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Politica

Di Antonino D'Anna

“È stato un errore rendere ogni punto di controversia sull'interpretazione teologica del Vaticano II una questione di scontro pubblico, provando a spingere chi non è molto ferrato in teologia ad adottare il proprio punto di vista su questioni teologiche molto sottili”. E ancora: “L'unico futuro immaginabile per la Fraternità Sacerdotale è sulla strada della piena comunione con la Santa Sede, con l'accettazione di una professione di fede senza condizioni nella sua completezza, e ciò con una vita sacramentale, ecclesiastica e pastorale correttamente ordinata”, Fraternità che dovrebbe occuparsi solo della formazione di sacerdoti senza rinnegare il carisma del fondatore, Marcel Lefebvre. Così parlò monsignor Joseph Augustine Di Noia, vicepresidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei – l’organismo della Chiesa che si occupa di superare lo scisma lefebvriano – che nel dicembre scorso, come precisa Radio Vaticana nel dare notizia della missiva: “Ha indirizzato per iniziativa personale, e dunque non in veste ufficiale, ai membri della Fraternità francese”, una lettera divisa in due paragrafi.

UN ULTIMATUM?- Monsignor Di Noia, dunque, ha deciso di scrivere in suo nome (lui che è il numero due dell'organismo incaricato di ricondurre i lefebvriani alla comunione con Roma) una lettera in due parti che, al di là del tono cristiano e amorevole dell'introduzione, “La nostra recente dichiarazione del 28 ottobre 2012 ha affermato in modo pubblico e autorevole che le relazioni della Santa Sede con la Fraternità Sacerdotale San Pio X restano aperte e speranzose”, si configura come una non certo benevola presa di posizione nei confronti dei lefebvriani. Ecco che cosa scrive nel testo della missiva (pubblicata dal blog “Il Sismografo” il 19 gennaio, qui reperibile in inglese: http://ilsismografo.blogspot.it/2013/01/vaticano-full-text-of-advent-letter.html#more) monsignor Di noia: “Mentre la Santa Sede aspetta pazientemente una risposta ufficiale dalla Fraternità, alcuni dei suoi superiori impiegano un linguaggio – nelle comunicazioni non ufficiali – che a tutti sembrano suggerire un rigetto delle molte richieste – al momento ancora in via di valutazione – necessarie per la riconciliazione e per la regolarizzazione canonica della Fraternità all'interno della Chiesa cattolica”. Qui Di Noia si riferisce alla proposta, avanzata nel corso del 2012, dell'erezione canonica in prelatura personale (una diocesi senza territorio) da parte del Vaticano, a patto che i lefebvriani però accettino la dottrina del Concilio Vaticano II. Malgrado una certa buona disposizione da parte del superiore della Fraternità, monsignor Bernard Fellay, i lefebvriani hanno però nicchiato.

FORMATE SOLO PRETI, LASCIATE STARE IL RESTO- Il punto chiave della lettera è nel secondo paragrafo: “L'autentico carisma della Fraternità è quello di formare sacerdoti per il servizio del popolo di Dio, non l'usurpazione del compito di giudicare e correggere la teologia o la disciplina degli altri dentro la Chiesa. Il vostro obiettivo dovrebbe essere nella trasmissione di giusta formazione filosofica, teologica, pastorale, spirituale e umana ai vostri candidati al sacerdozio”. I lefebvriani, insomma, non hanno il diritto di sindacare sulle scelte della Chiesa, sebbene vi possa essere spazio per un certo dialogo teologico, come Di Noia scrive: “Bisognerà naturalmente prestare attenzione a quegli argomenti del Amgistero che sembrano essere difficili da mettere d'accordo con l'insegnamento magisteriale, ma queste questioni teologiche non dovrebbero essere al centro della vistra predicazione o della vostra formazione”. Traduzione: lasciate stare il Concilio, non è compito vostro interpretarlo. A voi compete formare buoni sacerdoti.

