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Politica
La data delle elezioni amministrative? Paradossale storia da vecchia politica

Manca una settimana all'8 Giugno. Manca una settimana all'ultima puntata di una storia che poteva essere una normale e legittima discussione intorno ad una scelta difficile di una finestra per svolgere in sicurezza dai rischi di contagio le elezioni regionali e amministrative che avrebbero dovuto vedere la loro celebrazione tra fine maggio e inizio giugno. Invece è diventata una storia di quella cara vecchia politica che in parte speravano molti italiani che la pandemia avrebbe portato via per adeguarsi ad un nuovo mondo diviso tra paura per la salute e paura per la sopravvivenza economica.

Intorno alla scelta della data del voto si sono concentrate tutte le più classiche pessime abitudini della politica autoreferenziale a autointeressata, con l'alibi straordinario della protezione dai rischi di contagio da Covid-19 e per qualcuno anche dei rischi di danni economici o social prodotti dalla campagna elettorale, dalla raccolta firme, dal voto stesso o da quei terribili contagiatori che secondo qualcuno potevano o potrebbero essere i candidati consiglieri regionali o comunali rispetto a candidati Sindaci o Presidenti magicamente "immuni". 

Mettiamo in fila tutte le operazioni che si sono giocate fino ad oggi sulla data del voto 2020. Dando naturalmente per legittima e sacrosanta la preoccupazione del Governo di dover cercare una finestra che in primo luogo segua i consigli del Comitato tecnico-scientifico rispetto ai tempi con cui il voto avvenga in un periodo a minor rischio di ripresa dei contagi e in secondo luogo crei meno problemi rispetto a ripartenza economica e sociale, che per esempio sarebbe più complicata se le elezioni ostruissero l'apertura delle scuole.

Prima operazione che si è giocata sulla data del voto in assoluto è quella della migliore condizione in cui far competere gli uscenti, siano essi Sindaci o soprattutto Presidenti di Regione. Tutto lo scontro tra i Presidenti di Regione e il Governo, arrivato anche alla lettera inviata al Presidente della Repubblica, sul voto a luglio o al limite sulla convergenza con il Governo sul voto il 6 Settembre riguarda soprattutto il clima di campagna elettorale che il voto accelerato favorisce. Prima si vota e più la campagna si gioca sul terreno di come si è gestita l'emergenza sanitaria. Più tardi si vota e più la campagna incrocia il tema della salute con quello complesso e non necessariamente facile per gli uscenti della crisi economica e sociale generata dalla pandemia.

Non solo. Il voto più vicino prima di Agosto (oggi sostanzialmente quasi impossibile con i tempi) o ai primi di Settembre (con in mezzo appunto le vacanze per una parte di cittadini) tende a favorire candidati già forti e noti e in questo gli uscenti sono quelli che hanno per esposizione mediatica e comunicativa negli anni e in particolare durante l'emergenza fase 1 e inizio fase 2 sono i più calzanti.

Seconda operazione che si gioca sulla data è la possibile ridiscussione delle candidature già presentate prima del lock down. Come abbiamo letto in questi giorni anche su Affari Italiani diverse Regioni avevano candidati consolidati che oggi sono oggetto di ipotesi alternative come in Puglia, come in Campania, come in Toscana e non solo. L'altalena sulle date ha infatti portato alcuni partiti a ripensare le candidature in funzione delle tempistiche a disposizione per affrontare la campagna in modo efficace e magari anche della gestione avuta dai candidati nella fase di emergenza che abbiamo attraversato.

Tornando al primo punto, questo tema del possibile cambiamento dei candidati si collega anche in parte ai vantaggi di posizione che possono aver acquisito o meno i candidati uscenti proprio nella gestione dell'emergenza.

Terza operazione definita dalla data del voto è quella delle regole del gioco. Prima c'è stato (e non era una voce ma erano atti reali rivendicati da parlamentari) il tentativo di eliminare le preferenze per i consiglieri regionali e che potenzialmente poteva arrivare anche all'eliminazione di quelle per i consiglieri comunali, in quanto attori di campagne elettorali presunte come troppo contagiose per l'esigenza di raccogliere preferenze con assembramenti. Fallita questa operazione è almeno riuscita quella della riduzione significativa del numero di firme necessarie per la presentazione delle liste elettorali. Sempre in una chiave di ridimensionamento delle attività elettorali a rischio contagio.

Quarta operazione infine è quella di contenuto e quindi di messaggio elettorale giocato intorno alla data. Chi ha fatto campagna per le elezioni subito ha sposato questa questione con la campagna per le riaperture subito. Il voto è diventato uno degli elementi di normalità che si è scelto di sostenere come necessario per chi vuole dare un segno di ripartenza sociale ed economica e non più di paura. E chi, come il Governo o come una parte dei partiti e delle istituzioni, hanno sostenuto e sostengono la scelta più prudente rispetto al contagio hanno invece giocato con più forza la carta della salute rispetto a quella della ripresa.

In tutto questo poi c'è una possibile quinta vittima collaterale che normalmente dovrebbe essere centrale. Si chiama partecipazione elettorale e si legge in questo caso come astensione. Astensione che rischia di essere significativa se si votasse a fine luglio o ai primi di settembre durante un periodo per alcuni cittadini di vacanza e con poco tempo per una campagna elettorale molto strutturata (soprattutto per gli sfidanti nuovi). Astensione che rischia di essere elevata anche per il clima di disagio sociale che si vivrebbe e si vive per motivi diversi sia che si voti presto che più tardi e ovviamente ancora di più se si votasse a Ottobre già dentro la presunta fase di ritorno del contagio.

Astensione potenzialmente alta anche per l'ennesima prova di litigiosità data dalla politica per una scelta che in teoria a leggere le reazioni social e non solo doveva essere molto più unitaria, viste le molte altre priorità sociali e economiche e sanitarie che si devono e si dovranno affrontare. Ma anche in questo caso possiamo anche immaginare che in un anno così difficile l'astensione sia anche una parte della campagna elettorale e non solo una eventualità negativa. In alcuni casi, come in Emilia Romagna prima della pandemia, le elezioni sono decise da un ritorno al voto significativo. In altri casi il risultato elettorale potrebbe essere deciso da azioni (tra le quali quelle giocate intorno alla data del voto) che incentivano o determinano come danno collaterale un aumento della fuga dal voto.

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