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Politica

In questi giorni il Presidente del Consiglio ha dichiarato al G8 che “i conti dell’Italia sono a posto”. A prescindere dalla Realpolitik e dal contesto internazionale, in cui è probabilmente giusto dare una visione ottimistica della realtà , bisogna dire agli Italiani che, se anche i conti dello Stato fossero a posto, principalmente perché abbiamo nascosto “la polvere sotto il tappeto”, la situazione “reale” del Paese continua invece a deteriorarsi. L’Italia rimane un Paese ricco ma ingiusto, inefficiente, corporativo, conservatore e, di conseguenza, in continuo declino. L’economia italiana ha un rapporto sbilanciato tra un privato che produce sempre meno valore e un pubblico sempre più impegnato a distruggerlo. Lo Stato italiano è in grande difficoltà, stretto tra i vincoli di bilancio, gli interessi personali della dirigenza e l’incapacità di essere attrattivo e collaborativo nei confronti di imprese e cittadini. Il livello di tassazione necessario a mantenere la spesa pubblica più costosa, inefficiente e ingiusta del Mondo è sempre più soffocante. Un anno di governo dei tecnici non ha invertito la tendenza, ma ha probabilmente fatto aumentare la resistenza del Sistema e la sua chiusura difensiva. L’Amministrazione Pubblica rimane bloccata dalla burocrazia e da leggi che, apparentemente neutre e giuste, fanno invece il gioco di alcuni a danno di altri. Lo Stato italiano e le sue propaggini, oltre a controllare, vessare e inghiottire la vita economica del Paese, stenta a produrre quelle infrastrutture e quei servizi indispensabili alla crescita e al progresso e rimane principalmente un sistema di welfare.

Proprio così: l’ammontare degli stipendi pubblici serve in gran parte a mantenere la coesione sociale e una montagna di privilegi. Spesso si parla di reddito di cittadinanza e della necessità di introdurlo, dimenticandosi che gli stipendi pubblici sono già una sorta di pensione sociale che tuttavia registra tassi d’ingiustizia impressionanti. Innanzitutto non è corretto che con il blocco del turnover tutta una generazione non acceda a questa “pensione sociale”, ma anzi debba sopportarne la tassazione conseguente. Secondariamente se la maggior parte di queste “pensioni” sono bassissime e insufficienti per vivere, ci sono ampie parti della burocrazia pubblica che percepiscono stipendi faraonici se considerato che il loro ruolo è solo quello di “passare carte” da un ufficio all’altro. In terzo luogo, l’inamovibilità di questo “capitale” economico, professionale e intellettuale, dovuta alla legislazione sul lavoro esistente, impedisce il cambiamento di marcia necessario a rendere più efficiente e giusta la spesa dello Stato. E il privato? Il privato si nasconde nella capacità di “occultare” risorse e, specchiandosi nel pubblico, riproduce la stessa immagine di privilegi, conservazione e snobismo. Come se ne esce? Chi sostiene che lo Stato debba concentrare la spesa pubblica in investimenti produttivi, dimentica che la sua spesa è poco produttiva e assistenzialista per ragioni strutturali. Chi sostiene di diminuire la spesa pubblica con tagli al welfare e alla spesa dello Stato dimentica che insieme ai privilegi e alle inefficienze si tagliano, soprattutto se si agisce in modo lineare, fondi indispensabili a garantire giustizia, equità e sostegno ad ampie fasce della popolazione. Chi sostiene di aumentare il deficit dimentica che, oltre ad irritare i nostri partner europei, amputiamo le gambe al futuro del Paese e ci rendiamo meno attrattivi e competitivi all’estero. Sull’uscita equilibrata da questo “stallo messicano” si gioca il futuro del Paese. Questi sono i problemi reali. Hanno una genesi lunga e sono destinati ad andare lontano. Tanto vale provare a risolverli veramente.

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