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Politica


Di Gianni Pardo

Il frenetico attivismo di Silvio Berlusconi, in occasione di queste elezioni, lascia esterrefatti. Commentatori e politici sentono di somigliare al gruppo di testa di una corsa che credeva un ciclista eliminato e lo vede arrivare, dietro, che pedala arzillo. Tanto che ci si chiede quanto terreno riguadagnerà, prima che si arrivi al traguardo. In realtà, è convinzione generale che il Pdl non avrà la maggioranza relativa. E allora che importanza ha perdere con dieci o venti punti di scarto? Forse la spiegazione sta nel temperamento del Cavaliere, abituato a non arrendersi mai e a combattere fino in fondo. Come nel 2006. Allora, senza essere aiutato da nessuno (in particolare non da Gianfranco Fini) si batté come un leone contro un centrosinistra dato largamente vincente, perdendo infine solo per sei decimillesimi dei voti espressi. Tanto che Prodi ebbe una legislatura tribolata, di soli due anni. Non ci si può meravigliare di questa divorante passione per la politica. Berlusconi ha creato un impero e poi per parecchio tempo il primo partito italiano. Sarebbe strano che non fosse un ambizioso, un innamorato del potere e un drogato della politica. Che questa passione sia fortissima, anche in persone dal temperamento ovino, lo dimostra Mario Monti. Grigio e quasi schivo professore, quando ha avuto l'occasione di assaggiare il potere ne è divenuto talmente ghiotto da rischiare, pur di non perderlo, un insuccesso politico ed umano. Basti dire che in poco tempo è riuscito a passare da "leader stimato da tutti" a "capolista dei naufraghi di centro". Un generale senza esercito, inviso al centrosinistra (Bersani: "avrebbe fatto meglio a non entrare in politica"), al centrodestra (qui ha coefficienti di gradimento scoraggianti) e alle opposizioni di vecchia data. Per non parlare del sostanziale voltafaccia dei grandi giornali. Come può non rischiare molto uno il cui programma ora è: "Disfacciamo ciò che ha fatto il governo Monti"?

Per l'attivismo di Berlusconi la scusa soggettiva potrebbe essere che, per impedire ad un governo di centrosinistra di fare grandi danni, è necessaria un'opposizione credibile. Ma forse il progetto guarda più lontano. Il nuovo governo si troverà ad affrontare una situazione talmente difficile che probabilmente, più che ad affossarlo, bisognerà pensare a dargli una mano. Ma per farlo bisogna avere un peso. L'accordo con la Lega, inclusa la rinuncia all'eventuale carica di Primo Ministro, potrebbe avere uno scopo preciso: ottenere qualche seggio in più, soprattutto al Senato, per potersi poi proporre al Pd per un governo di solidarietà nazionale. L'ipotesi del resto è stata apertamente formulata. Insomma Berlusconi giudica Bersani persona seria e reputa possibile un'alleanza con lui piuttosto che con la marmaglia sparsa dell'opposizione incondizionata. O con un Centro di cui conosce l'inaffidabilità anche morale. Oggi dunque spara tutte le sue cartucce, comprese quelle demagogiche (campo in cui a Monti potrebbe dare lezioni) e domani si vedrà. Silvio Berlusconi è l'opposto di Mino Martinazzoli: di fronte ad una sconfitta annunciata non apre le porte al nemico ma si batte fino all'ultimo. Allora gli andò bene, stavolta non dovrebbe andargli bene, ma è meglio perdere con le armi in pugno che con le catene ai piedi. Purtroppo, in tutta questa vicenda si dimentica il Convitato di Pietra. La crisi economica entra nel suo quinto anno e comincia a serpeggiare il sentimento che si ha durante le guerre: quanto tempo durerà? Quando ne usciremo, quando torneremo alla normalità, quando finirà questa angoscia? Infatti discutiamo come se il futuro dell'Italia dipendesse da noi e invece dipende dalla situazione economica internazionale. È sempre possibile una drammatica crisi finanziaria - il nostro debito pubblico è sempre lì e, come il Minotauro, richiede i suoi periodici sacrifici - e nell'intera Europa si ha ora una crisi occupazionale che non promette nulla di buono. Difficilmente si eviterà uno show down, quest'anno o al massimo poco dopo. Dunque beato chi non sarà al governo. Il povero Bersani, in caso di crisi, sarebbe il San Sebastiano da trafiggere. Le colpe non saranno sue, certo, ma si ha sempre bisogno di un capro da inviare nel deserto. E stavolta non sarà Berlusconi.
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