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Politica
Reato di clandestinità, ecco perché cambiarlo

di Gianni Pardo

Quando un’argomentazione è valida, il meno che possa fare una persona per bene è riconoscerla. Contro la sussistenza dell’attuale reato di immigrazione esistono buoni motivi. Innanzi tutto esso commina soltanto multe o ammende (non sappiamo se sia delitto o contravvenzione) che nessuno immigrante è in grado di pagare. Dunque l’amministrazione della giustizia è oberata di un mare di processi che non conducono a nulla. Inoltre, dal momento che per così dire tutti gli immigranti sono clandestini, tutti sono autorizzati a non aprire bocca dinanzi agli inquirenti. E – a quanto dicono – ci sono altre ragioni che rendono inopportuna quella disposizione di legge. Dunque sarebbe meglio abolirla.

Il ragionamento però è fondato su un presupposto falso, e cioè che quel reato debba per forza essere sanzionato in quel modo. Si faccia invece l’ipotesi che il reato sia così concepito: “Chiunque si trova sul territorio italiano senza un titolo valido per esserci è colpevole di immigrazione clandestina e deve essere immediatamente espulso verso il Paese di origine. Se non vuole indicarlo rimarrà in carcere fino al momento in cui lo indicherà. Nel caso nessun Paese lo voglia riconoscere come proprio cittadino, dopo un anno di carcere l’immigrante sarà scarcerato per un mese. Se dopo il mese sarà di nuovo arrestato, si riprenderà la procedura da capo”. Il senso è che durante quel mese, come è entrato illegalmente nel nostro Paese, potrebbe immigrare illegalmente in un altro, e in particolare in quello di provenienza.

È ovvio che, non appena fosse noto questo sistema, nessuno oserebbe passare le nostre frontiere. Insomma, forse è vero che il reato di immigrazione clandestina, così com’è, non funziona, ma nessuno ha detto che debba rimanere com’è.

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