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Politica

Cosa direbbe un medico chirurgo se qualcuno si svegliasse una mattina e pretendesse di ricoprirne il ruolo in sala operatoria, senza alcuna preparazione? E soprattutto, cosa ne direbbe il paziente sotto i ferri???

Surreale, assurdo, persino pericoloso, no? Per quale motivo allora nella Pubblica Amministrazione e nelle società partecipate che amministrano servizi pubblici capita spesso che la politica pretenda di gestirne l’ambito prettamente tecnico? Paragone, un po’ forte, ma analizziamo un po’ la questione.

Nella P.A. gli organi di Governance sono appannaggio della politica e hanno il compito di programmare, dare obiettivi e vigilare sui risultati. Gli organi operativi invece hanno una funzione gestionale, volta a raggiungere gli obiettivi assegnati, nel rispetto del cittadino. Se nei ruoli istituzionali (Presidenza, Consigli di Amministrazione, etc.) la “linea politica” è fondamentale, così come lo sono una Vision precisa e soluzioni differenti, legittimate dal consenso degli elettori, nei ruoli tecnici/operativi ciò che conta è la soluzione ottimale, quella risposta in grado di rispondere ai bisogni del cittadino.

Esattamente come nel caso – volutamente provocatorio - del medico chirurgo, l’invasione di ambiti gestionali da parte della politica può essere negativa per l’Amministrazione stessa, per il Cittadino e per un’intera Nazione che voglia dirsi civile.

In primis, le competenze e le esperienze richieste per ricoprire un ruolo tecnico sono molto diverse da quelle che si maturano nel corso di una formazione politica. Oltretutto il rischio è anche quello di frustrare le legittime ambizioni e aspettative dei dirigenti pubblici, che si sono preparati e hanno investito per ricoprire quel ruolo. Sono in gioco questioni legate alla giustizia sociale e al merito, per cui dobbiamo affidare le attività pubbliche a chi si è preparato e ha investito tempo ed energie per svolgerle nel miglior modo possibile.

In secondo luogo, solo un’esperienza maturata sul campo è in grado di generare una performance efficace e un dirigente pubblico dovrebbe avere la capacità di trovare una soluzione tecnicamente ottimale. E’ chiaro che possono esserci casi in cui un “non tecnico” raggiunga prima un obiettivo, ma si tratta sempre della famosa “eccezione che conferma la regola”.

Infine, c’è un terzo motivo, ancora più serio, per cui il ruolo di dirigente pubblico non può essere ricoperto da un politico. E’ il criterio di imparzialità della Pubblica Amministrazione. Una regola a garanzia che ogni cittadino, indipendentemente dalle opinioni personali o dal credo politico, debba ricevere lo stesso trattamento, così come ogni dipendente di una società pubblica non possa essere discriminato rispetto ad altri per la sua fede politica. Persino se la gestione fosse affidata al politico più illuminato d’Italia, ogni sua scelta genererebbe – o dovrebbe generare – dubbi sulla reputazione dell’ente pubblico stesso!

Altro capitolo delicato sono le “assunzioni facili” nelle Amministrazioni Pubbliche, che sottraggono risorse ad altri capitoli di spesa (assistenza sociale, sanità, infrastrutture, diminuzione del carico fiscale), oltre a danneggiare i cittadini stessi. Nell’immaginario collettivo infatti spesso la P.A. è associata agli ammortizzatori sociali: se lo Stato dovesse licenziare dei dipendenti, questo provocherebbe una sorta di macelleria sociale, con conseguente calo dei consumi e contrazione dell’economia! Un ragionamento tanto sbagliato quanto dannoso per la collettività.

La spesa per i dipendenti pubblici non va ridotta in automatico, non è in eccesso rispetto agli altri Paesi europei, però è necessario valorizzare il lavoro di quei dipendenti pubblici che si rivelano competenti e produttivi, distaccandosi dal mero concetto di ammortizzatore sociale. Tra l’altro, senza entrare nei dettagli, distinguere tra le due tipologie è abbastanza semplice e ci sono organi di valutazione e tecniche specifiche in grado di fornire indicazioni precise: la workload analysis, l’analisi delle competenze, etc.

I “lavori sociali” possono deformare il Mercato del Lavoro in termini di “valore”, innalzandolo o abbassandolo, senza un giusto motivo e impedendo ad alcuni di entrarvi. Le dinamiche fortemente egualitarie dei contratti di lavoro del Pubblico Impiego rischiano di disincentivare i più produttivi a lavorare meglio, creando una situazione addirittura paradossale. E ancora, la loro bassa performance si traduce in un servizio mediocre al cittadino, che si ritrova a subire disagi economici, con la conseguente creazione di una cattiva reputazione legata a tutto il settore pubblico.

Sarebbe raccomandabile sostituire questi “lavori sociali” con forme di reddito minimo garantito e altri meccanismi di assistenza e supporto, che non vadano ad intaccare le dinamiche del mercato. E’ fondamentale, soprattutto in tempi di crisi e incertezze, dare il giusto valore al lavoro, ai lavoratori e al merito individuale. Ed è fondamentale dare il giusto nome alle cose e il giusto ruolo alle persone, se vogliamo diventare una democrazia moderna a tutti gli effetti.

Nicolò Boggian

Tags:
pubblica amministrazione
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