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Politica
Governo verso il “campo minato”: regionali, referendum, legge elettorale

Con l’approvazione del decretone d’agosto che stanzia altri 25 miliardi per finanziare “tutele per l’occupazione, sostegni a lavoratori e imprese, alleggerimento delle scadenze fiscali, aiuti alle regioni, agli enti locali e al Sud” il premier Conte ha voluto soprattutto lanciare un messaggio rassicurante sulla compattezza della maggioranza e sulla tenuta dell’esecutivo in grado di “tirare la fine della legislatura”.

Insomma, il “decreto agosto” serve al Paese alle prese con le conseguenze del Coronavirus e serve, in primis, per puntellare il governo. Governo che – a differenza di quel che sostiene la destra sbandierando una deriva liberticida- non fa vivere gli italiani sotto la cappa di un gulag agli ordini di Conte, che però tira a camparee fra sei settimane potrebbe subire i contraccolpi dell’ election day con le urne aperte in sei regioni e in mille comuni, nonché con la patata bollente del referendum senza quorum che dovrà confermare o rigettare il taglio di 115 senatori e 230 deputati votato dall’attuale maggioranza e con la spada di Damocle della riforma della legge elettorale.

Conte tiene il pallino in manoanche se la maggioranza resta scossa da forti lotte intestine per questioni di linea politica e di beghe personali, con il M5S (appeso nei sondaggi poco sopra il 15%) che rischia la scissione e nel Pd (inchiodato sul 20%) con Zingaretti che, dopo aver evitato il de profundis del partito, rischia la segreteria per i diktat subìti dai grillini ed essersi perduto nei tatticismi senza una strategia politica.

Così il risultato delle urne in Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia può avere ripercussioni sullo stesso governo nazionale – minimo con un rimpasto -  ma è sul referendum sul taglio dei parlamentari che si gioca una partita che riguarda sì i partiti ma soprattutto lo stato e la sorte della democrazia. Dalla fine della prima Repubblica, inneggiando alla esigenza di distruggere la partitocrazia, si è giunti a una partitocrazia senza partiti.

Si è cercato il “nuovo” nella continua semplificazione delle procedure, con conati di riforme istituzionali che hanno impoverito la democrazia accentuando il solco fra cittadini e istituzioni. Questo referendum, oltre a costituire una trovataper distrarre gli italiani dai problemi realioffrendo loro uno “sfogatoio” populista e demagogico, illusorio quanto pericoloso, è l’ultimo atto di quella ideologia dell’anti-politica di cui dai suoi inizi si è fatto portatore il M5S, oggi in gran parte supinamente accettata dal Partito democratico.

Ciò per mantenere in piedi una maggioranza di governo forzatache trova la sua ragion d’essere nel tener fuori da Palazzo Chigi Salvini e il centrodestra. Di più. E’ un nuovo tassello di una strategia iniziata con l’elezione diretta dei Sindaci che puntava e punta a dimostrare l’inutilitàdelle “assemblee elettive”, intese come fardello. Così, si è giunti al sindaco “star” e “fattuttone” (alcuni si considerano dei “podestà” svincolati dai consigli comunali) e ai presidenti regionali “arroganti”, governatori alla guisa di ducetti.

La stessa pandemia ha accentuato, specie in alcune regioni, questi caratteri di accentramento dei poteri – i presidenti sono diventati più autoritari, non più autorevoli -  spingendo sempre più verso “l’Italia delle repubblichette”. M5S e Pd in primis – ma ciò vale anche per gli altri partiti di maggioranza e di opposizione – incarnano una vocazione estremista-populista della politica e non una posizione moderata-riformista. Si è giunti a una irrisolta contraddittorietà delle prospettive.

Da un lato la convinzione che tutto si risolva con la riduzione verticistica della complessità democratica, dall’altro il ruolo dominante dei partiti-azienda nelle logiche di coalizione per il potere incentrate nello slogan: “il nemico del mio nemico è mio amico”. Insomma, un conto è eliminare privilegi e ridurre gli stipendi dei parlamentari, un altro è la sforbiciata spropositata dei parlamentari, con l’ulteriore declassamento del Parlamento e il consolidamento oligarchico di quelle“caste partitocratiche”. Caso mai il problema è la selezione e la formazione dei gruppi dirigenti e delle leadership e delle liste bloccateche consentono alle segreterie dei partiti di imporre i parlamentari formando così il Parlamento di “nominati”.

C’è di più. Nel Partito democratico sale la protesta contro la segreteria incartata su una riforma inutile perdendosi dietro alla demagogica e qualunquistica linea dei 5Stelle. Così Zingaretti alza la voce e in cambio pretende dagli alleati grillini il placet per cambiare la legge elettorale in senso proporzionale, votandola prima del 20 settembre almeno in un ramo del Parlamento. Con il nietdi Renzi i conti non tornano, per cui, nel classico gioco dell’oca, si ricomincia. Ovvio che non si sceglie una legge elettorale per il bene del Paese ma per salvaguardare gli interessi di partito e delle rispettive leadership. Insomma, una legge ad uso e consumo di chi comanda e di chi quel potere non vuole cedere.  

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