Monti premier deciso un anno fa. Napolitano e D'Alema furono gli sponsor

Mario Monti premier? A saper leggere i segnali provenienti dal mondo della politica e dell'economia lo si poteva già immaginare molti mesi fa. Come quando a febbraio 2011 Affari scrisse un articolo premonitore a seguito della commemorazione di Tommaso Padoa Schioppa a cui parteciparono, tra gli altri, anche Massimo D'Alema (l'Andreotti della sinistra, sempre presente nei giochi del potere) e Giorgio Napolitano, sponsor del futuro Presidente del Consiglio. A fare gli onori di casa, alla Bocconi, c'era proprio Mario Monti che si intrattenne in fitti conciliaboli con i due. L'evento passò inosservato a tutti, ma non al direttore di Affari, che in un editoriale lanciò il progetto Monti-premier.


Di seguito la postfazione di Angelo Maria Perrino, direttore di Affaritaliani.it, a "Il Sacro Monti", la prima biografia non autorizzata del premier (Affari Italiani Editore)
 

Stretta la soglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia… Si diceva così, al termine delle favole.

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Oggi non si raccontano più le favole, ma quella di Mario Monti, il Sacro Monti, una favola sembra davvero. O quanto meno un'esperienza onirica. Quella di una sorta di marziano severo e accigliato, antropologicamente diverso dalla stirpe italica, che un bel giorno, sbucato fuori dal nulla, piomba a Roma, dribbla con abilità logge e camarille e si mette al comando, da civil servant, del Paese di Pulcinella e del bunga bunga, dei forconi e degli Scilipoti, degli evasori e dei fannulloni. Un Paese senza, dal punto di vista delle virtù civiche. Dove anche la situazione più grave non è mai troppo seria. E dichiara, il Sacro Monti, di voler nientepopodimeno che  "cambiare la vita degli italiani". Praticamente un matto. O se si preferisce un utopista e un illuso. O no?

E allora come e quando finirà la favola di Monti? Quale morale, quale insegnamento, quale patrimonio resterà all'Italia alla fine del sogno? E chi potrà intestarselo? Chi ne sarà l'erede?
Domande cui è troppo presto per dare delle risposte. Domande che attirano domande. Quanto durerà il prof in loden? E dopo il loden che cosa indosserà, la Lacoste azzurrina d'ordinanza degli ex allievi milanesi del Leone? O si metterà la giacca da camera del ritorno a casa e al suo tabernacolo bocconiano, spremuto e poi gettato via, come spesso fa la politica con i suoi tecnici?
E se invece il Preside decidesse di restare?

Nulla al momento si può escludere. Ma dalla lettura del libro si capisce come l'ipotesi che Monti non abbia in testa Cincinnato, né si senta un incidente della storia e invece si sia messo in testa davvero di rivoltare il paese come un calzino sia tutt'altro che peregrina. Sennò mica ci metteva la faccia. Mica gettava il cuore oltre l'ostacolo, lui che ha da sempre pianificato ogni più piccolo dettaglio della sua vita pubblica: il Sacro Monti non lascia mai nulla al caso, seguace com'è di quella filosofia un po' gesuitica e un po' protestante, del "manage yourself", gestisci te stesso. Sin dall'asilo.

Si coglie da lontano un miglio che il suo approdo a Palazzo Chigi è tutt'altro che uno scatto di nervi, cui non è aduso. Ed è evidente che la sua epifania pubblica e il suo battesimo politico vengono da lontano e sono stati lungamente preparati. Da un uomo che più volte, negli anni, ha fatto orecchie da mercante rifiutando le lusinghe della politica (specie di parte berlusconiana), caracollando e zigzagando strategicamente tra destra e sinistra in una provvida e feconda attesa temporeggiatrice. Coltivando, oltre a un pregevole curriculum e un network interno e internazionale di tutto rispetto, un sano e infine salvifico culto della logica bipartisan, che oggi paga.
Rifiutando le proposte intermedie pervenutegli da Roma in questi anni (Ministro, Autorità di garanzia, Governatore), il professore, rimasto saldamente sotto la Madonnina milanese, per scendere verso la Capitale voleva tutto il piatto. O niente. E piatto è stato.

Personalmente seguo Monti da anni, conosco la sua grande autostima e il suo approccio teleologico alle cose della vita. Fui ammesso al suo studio nel 1988, quasi 25 anni fa. Mi concesse il privilegio di essere il primo a intervistarlo quando fu nominato rettore della Bocconi. Io dirigevo Campus, il giornale dell'università, della ricerca e della formazione. E proprio in questa veste fui preferito da Monti ai molti giornali e giornalisti, magari più blasonati di me, che gli avevano chiesto l'intervista. Monti non è uomo di interviste-vaniloquio. Parla quando è il momento, di cose che ha scelto lui. Fu una bella intervista, molto tecnica, sui temi della formazione, del talento, del merito, vecchi cavalli di battaglia bocconiani. Lì capii che avevo di fronte un numero uno, pignolo, attento, meticoloso, colto, bravo, preparato. Un uomo che non amava gli svolazzi e le improvvisazioni. E aveva il culto della competenza e della qualità. Fu la sua prima e per quella circostanza unica intervista.

