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Politica
bersani renzi

di Adriana Santacroce

Mala tempora currunt per il Pd. Non solo per le spaccature sbandierate da capogruppo ed ex capogruppo.  Ma, soprattutto, per le manovre di successione che, zitte zitte, si stanno consumando alle spalle del segretario.
Speranza e Franceschini hanno aperto a Berlusconi, è vero, ma non hanno tradito Bersani per il progetto di governo. L'ex segretario dice che bisogna collaborare con il Pdl e vincere il complesso di superiorità. Ma non parla di larghe intese né di governissimo. Solo di esecutivo di transizione, senza dire con chi. Le riforme si fanno insieme, in buona sostanza, senza la puzza sotto il naso, mentre il governo no. O almeno non è chiaro. Il capogruppo dice più o meno lo stesso. Berlusconi è legittimato dai voti che non sono di serie B (quindi dialogo per le riforme) ma il governo deve essere di cambiamento (quindi senza Berlusconi).
Quello che cambia, in sintesi, è l'approccio con Berlusconi.
Lo sdoganamento del Cavaliere apre a uno scenario diverso da quello disegnato dal Segretario. E chi parla di ineleggibilità, a questo punto, rimane sempre più isolato. Berlusconi è stato eletto e ha governato più volte. Il tentativo di corteggiamento dei 5stelle sui temi giustizialistici, è fallito e il partito deve decidere, ufficialmente, cosa è il Cavaliere. O un pericoloso delinquente o il capo di uno schieramento avverso (Veltroni docet), con una storia giudiziaria complessa, ma legittimato a fare quello che fa.
Il nodo da sciogliere, a questo punto, è con chi pensa di governare Bersani. Tutti gli abbiamo dato del folle per la sua richiesta insistente di andare alle Camere a chiedere la fiducia quando, mentre Grillo ripeteva che non gli avrebbe dato i voti, di fronte all'evidenza aritmetica non ne aveva i numeri. Per ultimo Napolitano, che non ha giudicato 'risolutive' le sue consultazioni. Ma forse abbiamo sbagliato noi. Forse lui sa di averli quei 16 senatori. Forse tra autonomie, responsabili e qualche grillino dissidente ci arriverebbe. Forse, qualcuno uscirebbe dall'aula. E lui lo sa. E il suo governo potrebbe partire. Ma che esecutivo sarebbe? Di nuovo come nel 2006? Ancora ostaggio di quei pochi che condizionerebbero il Paese ad ogni colpo di tosse?
Bersani ci crede ma in quanti nel suo partito la pensano ancora davvero così? Renzi no di certo, lo sappiamo. La sua è stata una vera apertura a un possibile governo con il Pdl con tre o quattro obbiettivi precisi. Renzi vuole la leadership del partito, non è una novità. Traghettandolo in un'area riformista dove il tintinnio delle manette non è più di casa. Fumo negli occhi per gli ortodossi, certo. Ma sintomo, sempre di più, di quell'anima del Pd che non vuole più stare a tacere. L'ospitata ad Amici con il giubbotto di pelle indica, ancora una volta, la ricerca di consenso in aree finora trascurate, anzi snobbate, dal Pd. E in questo il sindaco si dimostra, ancora, strategico.
Ma la vera novità è un'altra. Da ieri è comparso pubblicamente anche il ministro Barca che, ospite dell'Annunziata, con la sua 'mobilitazione cognitiva', è entrato a far parte degli aspiranti delfini del Pd. Preparato, intelligente, bravo comunicatore. Se sopravvive al consueto auto cannibalismo del partito potrebbe essere un'altra risorsa. Non ambisco alla segreteria, ha detto, ma a entrare nel gruppo dirigente. Fatto sta che è da diversi giorni che si parla di lui come possibile avversario di Renzi alle prossime primarie. Come erede dell'anima più sinistrorsa del partito e più vicina alla linea del segretario e dei 'giovani turchi'. Un avversario per Renzi. Bene, no? Non esattamente. Perché, se ci pensiamo, il quadro è davvero paradossale. Mentre il segretario cerca di creare il suo governo che, almeno nelle aspirazioni, vuole cambiare l'Italia, altri preparano la sua successione. Strano partito. Non fai neanche in tempo ad avere la fiducia che già ti preparano la fossa. Tra primarie, congressi e direzioni in streaming il Pd ha sicuramente un alto tasso di partecipazione. E tutto questo movimento, sicuramente, rende più vivo il partito. Che, però, perde, definitivamente, la sua identità. O il Pd crede davvero al suo segretario e lo sostiene o non ci crede, e allora lo esautora e apre alla sua successione. Ma sentire che Bersani vuole andare alle Camere per la fiducia e, contemporaneamente, vedere sfilare i suoi delfini per le trasmissioni tv è, francamente, un po' troppo. Anche gli elettori nel loro piccolo si stancano.  E ho usato un termine gentile.

 

 

 

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