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Geopolitica
Via della Seta, pressing Usa-Nato sull'Italia. Ma in Cina c'era il rischio D&G

L'espansione, ora un po' meno silenziosa, della Cina. La reazione, sempre più rumorosa, degli Stati Uniti. Sulla Nuova Via della Seta si gioca una partita globale nel quale l'Italia si trova, finalmente o suo malgrado a seconda dei punti di vista, a recitare una parte da protagonista più o meno consapevole. Il memorandum of understanding di adesione alla Belt and Road che sarà firmato, salvo clamorosi colpi di scena, durante la visita del presidente cinese Xi Jinping dei prossimi giorni sta spostando l'attenzione, a causa delle pressioni degli Stati Uniti esercitate in particolare sulla Lega, dai numerosi accordi commerciali con Pechino, affiancando inevitabilmente il discorso politico a quello economico. 

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IL TEMA ECONOMICO - Un fatto è certo. L'Italia è rimasta troppo indietro nelle relazioni commerciali con la Cina. Mentre gli altri paesi europei, Germania in primis ma anche Francia e Regno Unito, stringevano numerosi accordi bilaterali il nostro paese è rimasto fermo, perdendo anche opportunità importanti come quello del porto di Gioia Tauro. Il riavvicinamento commerciale alla Cina allora è cosa buona e giusta, se davvero può riuscire a portare non solo investimenti nel nostro paese ma anche joint venture in paesi terzi e, soprattutto, migliorare l'export nell'immenso mercato interno del gigante asiatico. Una necessità e una possibilità concreta, soprattutto in settori dove l'Italia dovrebbe primeggiare (come il vino) e invece va a ruota di altri produttori europei. La riuscita di questi obiettivi sarà per forza di cose giudicata nel tempo, ma non si può a priori bollare come una cosa negativa la relazione commerciale con la Cina. Certo, in settori strategici come porti e soprattutto telecomunicazioni possono essere prese delle cautele in più, ma le possibilità di raggiungere accordi proficui e vantaggiosi per tutte le parti senza controindicazioni ostative esistono, come dimostra anche il caso del terminal container di Vado Ligure che entrerà in funzione il prossimo dicembre.

IL TEMA POLITICO - Ciò che porta la discussione sul livello politico è l'adesione dell'Italia al memorandum of understanding sulla Belt and Road. Il governo sostiene che si tratti di un puro accordo commerciale non vincolante e non di un trattato internazionale con finalità politiche. Il testo contiene tra l'altro dei richiami ai principi di trasparenza dell'Ue. Il problema principale è la lettura che gli Stati Uniti fanno del progetto cinese, considerato da Washington un progetto con finalità geopolitiche che mette a rischio l'ordine costituito, vale a dire quello diretto da loro. Una lettura che, al di là delle intenzioni italiane e per certi versi anche di quelle cinesi, influenza la portata formale dell'iniziativa di Pechino. La Lega, destinataria delle pressioni degli Usa durante le scorse settimane, si è divisa al suo interno in due fazioni. Una più cauta, capitanata da Giancarlo Giorgetti e Gugliemo Picchi, e l'altra più aperta all'accordo con la Cina. Salvo poi ritrovare l'unità con l'intesa di governo sull'argomento, anche se le cautele sulla sicurezza proseguono, così come proseguono i richiami (tardivi) di Washington. 

IL TEMA GEOPOLITICO - Che cosa vogliono gli Stati Uniti dall'Italia? Che non firmi il memorandum di adesione alla Belt and Road, che vedono quasi come una scelta di campo in un futuro possibile assetto da nuova guerra fredda. O quantomeno che non vengano inclusi settori "strategici" come porti e telecomunicazioni, con priorità per quest'ultimo. Già, perché Washington sa che la sfida tra potenze globali si gioca in larga parte sulla tecnologia e per questo sta da tempo colpendo i giganti cinesi del settore come ZTE prima e, soprattutto, Huawei poi. Agli Stati Uniti conviene far passare la retorica dello scontro tra modelli opposti, perché sanno che più tempo avrà la Cina a disposizione per crescere e più la loro leadership è minacciata. Vero che la guerra sui dazi, specchietto per le allodole di una partita molto più ampia, danneggia entrambi gli attori ma Washington ritiene che quello commerciale sia un rischio che si può correre se così facendo si può riuscire ad arginare la rincorsa cinese, che per il momento resta indietro sul piano militare.  