Forte di questa esperienza dell'uomo sobbalzai quella mattina dello scorso maggio, per l'esattezza il 27, nell'aula magna tutta tech della nuova Bocconi. Al termine di un evento sulla Responsabilità Sociale d'Impresa, Monti, in sede di conclusione, se n'era uscito con un discorso tutto politico che con la Csr c'entrava come i cavoli a merenda. Prese spunto da lì per lanciare il concetto, ripreso in questi giorni da Napolitano, di coesione nazionale. Si scagliò contro il bipolarismo improduttivo e rissoso e la politica del sondaggio. Espresse una sonora bocciatura del sistema politico italiano tout court. Lanciò, a orecchie probabilmente lontane ed evidentemente pronte ad ascoltarlo, un segnale politico forte e una prova di investitura. L'uditorio, fatto di operatori del settore, non aveva combinato quelle parole con gli scenari politici esterni. Ma io avevo intuito (lo dico nella registrazione a un collega seduto lì con me, si sente la mia voce: "Sta parlando da premier"). Tanto che al termine ero corso a chiedergli se era pronto a spiccare il volo a palazzo Chigi. Lui si era schernito, scappando via imbarazzato: "Ma no, sono cose che dico da anni. Non si preoccupi", mi aveva liquidato rifiutando l'intervista (la registrazione sia del suo intervento che del breve colloquio si trova su Affaritaliani.it) rafforzando in tal modo i miei sospetti. Ecco cosa scrissi al ritorno in redazione.
 
La ricetta di Monti per l'Italia: basta con il bipolarismo e la politica dei sondaggi, rilanciamo la coesione sociale

di Angelo Maria Perrino
27 Maggio 2011

Mario Monti si appalesa nell'Aula Magna della nuova Università Bocconi verso le 16,30 di ieri pomeriggio, 26 maggio, per le conclusioni finali della due giorni di "Dal Dire al Fare", affollato e pregevolissimo convegno-evento sull'economia sostenibile ottimamente promosso dal manager milanese Fabio Terragni con la sua "Fucina" e partecipata da uno stuolo di aziende, esperti e studenti (CLICCA QUI).
È chiamato, l'ex commissario Ue alla Concorrenza, a fare il punto sullo stato dell'arte di questo nuovo paradigma economico e di management che a fatica ma come un virus benigno si sta diffondendo in tutto il mondo industriale: economia sostenibile, responsabilità sociale d'impresa, valore condiviso, attenzione all'ambiente. E proprio da lì parte il Professore, che molti vedono come un possibile presidente di un governo tecnico pronto a nascere se il centrodestra perderà i ballottaggi di Milano e Napoli, per articolare un ragionamento nel quale, in filigrana, ci sono molti riferimenti all'attualità.

Monti parte dalla coesione sociale, un valore - secondo gli esperti di Csr - anche per la competitività di un Paese. E spiega che in Italia se ne vede poca, specie in campagna elettorale. E qui il primo passaggio:"Siamo colpiti dalla mancanza di coesione sociale". La colpa? "Di certe modifiche elettorali e istituzionali - come l'introduzione del bipolarismo- che si speravano solutrici di antichi difetti ma che invece hanno portato a estremizzare alcune soluzioni dando addirittura valore etico al contrapporre il bianco e il nero, come se le soluzioni, nella realtà, non fossero grigie". Bipolarismo addio, dunque. Per recuperare la coesione sociale forse è meglio tornare al proporzionale eliminando queste contrapposizioni forzate.

L'altro passaggio rilevante è la forte critica a quella tendenza sempre più diffusa della politica a prendere decisioni senza guardare lontano e preoccupandosi del ritorno immediato in termini di consenso: lo short-termism, lo chiama Monti. Che preannuncia qualcosa di sconvolgente in arrivo: "L'uomo politico parla dietro a un leggio elettronico, che effettua un sondaggio in tempo reale tra i presenti mentre un software si incarica di modificare in tempo reale la pagina che trascrive le sue parole adattandole ai gusti del pubblico e ai suoi umori". Perfezione della democrazia, scherza Monti? No, è mancanza di leadership e diffusione della followship. Ossia della politica che si accoda agli umori della gente. Una malattia che si sta diffondendo in tutta Europa. "Ecco - osserva Monti - se si vuole portare la logica della responsabilità sociale non solo nella società e nell'impresa ma anche nella politica bisogna, come si sta già facendo in finanza, che i leader operino in una logica di lungo termine e di ricerca della coesione sociale. Anche la politica deve cambiare. Ci vuole un long-termism, che in tal modo la ricongiunge con la sostenibilità."

Al termine gli chiedo: "Professore, un discorso importante il suo, molto politico. Vogliamo approfondirlo?" E lui: "Ma no, non si preoccupi. Non vale la pena, le ho dette varie volte queste cose, le dico da anni". E scappa via. Ma proprio questa sua fuga conferma che Mario Monti c'è. E che se fosse chiamato a Roma il suo programma si articolerebbe su questi filoni strategici: basta con questo bipolarismo artificiale del bianco e del nero, litigioso e improduttivo. E basta con la politica dei sondaggi, delle decisioni di breve periodo, della ricerca del consenso elettorale. Guardiamo lontano, rilanciamo la responsabilità e la solidarietà, la coesione. Tra i segmenti della società e tra le generazioni. Anche per la competitività, la cui assenza è la vera malattia dell'Italia.

