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Politica

di Adriana Santacroce

Il governo Letta non è un governo di sinistra. A prescindere, anche, dalla compagine assortita che lo sostiene, non ha fatto nulla che, idealmente o nei contenuti, si rispecchi in istanze sociali o di solidarietà. A partire dalla cancellazione dell'imu per tutti nel 2013. Operazione chiesta sotto minaccia dal Pdl, criticata dalla sinistra ma poi portata avanti dal suo Governo. Non è un Governo di destra. Lo dimostra l'esistenza di un ministro dell'integrazione, di colore per di più, che ripete in continuazione di voler cancellare la Bossi Fini e di voler applicare lo ius soli. Proposta più ideologica che utile, in questo periodo soprattutto. Resta l'ultima ipotesi. Il Governo Letta è un governo di riforme, di largo respiro e quindi con una forte capacità di innovazione e risoluzione dei problemi. Non è così. Letta ha promesso tante riforme e l'uscita dalla crisi, o almeno l'inizio. Ma così non è stato. Per la legge elettorale siamo in alto mare, sui costi della politica si è fatto poco o niente. Sono stati pagati parte dei debiti alle imprese, è vero. Ma il pasticcio dell'imu per cui ancora oggi, 2 dicembre, non sappiamo se c'è la copertura della prima rata, dimostra solo una superficialità fatta di annunci e non di fatti. La disoccupazione è salita a livelli massimi e il timido tentativo di diminuire il cuneo fiscale è stato devastato dalle critiche delle imprese e dei lavoratori.

Enrico Letta potrebbe militare nel Pd, come in Scelta Civica, come nel NCD. Mi spiace dirlo ma il premier è incolore, privo di consistenza. Senza quel carattere che avrebbe potuto portarlo, sì, sulla via delle riforme. Invece niente. Si vivacchia. Con tutti, dalle aziende, ai sindacati, all'opinione pubblica sul piede di guerra. L'avallo di Napolitano e di un'inafferrabile Bruxelles non sono più sufficienti. Nel Paese sta montando un sentimento enti-euro e rigore che, poco alla volta, comincia a essere cavalcato dai partiti più scaltri. E la difesa del "ci vuole più Europa" non tiene di più di fronte alle fabbriche che chiudono ogni giorno.

In questo scenario Renzi può solo incalzare il Governo. Ma deve stare molto attento. Se si mette di traverso, come teme Alfano, e lo indebolisce subito dopo l'8 dicembre, rischia la critica frontale: il Pd è inaffidabile, si muove solo a seconda dell'ambizione dei suoi segretari. Se lascia fare il merito eventuale, secondo me remoto, di qualche successo sarà figlio solo del premier, e indipendente da lui. Se fa troppo l'amicone con il NCD presta il fianco a chi gli dice che non è di sinistra. Se lo contesta troppo viene accusato di personalismo. La strada è stretta per il sindaco. L'intervista concessa a Repubblica ieri, comunque, lo mostra abbastanza in equilibrio. Pochi obbiettivi ma chiari. Se il governo li raggiunge, bene. Altrimenti tutti a casa.

È forte sui costi della politica e sulle riforme Renzi. E ha la lucidità necessaria per mettere di fronte il governo alle sue inefficienze. A mio avviso, però, deve acquisire un'identità più definita nelle sue proposte economiche nei confronti dell'Europa. Chi si muove per far cadere il governo, Grillo e Berlusconi, hanno scelto il filone antieuropeo e anti austerità. E avranno gioco facile nel raggiungere un mare di consensi. Dire "usciamo dall'euro e così ci riprendiamo la nostra sovranità e saremo salvi" funziona. In tanti, sempre di più, la ritengono la soluzione. Ma il sindaco deve percorrere una strada più stretta. Ancora una volta. La necessità dello stare in Europa deve essere declinata in una politica di crescita e di svolta. E su questo Renzi non ha indicato come. Ha parlato di Job act, di attrarre gli investitori stranieri, di regole sul lavoro più semplici. Bene. Ma non basta. Per evitare che anche il suo programma diventi un mega annuncio, come quello di Letta, deve assumere un'identità chiara e un colore, che piaccia a tanti e scontenti qualcuno. Che possa funzionare senza essere demagogico.

È difficile sottostare al rigore europeo e, allo stesso tempo, far crescere il Paese. Ma bisogna riuscirci. Lo spettro del 3% del deficit può essere aggirato. Ma bisogna portare avanti un serio piano di riduzione del debito raggiungibile solo con ampi tagli della spesa improduttiva e dismissioni che non siano svendite. Ci dica come e diventerà quello statista che tutti aspettiamo. E che potrà dare il sapore, o l'ultima spallata, al capo del Governo.

twitter @AdriSantacroce

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