Che cosa vuole la Cina dall'Italia? Più che le nostre infrastrutture, che hanno comunque una loro importanza strategica, Pechino tiene molto alla firma del memorandum sulla Belt and Road. Il presidente dell'Autorità Portuale di Trieste, Zeno D'Agostino, dopo essersi detto pronto a firmare l'accordo con la China Communications Construction Company (CCCC) ha non a caso dichiarato: "Se non dovesse essere firmato il 'grande' accordo, probabilmente non saranno siglati nemmeno gli accordi di più piccola entità". Per Pechino l'adesione italiana sarebbe un grande successo visto che si tratterebbe del primo paese del G7 a "sposare" l'iniziativa cinese. Un atto formale significativo e che potrebbe portare il progetto di Xi Jinping a un salto di qualità. Il dubbio di alcuni osservatori è: l'Italia ha bisogno di firmare il memorandum per avere quei vantaggi commerciali di cui si parlava in precedenza? Probabilmente sì, ma questo a causa dei rapporti di forza. Senza il ritardo accumulato negli anni rispetto agli altri paesi europei e se Pechino non ci avesse individuato come anello debole del G7 da includere nella Belt and Road la storia sarebbe diversa e chiudere accordi singoli senza la cornice del memorandum, sempre che la si volesse evitare, sarebbe stato più semplice.

NUOVA VIA DELLA SETA, LE INTERVISTE DI AFFARI

Alessia Amighini (Ispi): "Via della Seta, con l'Italia Pechino mira all'Europa. E' un progetto politico. Il no Usa? In ritardo"

Arduino Paniccia: "Usa e Nato chiedono solo sacrifici, ma l'adesione alla Bri è un azzardo"

Marco Zanni (Lega): "Accordo sulla Cina? La Lega frena. "Ok solo se ci sono tutte le tutele"

Cesare Romiti: "Sì all'accordo, entreremo in un mercato immenso"

Giuliano Noci (prorettore del polo territoriale cinese del Politecnico di Milano: "Sì all'accordo, vantaggi su export e joint venture"

Il sottosegretario M5s Fantinati: "Benefici per le imprese, nulla da temere per gli Usa"

Il sottosegretario Di Stefano (M5s): "Enorme opportunità per l'Italia"

Edward Luttwak: "L'Italia non firmi o pagherà grandi costi politici"

Il sottosegretario leghista Rixi: "Accordo con la Cina va fatto, gli Usa devono capire che non possiamo morire di fame"

RISCHI E OPPORTUNITA' PER L'ITALIA - Sul ruolo che in questo scenario globale giocherà l'Italia c'è chi è più pessimista e chi è più ottimista. La differenza la farà il modo in cui verrà firmato il memorandum. In questi giorni si è parlato dei possibili rischi, in un senso o nell'altro. Da una parte la reazione degli Stati Uniti che secondo gli scenari più foschi potrebbero tagliarci fuori dallo scambio di informazioni sensibili o di isolamento all'interno della Nato, con il possibile spettro dazi sui nostri prodotti così come su quelli degli altri partner europei (come la Germania) pronti a collaborare se non con il governo cinese con i colossi delle telecomunicazioni come Huawei. Non solo. C'è anche chi paventa un possibile cambio di atteggiamento delle agenzie di rating Usa nei nostri confronti, con possibile declassamento e innalzamento dello spread.

Dall'altra parte, quando l'adesione al memorandum sembrava in bilico (ora i dubbi sembrano essere definitivamente fugati), c'era chi parlava anche delle possibili conseguenze in Cina. Il possibile canale preferenziale per il nostro export si sarebbe potuto tramutare in un canale bloccato. E se il canale è bloccato, come dimostra il recente caso (del tutto diverso ma comunque significativo) di Dolce & Gabbana, difficilmente si riesce a contare qualcosa sul mercato cinese. In questa visione pessimistica l'Italia sembra essere finita in balìa di due pesi massimi, esposta alle reazioni di uno o dell'altro senza avere un vero potere negoziale né una vera voce in capitolo.

I più ottimisti invece ritengono che l'adesione dell'Italia alla Belt and Road possa essere una grande opportunità per tutti gli attori in campo. Il nostro paese, inserendo i critieri Ue di trasparenza e sostenibilità ambientale e finanziaria, diventerebbe così il promotore di uno sviluppo del progetto cinese secondo criteri più europei. Un aspetto che potrebbe far comodo alla Cina, che deve per forza di cose avere un approccio più morbido e dialettico rispetto a quello avuto in altre aree per far accettare la sua iniziativa dai big europei. Anche a patto di lasciare qualche margine non solo decisionale ma persino manageriale ai partner occidentali, Pechino può riuscire nella grande impresa che le manca: la diffusione di soft power che le potrebbe garantire non solo il riconoscimento a livello internazionale ma anche il raggiungimento degli obiettivi interni per i quali la Belt and Road è stata inizialmente concepita. Secondo gli ottimisti un dialogo più costruttivo tra Italia, Europa e Cina può essere un vantaggio anche per gli Stati Uniti, con l'abbassamento della tensione geopolitica sul progetto cinese che rientrerebbe, agli occhi di Washington, su binari più prettamente commerciali. 

Speranza fondata? Illusione? La risposta arriverà solo dopo la firma.

twitter11@LorenzoLamperti

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