 
Sorprendente, vero? C'era gia tutto. Bene, quella sorta di epifania di un premier a cui avevo fortunosamente assistito fu poi corroborata da altri segnali. L'evento in Bocconi, di cui Affaritaliani è da anni media-partner, era stato organizzato da Fabio Terragni, un manager Pd ex Ds-Pds-Pci della corrente migliorista, quella per intenderci di Giorgio Napolitano, il vero playmaker di Monti. E Monti aveva lodato Terragni nel suo discorso, mostrando verso il bravo ma poco conosciuto manager simpatia, confidenza e intimità.
Un altro segnale lo avevo colto pochi mesi prima, all'inizio di febbraio 2011, nel corso della visita in Bocconi di Giorgio Napolitano e Massimo D'Alema (lupi in fabula) alla commemorazione di Tommaso Padoa Schioppa. Ricevuti in pompa magna proprio da Monti, Presidente della Repubblica ed ex Ministro degli Esteri, entrambi esponenti di spicco del primo partito italiano, avevano avuto modo di appartarsi in fitti conciliaboli riservati con colui che di lì a pochi mesi sarebbe stato il Premier. Si svolse forse in quei minuti una sorta di preconsultazione quirinalizia.

Tra l'altro, chi ci capisce un po' di politica sa che quando si muove D'Alema ci sono in ballo sempre le grandi partite del potere e del Palazzo, come è stato per le svolte di Dini e Amato, o Ciampi premier e Presidente della Repubblica. E come nel caso della stessa ascesa al Colle dell'attuale inquilino. (Me lo aveva confermato anni fa quel Bernardo Caprotti, padrone di Esselunga, da sempre duro competitor e forte avversario della Lega Coop nel segmento della grande distribuzione e dei supermercati, che una sera a cena mi zufolò all'orecchio: "A sinistra il vero burattinaio è Massimo D'Alema. È per la sinistra quel che per decenni è stato Andreotti per la Dc e i suoi alleati. Nel senso che tutto quello di importante in termini di potere reale che si muove nel centrosinistra passa necessariamente, inevitabilmente dalle mani di D'Alema".)
Anche in questo caso, avevo scritto su Affaritaliani.it un articolo, molto, ma molto premonitore, in cui esplicitamente parlavo di Mario Monti Premier. A leggerlo adesso sembra davvero incredibile,tanto era premonitore.
Ecco l'articolo integrale.
 
Sinistre manovre/ D'Alema irrompe nel gotha della finanza

Sabato, 5 febbraio 2011

 

sacromonti

Due piccioni con una fava. Ovvero Mario Monti e Giorgio Napolitano. Due che, a breve, potrebbero diventare i protagonisti della manovra elettorale che Massimo D'Alema, l'Andreotti della Sinistra, sta pazientemente ordendo per dare la spallata finale al quarto governo Berlusconi. Che ci faceva, infatti, l'ex premier martedì al convegno della Bocconi a cui tutto il gotha della finanza ha partecipato per ricordare il banchiere-padre dell'euro Tommaso Padoa-Schioppa, scomparso improvvisamente a Roma lo scorso dicembre?
"Ma D'Alema è un economista?" si sono chiesti perplessi in molti. Certo, c'era pure Roberto Maroni, un politico proprio come l'esponente del Partito Democratico, ad ascoltare nel parterre le lodi che Mario Draghi e Jean Claude Trichet hanno tessuto per ricordare l'amico banchiere. Ma la visita che D'Alema ha fatto al padrone di casaMario Monti, esattamente 48 ore dopo aver lanciato dall'Annunziata la proposta di "un'alleanza elettorale fra le opposizioni per un governo costituente", ha riacceso l'ipotesi del'ex commissario dell'Unione Europea come candidato premier della super-alleanza Terzo Polo-Centrosinistra.

Insomma, Mario Monti per un governissimo con forti connotazioni tecniche per fare le riforme e traghettare il Paese fuori dalle sacche della crescita asfittica che le parti sociali vanno denunciando ultimamente con una certa frequenza. Il convegno della Bocconi: quale migliore occasione per D'Alema per vedere in una sola occasione esondare gli umori, dicono dal Palazzo, di chi dovrebbe aprire la crisi e il nuovo condottiero del post-berlusconismo?

 
Preveggenza? No, semplice attenzione agli eventi ed esperienza e fiuto giornalistico.
Mi cito non per smanceria o narcisismo ma semplicemente per spiegare che la soluzione Monti è stata lungamente preparata, con una perfetta regia e con i massimi livelli politici e istituzionali all'opera. A quel convegno su Padoa Schioppa intervennero in Bocconi anche Draghi e il suo predecessore alla guida della Bce Trichet!! E non sfuggirono i fitti pour parler nel tabernacolo montiano.
Dopo il discorso di Monti dello scorso maggio, scritto l'articolo, avevo tra l'altro mandato un sms al mio vecchio amico Terragni: "Fabio, Monti è il prossimo premier?" gli chiesi a bruciapelo. E il giovane manager del Pd, molto ben inserito nel potere rosso milanese e, giova ricordarlo, vicino ai miglioristi e alla fondazione Italianeuropei di D'Alema, mi rispose: "Fuochino". "Ok, Fabio, se ci sono novità fammi sapere", gli scrissi avendo capito che avevo messo il naso su movimenti sottotraccia apparentemente irrilevanti ma in realtà molto dirimenti. Era il secondo segno che a sinistra si era in manovra.

