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Geopolitica
Usa Russia, scade trattato anti missili Inf. Nuova corsa alle armi con la Cina

Ci siamo davvero. Come previsto negli scorsi mesi, il trattato Inf è ufficialmente scaduto. L'Intermediate Range Nuclear Forces Treaty, sottoscritto l'8 dicembre del 1987 dall'allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbaciov in uno storico vertice a Reykjavik, era stato il caposaldo della fine della guerra fredda tra Washington e Mosca. Ora diventa carta straccia dopo la decisione della Casa Bianca di sfilarsi, subito seguita dal Cremlino. E ora si apre la possibilità, secondo diversi esperti, di una nuova corsa agli armamenti, con però un terzo protagonista: la Cina. Proprio la volontà, soprattutto da parte degli Usa, di includere Pechino in un nuovo accordo sarebbe il vero motivo dietro l'accantonamento dell'Inf. Ma nel frattempo rischia di scatenarsi una guerra fredda 2.0 che dal piano commerciale rischia di spostarsi anche su fronti più strategici e pericolosi.

LA FINE DEL TRATTATO INF TRA USA E RUSSIA

Nel corso di 32 anni il trattato Inf ha portato alla distruzione di 2692 testate americane e sovietiche e mise fine, si sperava per sempre, alle minacce incrociate che avevano tenuto in allarme l'Europa per decenni, con il timore che un conflitto nucleare potesse esplodere da un momento all'altro. Tutto è cambiato lo scorso febbraio, quando Donald Trump ha annunciato il ritiro nel giro di sei mesi dall'accordo nel caso in cui la Russia non avesse inglobato nell'intesa anche un nuovo missile da crociera in grado di trasportare una testata nucleare verso un obiettivo di medio raggio. 

Oggi il trattato Inf non esiste più. La Russia, ha proposto a Stati Uniti e Nato una moratoria sul dispiegamento di forze nucleari a medio raggio, ovvero quegli armamenti previsti nel Trattato Inf, annunciando che si asterrà dal dispiegamento di queste tipologie di missili a meno che non si tratti di una risposta alle misure attuate da altri paesi. Ma contestualmente Mosca ha affermato che quelle che definisce "aspirazioni di supremazia strategica" di Washington aumenteranno i rischi bellici.

I RISCHI DI UN'ESCALATION E I TIMORI DELL'EUROPA 

La possibilità di una nuova escalation di minacce è concreta. E l'Europa, ancora una volta, può diventare il campo di battaglia. La fine dell'accordo coglie il Vecchio Continente in un momento (per la verità assai prolungato) di debolezza, divisioni, egoismi affaristici. E non a caso, subito dopo l'annuncio di Washington, sembra tornare a dividersi seguendo la vecchia logica dei due blocchi. I paesi nordorientali, i più esposti geograficamente e politicamente all'ombra di Mosca, sono i più filostatunitensi. La Lituania, per esempio, ha subito addossato la colpa di quanto avvenuto solo ed esclusivamente alla Russia, accusata di violare i patti. Sulla stessa linea Lettonia, FInlandia e Svezia. Non a caso Lituania e Lettonia potrebbero presto ospitare nuove truppe Nato. Nel frattempo l'Alleanza Atlantica benedice la decisione di Trump, definita "inevitabile". Ma anche Repubblica Ceca e Polonia hanno assunto una posizione fortemente anti russa e anti cinese, tra i più zelanti esecutori del ban di Huawei di Washington. Ursula von der Leyen, la nuova presidente della Commissione Ue, potrebbe portare l'Europa su posizioni ancora più intransigenti nei confronti di Mosca.

L'OBIETTIVO (DIFFICILE) DI TRUMP: INCLUDERE LA CINA IN UN NUOVO TRATTATO

Ma sullo sfondo si staglia un'altra figura, quella della Cina. L'accordo antimissili non include infatti Pechino. D'altronde, nel 1987, quando Reagan e Gorbacev firmarono il trattato, la Cina era ancora un paese sulla faticosa via della ripresa dopo il "secolo della vergogna" e delle dominazioni straniere. Non si poteva certo considerare una superpotenza. 32 anni dopo è tutto cambiato. La vera superpotenza antagonista di Washington non è più Mosca, bensì Pechino. Ecco perché la mossa di Trump è in realtà dettata dalla volontà di includere la Cina in un nuovo trattato antimissilistico. Per decenni la Cina ha potuto investire e ammodernare la propria capacità militare nel disinteresse generale, guadagnando posizioni strategiche nel Sud Est asiatico e nel mar Cinese meridionale, per arrivare fino alle porte del subcontinente indiano e posare i propri scarponi in Africa, con la base in Gibuti, e persino in Sudamerica, con la base in Argentina.

L'ASSCESA MILITARE DELLA CINA

Una necessità utile non tanto (o non solo) per ipotetiche mire espansionistiche o geopolitiche ma soprattutto per la protezione dei propri sempre più numerosi investimenti all'estero e che seguono anche la rotta marittima verso Africa, Europa e Medio Oriente. Basti guardare alle numerose operazioni anti pirateria portate avanti nell'ultimi decennio. La marina cinese si è evoluta a ritmi molto sostenuti negli ultimi anni. Tra il 2015 e il 2021, il budget militare di Pechino aumenterà di circa il 55 per cento passando da 168 a 261 miliardi di dollari. E nello stesso periodo gli investimenti nella marina aumenteranno dell'82 per cento, chiarendo quale sia il settore sul quale il Dragone sente la maggiore necessità di spendere. 

Un focus dimostrato anche in occasione del colossale evento dello scorso 23 aprile a Qingdao per celebrare i 70 anni della marina cinese. Marina che a livello quantitativo ha già superato quella statunitense con circa 400 navi da guerra e sottomarini contro i 288 di Washington. Ma il discorso cambia a livello qualitativo. La flotta a stelle e strisce ha ancora un grande vantaggio di potenza di fuoco e dovrebbe mantenerlo ancora per circa un decennio. Gli Usa hanno 11 portaerei mentre la Cina ne ha solo una, la Liaoning, lanciata nel 2018, e sembra pronta a mandarne in acqua una seconda. Washington ha anche 88 navi da guerra e 69 sottomarini nucleari. Questo non significa che gli Usa possano dormire sonni tranquilli. La Cina sta investendo moltissimo nell'ammodernamento tecnologico della propria flotta e in generale delle proprie forze armate. Entro il 2020 la marina cinese sarà già più potente di quella russa. Senza contare il vantaggio logistico di Pechino che può usare la sua enorme costa nel teatro del Pacifico. Non a caso negli ultimi anni gli Usa hanno evitato di navigare nel Mar Giallo tra la penisola coreana e la terraferma cinese. 

Un recente report del Pentagono sostiene che la Cina aprirà diverse basi militari all'estero nei prossimi anni. Al momento l'unica base militare permanente cinese all'estero è quella di Gibuti, in Africa, paese cruciale per gli interessi commerciali di Pechino per la sua posizione all'imbocco del mar Rosso. Ma secondo il report Usa la Cina ha intenzione di costruire altre basi lungo le direttrici della Belt and Road. Negli scorsi mesi si è parlato molto di un possibile centro militare sul corridoio di Wakhan nell'Afghanistan nord occidentale, ma anche di un altro in Pakistan. Secondo il Washington Post esisterebbe già un avamposto militare in Tagikistan. Ipotesi smentita sia dal governo tagiko sia da quello cinese.

Lo strappo con Mosca potrebbe essere un rischio calcolato da Washington per poter giocare ad armi pari contro Pechino. Calcolato, ma molto rischioso.

twitter11@LorenzoLamperti

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