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Politica

di Guido Camera,
avvocato del foro di Milano


L'estate politica è stata attanagliata da un caldo soffocante e l'autunno si preannuncia altrettanto rovente. Del resto, dopo la sentenza definitiva di condanna nei confronti di Berlusconi emessa all'inizio del mese dalla Cassazione - accompagnata dall'improvvida intervista rilasciata al Mattino dal giudice Esposito a motivazioni ancora non depositate - era impensabile uno scenario diverso.
Difficile, indubbiamente, ragionare a mente fredda in un momento così delicato. Però credo che, a maggior ragione oggi, non ci si possa far travolgere dall'emotività o, peggio, dal brutto vizio dell'opportunismo: personalmente non credo che si possa liquidare una questione essenziale per la tenuta del Governo - da cui dipende la ripresa del nostro Paese e, soprattutto, la possibilità di riscrivere in modo chiaro e condiviso le regole della nostra democrazia - in modo scomposto e propagandistico.
Ciò che è auspicabile, invece, è procedere per gradi nell'esame delle conseguenze giuridiche e politiche della sentenza - di assoluta novità nel nostro ordinamento, visto che  discendono da una legge molto recente - non dimenticando che la pena accessoria di natura giurisdizionale che impedirà a Berlusconi l'ingresso in Parlamento deve ancora essere irrogata dalla Corte di Appello di Milano visto che, come noto, la Cassazione ha ritenuto eccessiva quella precedentemente irrogata dai giudici di Milano.
Dunque oggi la partita è principalmente politica, dato che la decadenza da parlamentare di Berlusconi - e dunque la sua "agibilità politica", per usare un termine che va molto di moda in questi giorni - passa da un giudizio del Parlamento che non è di natura giuridica. La valutazione che i parlamentari dovranno fare, infatti, non riguarda l'applicazione della sanzione accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, ma l'interpretazione della legge anticorruzione che prevede la decadenza dalla funzione parlamentare di chi abbia riportato una condanna superiore ai due anni.
Ora, mi pare che Berlusconi non abbia torto quando afferma che non si può continuare a governare con chi espelle dal Parlamento il leader del partito alleato. Una cosa, infatti, è prendere atto di una sentenza che preveda, con autorità di cosa giudicata, anche l'interdizione dai pubblici uffici, l'altra, invece, anticipare i tempi dando un inequivocabile segnale al proprio avversario/alleato di ostilità e, soprattutto, di delegittimazione politica. Finchè la prima circostanza non si avvera - cosa di cui il diretto interessato per primo  dovrebbe spontaneamente e costruttivamente tenere conto - mi pare un segno di responsabilità politica evitare forzature.  
In quest'ottica sono molto importanti le parole pronunciate da Luciano Violante nell'intervista apparsa sul Corriere della Sera, che palesano la giusta sensibilità per affrontare le complesse problematiche, giuridiche e politiche, legate alla partita parlamentare sull'applicazione della legge  anticorruzione.
Ci sarebbero molte critiche da fare sul modo di legiferare del nostro Parlamento (come dimostrano gli innumerevoli dubbi di illustri giuristi bipartisan sul testo della legge anticorruzione), così come tante cose negative ci sarebbero da evidenziare sugli errori del passato nella gestione della cosa pubblica che hanno contribuito a portarci in questo difficilissimo momento economico, politico e sociale.
Ma non è sicuramente questo il momento; oggi bisogna che tutti pensino al bene del Paese, pronti a coraggiose scelte politiche, e duri sacrifici personali, che creino le condizioni per il vero rinnovamento di cui abbiamo bisogno.

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