Il resto è cronaca. Il premier Silvio Berlusconi incartato nelle sue vicende giudiziarie, screditato per i fatti del Bunga Bunga, politicamente e istituzionalmente paralizzato dalle divisioni interne al Pdl e alla maggioranza di centrodestra, dilaniata da continue lotte di potere (Fini contro La Russa e Gasparri, Tremonti contro Letta, Bocchino con Carfagna… ecc.) era del tutto incapace di compiere qualsiasi atto che assomigliasse a una funzione di governo. Ma, simmetricamente e contemporaneamente, nello schieramento opposto di centrosinistra regnava il vuoto pneumatico, con un'opposizione non meno divisa e attraversata da scontri di visione, di valori e di potere e manovre di semplice marketing e posizionamento politico. Non in grado, insomma, di rappresentare neanche lontanamente un'alternativa credibile al Cavaliere. Con un Pd eternamente combattuto tra le sue varie anime ( almeno sei capicorrente, Bersani,Veltroni, D'Alema, Bindi, Letta e Franceschini, con aggiunta dei prodiani di complemento, una bailamme) e intorno Di Pietro, Vendola, gli ex cattolici della Margherita e via dicendo, gli un contro gli altri armati. Un equilibrio del non fare, insomma. E dello scontro militare quotidiano dei due poli e dei rispettivi corifei parlamentari e mediatici. Berlusconi gongolava, inamovibile nonostante i suoi tanti peccatucci. E l'Italia sprofondava nell'inedia e nell'accidia.
A luglio, davanti ai segni incipienti della crisi economico-finanziaria e all'abulia della Politica, ormai narcotizzata nel suo encefalogramma piatto, scrissi un altro articolo premonitore, siglato con il mio simbolo dell'angioletto. Proponevo la grande alleanza Pdl-Pd come unica possibile via d'uscita. E lanciavo Mario Monti premier.
 
Ci vuole un governo Pd-Pdl per rimettere insieme i cocci

21 luglio 2011

Il governo di centro destra 'gna fa. Ma anche il governo di centro sinistra 'gna fa. E allora che si fa? Si lascia andare il Paese a rotoli, con gli scontri quotidiani, la gente in piazza, la Casta sotto accusa, l'economia ferma, il debito pubblico crescente e il Pil calante, la speculazione dietro l'angolo pronta ad azzannare e a farci andare a gambe levate eccetera eccetera eccetera?

Escluse le elezioni anticipate, che ci esporrebbero ad un periodo troppo lungo di vuoto di potere in una fase delicatissima dove conta moltissimo la stabilità, c'è una sola soluzione possibile e praticabile: i due partiti maggiori, Pdl e Pd, si mettono insieme e danno luogo a un governo d'emergenza che porta a termine la legislatura. Guidato da un tecnico (Giuliano Amato o Mario Monti) il governo è incaricato di varare misure urgenti e condivise per il rilancio dell'economia, di tagliare a tutti i livelli, centrali e locali, diretti e indiretti, i costi della politica, di correggere il Porcellum ripristinando il voto di preferenza, in modo da restituire ai cittadini la facoltà di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento.

Il governo tecnico d'emergenza Pdl-Pd sarebbe l'unico possibile dotato di numeri abbondantemente sufficienti in Parlamento per l'approvazione dei propri provvedimenti. E avrebbe il pregio di rappresentare le principali e storiche correnti e opzioni culturali del Paese (la cattolica, la comunista, la liberale, la socialista), godendo così di un ampio consenso (almeno teorico) dell'opinione pubblica. Sarebbe la prosecuzione di quelle maggioranze della non sfiducia, di andreottiana memoria, che dopo la metà degli anni '70 ressero il Paese sotto l'emergenza dell'attacco terroristico,della crisi energetica e dell'inflazione galoppante all'insegna dell'unità nazionale. In tal modo i partiti che dal dopoguerra e con diverse formule e alleanze hanno costituito l'arco costituzionale e, direttamente o attraverso i loro progenitori e antenati, hanno avuto la responsabilità, nel bene e nel male, diaver governato finora in Italia (dalla Dc, al Pci, al Psi,al Pli), opererebbero un'assunzione di responsabilità e si farebbero carico di mettere insieme un Paese allo sbando e da ricostruire, all'insegna del motto doverosamente autocritico: chi rompe paga e i cocci sono suoi.

Sono governi che devono per forza mediare al loro interno e dunque hanno processi decisionali laboriosi e una governance articolata. Ma nelle società complesse la mediazione, se non è al ribasso, è un'arte e una virtù. E sono governi in grado di fare, di legiferare, capacità e asset oggi assenti nella vita nazionale. Se le idee che Pdl e Pd mette-ranno in campo saranno buone e adatte alle necessità della fase storica che attraversiamo, potranno senza rischi di inefficienze e vaniloqui essere adottate.
Molti storceranno il naso davanti a questa prospettiva quasi incestuosa: Berlusconi-Alfano e Bersani insieme. E sicuramente, non è difficile ammetterlo, c'è di meglio. Ma questo è vero solo in teoria e per gli spiriti ideologici e partigiani. Perché la verità è che davanti alla paralisi e al declino (per non parlare dei gravi rischi del populismo,del qualunquismo e della ribellione) che si profilano all'orizzonte, meglio questo che il niente. O il caos.

