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Politica

Nel 1951 il film "Un posto al sole", oltre ad essere ricoperto di Oscar, fece una grande impressione. Soprattutto sugli spettatori giovani. Vi si narrava la storia di un delicato, pensoso e fascinosissimo Montgomery Clift che prima sposava una vagamente bovina Shelley Winters, poi si innamorava, ricambiato, di una Elizabeth Taylor di sfolgorante bellezza, ricca e di alta classe, e per averla si liberava della moglie uccidendola. Processato, era infine condannato a morte. Non per niente il romanzo (di Theodor Dreiser) da cui era tratto il soggetto era intitolato "Una tragedia americana".

Il fascino doloroso del film, oltre che dalla sua qualità e dalla sorpresa di non avere il happy ending cui si era abituati, nasceva dalla tristezza di vedere risolversi in delitto e morte una storia d'amore e di ambizione. Non si poteva dimenticare che, se il personaggio di Clift fosse appartenuto allo stesso mondo privilegiato della protagonista, quell'amore avrebbe avuto uno sviluppo normale. Quando invece si nasce poveri, o si è invischiati in una situazione senza uscita, in cui magari ci si è messi per storditaggine, si è prigionieri a vita, discriminati ed esclusi senza speranza. Montgomery Clift, nel film, voleva la sua parte di felicità. La voleva ad ogni costo. La voleva anche attraverso il delitto. E questo è imperdonabile. La condanna a morte non fu un'ingiustizia, nel suo caso. Ma lo stesso si ha una stretta al cuore, pensando a tutti coloro che la vita ha maltrattato e maltratta: il ragazzo povero che avrebbe amato studiare ma che i genitori hanno costretto a lavorare; il minorato; lo storpio innamorato; la ragazza che un farabutto ha distrattamente messo incinta e la cui vita sarà tutta nel segno di questo errore.

Non si può evitare un sentimento di pietà per chi ha combattuto contro una sfortuna pesante come una maledizione. Anche quando lo ha fatto nel modo sbagliato. Ma ciò non impedisce che sia giusto fargli pagare il prezzo di questo "modo sbagliato". L'uxoricida del film meritava la morte.

Queste considerazioni tornano in mente a proposito del caso di Oscar Giannino. Ecco un uomo di valore che tiene a mostrarsi uomo di valore e grande competente di economia. Che tiene a distanziarsi dal volgo conformista e banale perfino attraverso il vestiario, con ciò riprendendo il modulo del dandy di tanti decenni fa. E che tuttavia commette il peccato di "eccesso", l'hybris dei greci. Non gli è bastato arrivare alla notorietà nazionale; non gli è bastato avere fondato un partito che forse avrebbe avuto la forza di far perdere il Pdl in Lombardia; non gli è bastato di essere effettivamente stimato e perfino temuto come economista; ha ceduto allo stupido conformismo - lui dandy! - di dare importanza ai titoli di studio. Fino ad inventarsene tre: due lauree ed un master. Come fossero due ghette e una cravatta indispensabili per l'abbigliamento del giorno. Che tristezza. Solo un non laureato poteva dare tanta importanza alla laurea da inventarsela.
Non si sa ancora come finirà il suo partitino, né quale sarà la sorte politica e professionale dello stesso Giannino. Per fortuna le supposte lauree non gli sono servite per un concorso o un posto pubblico: saremmo al reato da codice penale. Ma politicamente la zappa che si è dato sui piedi è assolutamente micidiale. Come prendere sul serio, al momento di discutere dei massimi problemi dello Stato, un bambino che nega di avere rubato la marmellata mentre ne ha ancora la bocca tutta impiastricciata?

Giannino ha tutta la nostra pietà, ma per conservarla farebbe bene a sparire.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
 

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