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Politica

Se si cerca in un buon dizionario inglese il significato  di "deadlock" si trova questa traduzione: "situazione insolubile, punto morto". Ed è una buona occasione per descrivere le prospettive dell'Italia con una sola parola.
Non è un pessimismo snobistico: è la constatazione che, mentre in tante altre occasioni elettorali si è potuto sperare che vincesse una fazione o almeno che non vincesse un'altra fazione - perché dalla prima ci si poteva aspettare qualcosa di buono e dalla seconda qualcosa di cattivo - stavolta mancano ambedue le prospettive. Manca un progetto salvifico e persino un progetto nocivo.

Per quanto riguarda le tasse, c'è chi dice che bisognerebbe ridurle e che si può farlo. Lo dice persino Mario Monti. E c'è chi dice che parlare di riduzione delle tasse nella situazione attuale è da incoscienti. Chi ha ragione? Nessuno. O, se si vuole, tutti. Nel senso che, se non si abbassa la pressione fiscale, il Paese rischia di avvitarsi in una recessione sempre più grave; ma, se si abbassa la pressione fiscale, il Paese potrebbe essere vittima di un attacco borsistico capace di far scoppiare l'euro. Ecco il primo punto morto: l'Italia è come qualcuno che sta sul bordo del burrone mentre arrivano le fiamme dell'incendio. Se salta, si sfracella, se sta fermo rimane bruciato.

Il peso degli interessi del nostro astronomico debito pubblico ammonta a settanta-ottanta miliardi di euro l'anno. Questo significa che se oggi l'Italia non dovesse pagare questo tributo all'incoscienza dei governanti del lontano passato, sarebbe un Paese prospero e sereno. Ma il debito è lì, gli interessi vanno pagati e nessuno ci mette al riparo di una nuova e disastrosa fiammata del differenziale con i Bund tedeschi. E allora è ovvio che bisognerebbe diminuirlo o eliminarlo, quel debito. Ma purtroppo non c'è nessun modo per farlo. Basti vedere che, malgrado la politica pressoché demenziale del governo Monti in materia di fisco, quel debito è aumentato invece di diminuire. Né si può dire che altri avrebbe fatto meglio: quel debito, anche se con un procedimento a denti di sega, nel complesso è andato sempre aumentando.

Qualcuno pensa a soluzioni chirurgiche, anzi traumatiche. Per esempio non pagare i creditori. Purtroppo sarebbe una tale catastrofe che, a parere di tutti, è meglio continuare a pagare gli interessi. Qualcun altro parla di una politica di risparmi enormi dello Stato, coniugati con un lungo periodo di grande espansione economica. In questo modo il rapporto debito/pil cambierebbe, da un lato perché si rimborsano più titoli di quanti se ne emettono, dall'altro perché, aumentando il pil, il debito diminuisce in proporzione ad esso. Bel progetto. Ma come ottenere l'aumento del pil, se le tasse non si possono diminuire, o se, diminuendole, si può innescare una catastrofe non in un lontano futuro, ma immediatamente? E soprattutto, come diminuire le spese dello Stato se alcune sono fisse e immodificabili (le pensioni, la scuola) e altre sono tali che la loro limitazione allarmerebbe i cittadini al di là del tollerabile (la sanità)? Mentre a parole tutti sono per un netto taglio delle spese e degli sprechi (gli sprechi sono i soldi che vanno agli altri) quando poi si parla di un provvedimento in concreto tutti, - i sindacati, i giornali, i partiti e perfino la Chiesa - insorgono come un sol uomo. Può un governo andare contro l'intero popolo italiano?

Ecco perché si parla di deadlock: perché se il centrosinistra vince  e continua la politica attuale, non è detto che ci salveremo dal disastro. Ed anzi potrebbe anche darsi che la situazione di recessione, disoccupazione e scoraggiamento addirittura peggiori. Se vincesse Berlusconi (cosa improbabile, ma bisogna fare tutte le ipotesi) o si rimangerebbe tutte le promesse, e saremmo nella situazione appena descritta per il centrosinistra, oppure cercherebbe di applicare le sue ricette e forse provocherebbe il disastro finale immediatamente, invece che in un incerto futuro. Né migliori soluzioni offrono tutti gli altri, a cominciare da Monti che ha, come solo progetto serio, quello di tornare lui personalmente a Palazzo Chigi.

Per una volta si può essere indifferenti al risultato delle elezioni. Nessuno sa che cosa fare e comunque, anche se l'Italia non facesse niente di sbagliato, la situazione potrebbe precipitare autonomamente per una crisi economica internazionale, oggi tutt'altro che assurda.
Forse non ci rimane che fare come il Papa durante la battaglia di Lepanto: pregare.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 

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