 
Una candidatura esplicita, quella di Monti, accostata per precauzione e tenuto conto dei possibili giochi di potere romani a quella di Giuliano Amato (come in effetti fu fino alla fine, quando la candidatura del dottor Sottile fu cassata proprio dal Pd), ma che in cuor mio era inequivocabilmente orientata sul più fresco e spendibile bocconiano, l'uomo giusto al posto giusto. Di cui avevo il privilegio di aver indovinato prima il gioco.
Anche perché era evidente che ormai Berlusconi a palazzo Chigi era una finzione, un pugile suonato, una specie di Ercolino sempreinpiedi (ricordate il pupazzo della Galbani, che prendeva i pugni, roteava ma poi si rialzava, grazie alla base d'acqua che lo rimetteva in equilibrio?).
E anche questo avevo scritto nove giorni prima, sempre con la firma dell'angioletto, in una sorta di De profundis di Silvio Berlusconi che avevo addolcito usando volutamente nel titolo espressioni inglesi per non finire incasellato nell'antiberlusconismo in servizio permanente effettivo.

Silvio, non hai più l'upside. E il newsflow è negativo

12 luglio 2011

 

monti time

Ennio Doris, che da suo socio in Mediolanum e amico di famiglia lo conosce bene e gli vuole bene, gli consiglia di lasciare la politica: "Ci guadagnerà in salute e qualità della vita". E se lo dice Doris... Noi di Affari lo avevamo già scritto su queste pagine un paio di settimane fa e lo ribadiamo ora: caro Presidente Berlusconi, faccia un passo indietro, si ritiri, lasci perdere. Si capisce che è come un pugile al tappeto, che si rialza e becca altri pugni e torna giù. E barcolla, ma non molla. Lei però non ha un trainer che getti la spugna in sua vece in segno di resa. Anche per proteggerla da altri pugni, che potrebbero farle del male in modo irreparabile. Deve farlo lei, autonomamente. Un appuntamento al Quirinale, un breve colloquio e via. Tutta salute. E qualità della vita, come dice Doris, beato lei. Lo diciamo senza acrimonia e anche con simpatia umana. Noi non siamo mai stati tra i militanti con l'elmetto dell'antiberlusconismo in servizio permanente effettivo,non meno pernicioso per il Paese del dilagante berlusconismo come categoria dello spirito che le viene contestato e addebitato. Abbiamo seguito con obiettività la sua parabola politica. Abbiamo espresso critiche quando c'era da esprimerle, ma abbiamo saputo apprezzare ed esprimere plausi quando era giusto farlo. Di cose positive lei ne ha realizzate. Solo un fazioso non lo riconoscerebbe. E bisogna dargliene atto. A lei si devono tante performance di qualità, che col tempo non potranno essere disconosciute: è sua buona parte del merito dell'adozione in Italia di un sistema maggioritario bipolare, la costituzionalizzazione dei fascisti del Msi e dei secessionisti della Lega, il lancio di una generazione di politici giovani e capaci in grado di dare continuità alla sua azione, la costruzione di un partito di centrodestra del 30 per cento sulle ceneri del Psi e della Dc, che ha dato in questi anni stabilità al sistema istituzionale e che ha stimolato la nascita, dall'altra parte, nel Centrosinistra, di un partito di dimensioni analoghe come il Pd.

E siamo d'accordo che lei è stato oggetto di un particolare accanimento giudiziario e di una sinergia pervasiva e demolitiva di procure e giornali, come nessuno al mondo mai.

Tutto ciò premesso, caro Cavaliere, il momento dell'addio è arrivato. I grandi sono tali proprio quando capiscono di aver imboccato il viale del tramonto. E sono eloquenti i suoi silenzi imbarazzati di queste ore, la sua eclissi quando tutto viene giù e l'Italia cammina malferma sul precipizio dei suo debito pubblico, che sta ingoiando i risparmi e il futuro di cinquanta milioni di cittadini increduli e impotenti. E la gente vorrebbe ricevere da voi, governanti responsabili, rassicurazioni e indicazioni certe e tempestive. Ma lei tace. E con lei la sua squadra, solitamente loquace e logorroica. E tutto ciò è sintomatico del senso di delegittimazione che la avvolge, oggettivamente e soggettivamente. Dell'imbarazzo, dello sbigottimento. L'upside (come dicono gli esperti di borsa, ossia la potenzialità di crescita) del suo brand è terminato. Lei non lievita più. Il news-flow (flusso di notizie) che la riguarda è e sarà nei prossimi mesi inevitabilmente negativo. Finita la fase della luna di miele con gli italiani, dei contratti a Porta a Porta, del sogno liberale infranto e delle tante promesse di modernizzazione e di rilancio non mantenute (non solo per sue colpe), negli ultimi tempi lei è ormai, come si dice nel gergo aziendale, una cash cow (mucca da mungere, come le aziende floride giunte alla curva dello stadio finale) per chiunque - in politica, nell'imprenditoria, nella società, nelle relazioni personali - abbia recentemente interagito con lei. Una sorta di Bancomat.

