanza Atlantica.

E invece è successo davvero. Le minacce di sanzioni, che potrebbero avere effetti nefasti su un'economia turca già in grave rallentamento, non sono servite per dissuadere Recep Tayyip Erdogan dal concludere l'affare con Vladimir Putin. Una mossa arrivata dopo che nel 2016 l'amministrazione di Barack Obama si era rifiutata di vendergli i Patriot.

Erdogan che, tra l'altro, ha appena silurato il governatore della banca centrale turca. Ora Ankara è finita ufficialmente fuori dal programma degli F-35. Secondo la Casa Bianca, infatti, gli F-35 non possono coesistere con una piattagorma russa per la raccolta di informazioni di intelligence. I caccia avrebbero dovuto di fatto convivere con i sistemi chiamati a intercettarli, anche se Ankara ha più volte affermato che i sistemi russi non saranno integrati in quelli Nato. Non è bastato. Da qui la contromossa di Washington, che rischia comunque di innescare un insidioso effetto a catena. 

Ankara considera l'esclusione dal programma F-35 come "un danno irreparabile alle nostre relazioni strategiche”, nonostante Washington auspichi una prosecuzione della collaborazione strategica. Il tutto mentre il Cremlino, come si suol dire, "batte sul ferro finché è caldo", offrendo la fornitura di aerei da guerra made in Russia. 

Il rischio ora è che la Turchia, un partner fondamentale per la Nato in un'area così delicata, a cavallo tra Medio Oriente e Maghreb, si allontani per finire sempre di più nell'orbita di Russia e Iran, con le quali collabora da tempo in Siria. Una collaborazione nata quasi all'improvviso, dopo che nel 2015 l'abbattimento di un jet Su-24 russo aveva portato Ankara e Teheran a una crisi diplomatica senza precedenti. Crisi superata repentinamente da Erdogan e Putin, che da allora collaborano in maniera sempre più stretta, tra le altre cose sulla questione curda che ossessiona il presidente turco, il cui obiettivo è quello di rendere il suo paese sempre più autonomo (e più assertivo) a livello militare.

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