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Politica


Di Antonino D'Anna

Ibrahim Faltas

È sopravvissuto all'assedio della Basilica della Natività di Betlemme, facendo nel lontano 2002 da mediatore tra israeliani e palestinesi. È sacerdote da oltre 20 anni e da altrettanti lui, egiziano, si adopera per la pace in Terrasanta. Padre Ibrahim Faltas, francescano classe 1964 ed economo della Custodia di Terrasanta, ha girato l'Italia in questi giorni per presentare il suo libro “Dall'assedio della Natività all'assedio della città” che racconta gli ultimi 10 anni vissuti a Betlemme.

E ad Affaritaliani.it dice: il prossimo Papa dovrà risolvere il problema israelopalestinese. Perché le premesse ci sono tutte e perché da tempo la Chiesa cattolica locale si adopera per il dialogo. E ricorda: c'è una linea costante da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI che ricorda come in Palestina si debbano costruire ponti e non muri. Come il muro della vergogna eretto dagli israeliani per garantire la loro sicurezza. Ecco che cosa ha detto padre Faltas ad Affari alla presentazione milanese del suo libro, avvenuto in questo weekend:

Com'è la situazione della Chiesa cattolica in Terrasanta?
“La situazione diciamo che è abbastanza tranquilla. È meglio di altri paesi arabi: l'importante è che palestinesi e israeliani tornino al dialogo. In Israele sono state fatte le elezioni, ma Netanyahu non riesce a fare il governo, allora è tutto bloccato...”.

Un po' come l'Italia, insomma...
“Voi siete messi peggio (scoppia a ridere)... Allora, la situazione: diciamo che rispetto a tanti paesi arabi la Palestina e la Terrasanta sono messe un po' meglio”.

Stiamo assistendo ad episodi di discriminazione contro i cattolici che spesso accadono nel mondo arabo e in India. Secondo lei a che cosa è dovuto?
“Ci sono problemi grossi in Egitto con i copti, ma da noi c'è una bella convivenza tra musulmani e cristiani. La situazione è diversa: al tempo di Arafat, lui voleva bene ai cristiani e ha fatto un decreto con cui otto sindaci delle grandi città della Palestina devono essere cristiani; al governo ci devono essere ministri cristiani. Questo non esiste in tutti i paesi arabi. Noi non sentiamo tutto questo: è una bella convivenza e non ci sono problemi”.

Nel suo libro ricorda l'assedio alla Chiesa della Natività, oltre 10 anni fa. Che cosa ha rappresentato per lei quel momento e che cosa ha imparato?
“Veramente è stata una grande prova per noi. Eravamo una trentina di frati e siamo rimasti segnati da quest'esperienza. Sono stati 39 giorni, giorni lunghi, duri e pericolosi. Abbiamo visto ogni momento la morte: nessuno di noi pensava che sarebbe uscito vivo da questa situazione, ma alla fine abbiamo capito che si poteva risolvere tutto tramite il dialogo. Perché se non fosse stato il dialogo, se non avessimo insistito moltissimo su questo obbligando entrambe le parti a sedere a trovare una via diplomatica per questa situazione, sarebbe stato un massacro. E la situazione sarebbe stata molto peggio di quello che è successo in realtà”.

Nel 2009 lei ha visto la visita di Benedetto XVI. Come avete preso la notizia delle dimissioni? Che cos'ha fatto questo Papa per la Terrasanta?
“Questo Papa ha fatto tanto per la Terrasanta: non dimenticherò mai la sua visita. Io ho organizzato sia la sua visita al Cenacolo che a Betlemme, ed è stato veramente grandissimo. Nel mio libro parlo dell'assedio, ma anche dell'assedio dopo l'assedio, parlo cioè del muro. E nel libro riporto il suo discorso che ha dedicato al muro. Poco prima di prendere l'aereo, Benedetto XVI ha detto a Peres e Netanyahu: 'La visita è andata benissimo, sono contento ma la cosa che mi ha fatto male è stata vedere il muro'. Ha criticato il muro come ha fatto Giovanni Paolo II e il muro è criticato anche da tanti israeliani – non solo palestinesi – e purtroppo del muro nessuno parla. Ha fatto tanti danni al popolo, soprattutto cattolico e cristiano. Tanti avevano terreni che hanno perso per la costruzione di questo muro: il libro racconta come uno come me, frate, che lavora lì da 23 anni, abbia visto che cosa il muro ha fatto alle popolazioni locali”.

Che cosa state facendo per tirare giù questo muro?
“Non possiamo fare niente. Solo dire che il muro ha fatto grandi danni. Ripetiamo la frase che ha detto Giovanni Paolo II: 'La Terrasanta ha bisogno di ponti, non di muri'. È quello che stiamo cercando con le nostre iniziative che stiamo facendo tra palestinesi e israeliani perché questo popolo viva insieme, non ci sia separazione, non ci siano muri ma un popolo che vive insieme con pace, libertà e dignità”.

Una terra per due stati, insomma.
“Certo: una terra per due stati. Chiediamo e hanno chiesto tantissimi questa cosa: e il 29 novembre scorso 139 paesi hanno riconosciuto la Palestina come stato membro all'ONU”.

Siamo vicini al Conclave: che posto deve avere la Terrasanta nell'agenda del prossimo Papa?
“Sempre risolvere il problema israelopalestinese. Abbiamo bisogno dell'appoggio della comunità internazionale, che intervenga seriamente per risolvere questo problema. Chiediamo questo e ciò pensiamo sia stato il ruolo di tanti Papi, sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI. Il futuro Papa – è speranza di tutti noi e di tutta la Chiesa Cattolica – ci auguriamo possa risolvere questo problema. La Terrasanta è una terra cara a tutti noi, figuriamoci ai Papi”.

Il Papa dimissionario si ritirerà in un monastero in Vaticano, ma non sarebbe stato meglio se si fosse ritirato come il cardinale Carlo Maria Martini a Gerusalemme?
“Questa è una scelta personale. Benedetto XVI ha dedicato tutto il resto della sua vita alla preghiera. Che preghi a Gerusalemme, qui o a Washington, non conta. L'importante è che preghi per il mondo e per la Chiesa”.

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Tags:
conclave palestina ibrahim israele
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