Il rapporto con i cittadini si è logorato e forse spezzato, il suo antico e prorompente carisma fortemente indebolito, dopo le sconcertanti pratiche del Bunga Bunga e la patente di corruttore che la magistratura indomita e testarda è infine riuscita ad affibbiarle col timbro di una sentenza. Ma soprattutto non tiene la sua improbabile maggioranza parlamentare, che la espone a continui e umilianti mercanteggiamenti e tamponamenti e scivoloni, non fornendole alcuna certezza di tenuta e di programmazione. E dunque nessuna capacità di gestione della cosa pubblica, che è, o dovrebbe essere (ma non è stato) l'oggetto del suo tempo manageriale e politico. E per rafforzare questa maggioranza di Centrodestra bisogna inevitabilmente recuperare quell'Udc di Casini, vitale per i vostri numeri ma riottosa ed esosa, che è pronta a rientrare all'ovile, ma a condizione che lei si ritiri. Lasci perdere, dunque, Cavaliere, ascolti noi e Doris, che le vuole bene: largo ai giovani, il tempo è scaduto, l'Italia ha detto stop. E non se la prenda, esca sportivamente, rilassato. Non è mica, come tanti suoi avversari e amici, uno che vive di politica. Tutto scorre, tutto passa, è ora di voltar pagina.

Non tiene più neanche l'ossigeno di quell'alleanza con la Lega, la cui base, che dalla ultradecennale partnership con lei porta a casa poco più di un pugno di mosche, diverge ineluttabilmente dal vecchio e ansimante leader Bossi, l'ultimo rimasto al suo fianco. E non tiene neanche una squadra di ministri civettuoli e litigiosi (altro che i non meno sguaiati, ma politicamente sostanziosi scontri tra gli avversari-alleati Formica e Andreatta degli anni '80) che, ad onta delle responsabilità delicatissime e dei ruoli di grande visibilità ricoperti, si insultano in pubblico e in privato a colpi di cretino e psicopatico da psichiatra.Con una squadra senza capitano e senza amalgama (lei non si è mai speso in questo ruolo di team bilder, defatigante e noioso, delegando a Gianni Letta una funzione delicatissima che doveva competerle) divisa tra gli ex andreottiani del gran ciambellano ex direttore de Il Tempo e i simpatizzanti di Giulio Tremonti, che ha fans nella Lega, ma deve vedersela con un ambiziosissimo Maroni, il più accreditato e rampante successore del Senatùr. Col risultato che è stato azzoppato per via giudiziaria il titolare del dicastero dell'Economia proprio nel momento in cui la sua credibilità ci garantiva in qualche modo sui mercati internazionali e il rischio bancarotta, anche a causa dei vostri ritardi e delle vostre incertezze, si è fatto attuale. Mentre, al contrario, proprio di grande forza parlamentare e politica c'è bisogno a Roma, per rilanciare un Paese depresso e con le pile scariche. Perché né lei né la sinistra, che in questo ventennio si è colpevolmente alternata con lei al governo, avete fatto molto per il Paese. Che oggi è in ginocchio, obsoleto e arretrato in tutti gli indici di crescita e di innovazione, con una marea di prepensionati da mantenere e di giovani precari senza futuro da rassicurare e garantire. Con un mercato del lavoro asfittico, i talenti che vanno all'estero, gli investimenti che languono, la produzione e il Pil fermi, la ricerca in ginocchio, i servizi che non funzionano, una casta politica (di destra e di sinistra) famelica, onnipresente e soprattutto improduttiva, distante e slegata come mai dai bisogni dei cittadini, una classe dirigente opportunista e accidiosa, specializzata unicamente nel saltare sul carro del vincitore. E lei, caro Cavaliere, vincitore è stato ma non sarà più. C'è un cambio di fase, dopo il suo ventennio. Un cambio di paradigma e di condizioni di fondo. Lei non tiene più, non è più in. Gestisca la fase, giochi d'anticipo, sparigliando. Non la subisca asserragliato e tirando a campare in attesa del miracolo salvifico di una ennesima resurrezione che difficilmente potrà verificarsi. Lasci Palazzo Chigi a persone più adatte allo spirito del tempo e alle necessità della storia. Ci sono urgenze planetarie che bussano alla porta, bisogna salvare l'Italia. Faccia il padre nobile del suo partito. Si dedichi a iniziative di qualità, come ha fatto con successo nella sua precedente vita da imprenditore, dal capolavoro di Milano due e tre all'expolit della tv commerciale.Ha denari e companatico per star tranquillo sette vite e asset e attività che appassionerebbero e assorbirebbero con piena soddisfazione e diletto chiunque, dal Milan (compri Messi), alla Mediaste (le suoni a Murdoch), alla Mondadori (la porti tutta sull'online). Vedrà che se lei fa un passo indietro anche i magistrati allenteranno la presa. E scriva le sue memorie e le porti in tv e in cassetta(allegata all'infido Corriere della Sera e alla nemica storica Repubblica) dicendo tutta la verità, senza peli sulla lingua. Si tolga ogni più piccolo sassolino (noi ci candidiamo ad affiancarla nell'intervista e nell'editing). Concorrerà alla glasnost di cui il Paese ha bisogno. E la sua autobiografia (titolo: I miei primi 80 anni) diventerà un best seller mondiale (altro che interrogatori di Woodcock o libercoli ricattatori delle sue olgettine, altro che biografie di Clinton o Blair) Che la farà passare alla Storia. E rilancerà la sua immagine, la sua vita, il suo dinamismo e la sua creatività per i suoi secondi ottanta. In bocca al lupo e ad maiora.