NON TOCCATE IL CONCILIO- Nel corso della lettera, Di Noia passa a ricordare la quarantennale querelle tra Roma ed Econe: “Per di più, una rassegna della storia delle nostre relazioni dagli anni '70 porta alla conclusione che i termini del nostro disaccordo sul Vaticano II sono rimasti, in effetti, inalterati”. E chiarisce: “Con la sua autorità magisteriale, la Santa Sede ha consistentemente sostenuto che i documenti del Concilio devono essere interpretati alla luce della Tradizione e del Magistero e non viceversa, mentre la Fraternità ha sostenuto che alcuni insegnamenti del Concilio siano erronei e però non interpretabili secondo la Tradizione e il Magistero. Nel corso degli anni, questo stallo è rimasto più o meno in piedi”. E tre anni di dialogo (gli ultimi appena trascorsi), nota il presule, “non hanno fondamentalmente cambiato la situazione”. Traduzione: non compete alla Fraternità decidere se e in che modo la dottrina del Vaticano II sia rispondente alla Tradizione. O meglio: il Concilio non ha superato la Tradizione rendendola obsoleta o cancellando parte del Magistero, come invece Fellay e i suoi confratelli sostengono.

L'UNITA' DELLA CHIESA- La lettera passa a considerare la necessità di unità della Chiesa, che non è “espressione del potere, ma un dono della grazia divina”. E, dopo aver ricordato San Tommaso d'Aquino, Di Noia fa sue le parole dell'autore della Summa Theologica: “Come possono le virtù di umiltà, moderazione, pazienza e carità forgiare i nostri pensieri e le nostre azioni? Primo, tentando umilmente di riconoscere la bontà che esiste negli altri con cui potremmo non essere d'accordo, anche su cose che ci sembrano fondamentali”. Quindi anche con Roma, per capirci. “Secondo, praticando la vera moderazione potremo mantenere uno spirito di serenità, evitando l'uso di un tono di scontro o dichiarazioni imprudenti che offenderanno anziché promuovere la pace e la comprensione reciproca”. In altre parole: moderate i toni. “Terzo, con la vera pazienza riconosceremo che sia pure nel nostro sforzarci per il raggiungimento del bene che stiamo cercando,  dovremo avere anche la capacità di accettare la sofferenza durante l'attesa. E per finire: anche quando sentiremo ancora il bisogno di correggere i nostri fratelli, dovrà avvenire con carità, nel giusto tempo e luogo”. Non avanti alle telecamere, sembra di capire, visto che poi Di Noia ricorda il corretto comportamento del teologo secondo l'Istruzione “Donum Veritaris sulla Vocazione Ecclesiale del Teologo” (Congregazione per la Dottrina della Fede, 1990), né tantomeno servirsi della pressione dell'opinione pubblica su questi argomenti.

LA STRADA E' ANCORA LUNGA- La conclusione, per Di Noia, è chiara. Malgrado gli sforzi del Papa per la riconciliazione, “non sarà così presto”. Perché “Le nostre anime devono essere prima di tutto guarite, ripulite dall'amarezza e dal risentimento che viene da 30 anni di sospetto e tensione da ambo le parti. Dobbiamo pregare il Signore di guarirci da qualsiasi imperfezione che possono essere nate principalmente a causa delle difficoltà, specie il desiderio di un'autonomia che è di fatto fuori dalle tradizionali forme di governo della Chiesa”.

LEFEBVRIANI: FELLAY ANTISEMITA? PARLAVA IN TERMINI EVANGELICI- Quella moderazione di linguaggio che aveva chiesto Di Noia non ha avuto molto riscontro. O almeno, così sembrerebbe dalle parole – che abbiamo riportato su Affaritaliani.it – con cui monsignor Fellay, durante un incontro in Canada alla fine di dicembre, aveva rivolto agli Ebrei definendoli “nemici della Chiesa” insieme a massoni e modernisti. Bene, il 5 gennaio il ramo statunitente della Fraternità ha dichiarato in un comunicato che: “Il termine 'nemici' usato dal Vescovo Fellay è naturalmente un concetto religioso e si riferisce a qualsiasi gruppo o setta religiosa che si oppone alla missione della Chiesa cattolica e ai suoi sforzi per compierla: ossia la salvezza delle anime (…) Riferendosi agli Ebrei, il commento del Vescovo Fellay era inteso verso i capi delle organizzazioni giudaiche, e non il popolo ebraico, come invece è stato suggerito dai giornalisti”. E la telenovela continua.

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