 
Sembrava una boutade, questo invito all'uomo di Arcore. Come inconsistenti e campati in aria sembravano i mie ragionamenti e i miei sospetti sulle grandi manovre in Bocconi. E invece alcune settimane dopo, in autunno… Lo spread comincia a salire, le manovre della speculazione internazionale prendono ad assediare l'Italia, bersaglio facile delle scorrerie a causa del suo grande debito pubblico. Berlusconi ansima, tradito dai suoi, diventano quotidiane le sue liti con Tremonti e le contrapposizioni con Bossi. E mentre a Roma si consuma l'eutanasia del centrodestra ancora una volta un segnale importante arriva dalla Bocconi in ottobre.

GUARDA LA VIDEO-INTERVISTA DEL DIRETTORE DI AFFARI, ANGELO MARIA PERRINO, A DE BENEDETTI

Esattamente l'undici nasce in via Sarfatti la cattedra di "Entrepreneurship" intitolata a Rodolfo De Benedetti. A fondarla il figlio, Carlo De Benedetti, numero uno della Cir e del gruppo Espresso-Repubblica, il grande avversario storico di Silvio Berlusconi e del centrodestra, tessera numero uno del Pd. La donazione personale di De Benedetti alla scuola di Mario Monti è di 3 milioni di euro. L'insegnamento, spiegherà Carlo De Benedetti, arrivato con tutti i suoi familiari (splendida e leggiadra la moglie) e i suoi amici e consulenti a partire dall'economista Tito Boeri, sarà una "disciplina centrale per la crescita del Paese". Ma sono le parole di Monti, padrone di casa in gran spolvero che officia l'intera cerimonia schierando al suo fianco rettore e direttore generale, che colpiscono: "Carlo De Benedetti ha sposato il progetto di sviluppo formulato nel piano strategico della Bocconi e con un atto lungimirante che confidiamo non resti isolato, ha deciso di sostenere in particolare il nostro lavoro sul tema dell'imprenditorialità, essenziale per la crescita economica e sociale, in Italia e nell'intera Europa. Con l'impegno su temi strategici come quello dell'imprenditorialità, che verrà ora potenziato nel nome di Rodolfo De Benedetti, la Bocconi intende porsi sempre più al servizio della società italiana ed europea, con la ricerca e con la formazione di una classe dirigente all'altezza delle nuove sfide e di un'opinione pubblica informata e consapevole".
Capito? Ripetiamole quelle parole del Sacro Monti, che sono una bandiera per il nuovo governo e un inchino a Repubblica: "La Bocconi intende porsi sempre più al servizio della società italiana ed europea, con la ricerca e con la formazione di una classe dirigente all'altezza delle nuove sfide e di un'opinione pubblica informata e consapevole". Tel chi!, direbbero a Milano i concittadini del Sacro Monti.

Italia, Europa, classe dirigente all'altezza, nuove sfide, pubblica opinione informata e consapevole (forza Repubblica, abbasso l'infotainment in stile Mediaset e Tg1 minzoliniano o l'elmetto di Feltri e Dallusti, Ferrara e Belpietro). Les jeux son faits, dunque, direbbe il vecchio croupier.
Un altro indizio. E siamo a ottobre, proprio quando il famigerato spread comincia a salire. E intanto la speculazione internazionale comincia a cingere d'assedio l'Italia.
Il resto è storia recente. I nostri titoli di Stato prendono il volo, i rendimenti vanno alle stelle, le aste sono a rischio. L'Italia barcolla, si diffonde il panico, si parla di default, come per la Grecia. Europa e Fondo monetario si muovono per redarguirci e commissariarci. Ed è pollice verso, ad opera di Sarkozy e della Merkel. E dei loro pubblici risolini all'indirizzo di Berlusconi.

Ecco allora lo scatto di Giorgio Napolitano. Davanti al precipitare del differenziale dei titoli di Stato italiani nei confronti di quelli tedeschi il Presidente della Repubblica prende in mano la situazione, chiama a Roma Monti e lo nomina senatore a vita dando un segnale forte delle sue intenzioni e includendo il Professore nella nomenclatura istituzionale. Poi, miracolo inatteso, il 12 novembre convince, con le buone o con le brutte non si sa, il sempiterno e inamovibile Berlusconi a dare le dimissioni e il 16 nomina il governo dei tecnici, che ottiene la fiducia al Senato il 17 novembre 2011 con 281 sì, 25 no e nessun astenuto e alla Camera il 18 novembre 2011 con 556 sì, 61 no e nessun astenuto. Votano a favore i due maggiori partiti italiani, il Pdl e il Pd, in un'alleanza innaturale, ma fortissima.

Napolitano e Monti hanno fatto dal loro punto di vista un blitz che è un vero capolavoro. Così lenta era stata l'agonia della Seconda Repubblica e del tycoon di Arcore legittimamente eletto e poi disarcionato sulla base di un semplice e quirinalizio "fatti più in là", così veloce e quasi inavvertita era stata la nascita della Terza. Ma i lettori di Affaritaliani.it e ora di questo libro ormai sanno che quel treno era partito molti mesi prima. Si gridò al complotto dei poteri forti da parte dei Berluscones. Ma anche le ali della Lega, di Di Pietro e di Vendola agitarono lo spettro della democrazia vulnerata da parte di un governo privo di alcuna legittimità popolare e democratica. Si invocò una data certa per il voto. Ma la verità è che sia il Pdl che il Pd, esangui e incapaci di produrre politica e decisioni, trovarono entrambi conveniente una tregua e un periodo di decantazione. Doveva essere a termine, ma non è possibile fissare per legge la data di morte di un governo. E in Italia nulla è più certo e duraturo del provvisorio.

Il Sacro Monti, del resto, sulla durata del suo governo continua a traccheggiare e fare voto di castità e a giurare che finito il suo compito toglierà il disturbo. Ma quando finirà il suo compito? Chi fissa i tempi e i temi, ossia gli interventi e le riforme? Quanto basta, qb, si dice nelle terapie mediche.
Contemporaneamente però il professore porta a casa il successo sugli spread, un forte riconoscimento internazionale, la fiducia dei mercati, sondaggi tutto sommato favorevoli, nonostante la terapia d'urto quanto meno sulle pensioni. E promette, come si diceva, addirittura di "voler cambiare gli italiani". Non ci riusci neanche Mussolini, un obiettivo che richiederebbe poteri assoluti e la lunghezza di una vita.

Si sa, in realtà, Monti resterà lì finché due soggetti, il Pdl e il Pd, suoi azionisti di maggioranza, lo terranno in piedi con l'appoggio delle loro truppe e dei loro voti in Parlamento. E allora, fino a quando Pdl e Pd saranno disposti a svenarsi dal punto di vista elettorale per tenere in vita il governo del Sacro Monti? Per ora i ricavi superano evidentemente i costi politici del sostegno. Ma quanto durerà questa luna di miele stop and go?
Si naviga a vista, ma la sensazione, se è consentito un varicinio, è che Monti durerà. Certo fino alla fine della legislatura, un traguardo all'inizio impossibile. E forse anche dopo. Perché qualche risultato della cura Monti lo si vede. Lo spread, il famigerato indice che è costato la carriera a Silvio Berlusconi, è sotto controllo (merito peraltro soprattutto della Bce che acquista i nostri titoli di Stato). E si colgono perfino piccolissimi segni di ripresa economica. Ma soprattutto non si vedono all'orizzonte né nuovi demiurghi né partiti, movimenti, associazioni capaci di riempire il vuoto al centro del sistema politico e istituzionale. Che presto verrà privato anche del ruolo, intelligentemente propulsivo e temporeggiatore diGiorgio Napolitano, ormai in scadenza sul Colle.

Né si può pensare di tornare, come nel gioco dell'oca, alla casella di partenza, ossia a Berlusconi e Bossi da una parte contro Bersani e Di Pietro dall'altra. Nel frattempo è passato l'uragano Monti, nulla resterà come prima. E allora?
E allora potrebbe essere lo stesso professore, il Sacro Monti, che s'offre, agnello sacrificale, come successore di se stesso. L'uomo, tutto d'un pezzo, com'è, negherà fino all'ultimo e studierà nuove fulminanti battute per stroncare l'ipotesi. Ma ormai conosciamo le sue diversioni e le sue finte. Chi lo conosce assicura che l'idea di non lasciare il lavoro a metà strada unito al suo narcisismo malcelato, alla sua competenza, al suo fascino intellettuale e alla la sua autorevolezza, fanno di lui forse l'uomo col mix giusto per essere l'uomo giusto al posto giusto anche per la prossima legislatura. Fu così anche per Ciampi, scaraventato in emergenza al Tesoro dalla Banca d'Italia ma poi divenuto Premier e quindi Capo dello Stato.

Dopo il Ciampismo il Montismo, dunque? Dopo la Normale di Pisa, via Nazionale e l'euro, ora la Bocconi, l'Europa e il post euro a guidare il cammino dell'Italia verso la ripresa? Chissà? Le prossime settimane, i prossimi mesi saranno decisivi per capire quale destino ci aspetta. E quale sarà l'orientamento del popolo italiano, non coinvolto con un voto in questa svolta, ma rimasto sornione ai bordi del campo, senza soverchie preoccupazioni e scrupoli di diritto costituzionale. Vorrà infine affidarsi il popolo italiano alle mani salvifiche e inspired del Sacro Monti di Varese, ratificando col gradimento e con il voto un'investitura finora solo delle elite? O la sua ricetta severa e dura da digerire, la sua austerità, la sua severità (si veda come ha cassato le Olimpiadi a Roma, significando che è finita la cuccagna dello show biz in politica) stimoleranno la diffusione dei forconi e delle molotov come in Grecia? Non resta che attendere per capirlo.

Intanto ci siamo pregiati di raccontarvelo bene il Sacro Monti, visto che per ora è lui che guida la nostra nave in tempesta e non è neanche lontanamente assimilabile al tristemente noto capitano Schettino. Anche se la concordia (con la c minuscola) è un po' il succo della sua azione.
 



ANGELO MARIA PERRINO E MONTI IN BOCCONI - Ascolta gli audio inediti

Maggio 2011

Ascolta l'intervento di Mario Monti alla conferenza di chiusura del salone della responsbilità sociale d'impresa "Dal dire al Fare" 26 Maggio 2011

Ascolta la conversazione tra il direttore di Affaritaliani.it Angelo Maria Perrino e il presidente Mario Monti a seguito dell'intervento

 


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