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“Ciò che vediamo e viviamo giorno per giorno – racconta ad Affari.it Walter Bagnato - si riflette nelle nostre composizioni: le difficoltà di un precariato quasi perenne, la voglia di riscatto e rinascita da parte dei popoli dei Sud del mondo, troppo spesso dimenticati, troppo spesso emarginati nei loro confini ma anche e soprattutto una spinta verso il raggiungimento dei nostri sogni e delle nostre speranze”.

Un progetto musicale, e di vita, quello nato nel 2007 degli A3 Apulia Project e che ha portato alla realizzazione di due dischi, “Trasudando” (2008, Folk club Ethnosuni) e l’ultimo “Odysseia” (2011, Compagnia Nuove Indye - CNI), suonati in giro per il mondo, tra la Francia e la Germania. Senza dimenticare l’ultimo piccolo grande successo di Fabio Bagnato, Walter Bagnato, Francesco Rossini e Giacomo De Nicolo: il brano “Fabbrica del motore”, ultimo singolo del gruppo, è stato selezionato da Audiocoop per entrare a far parte della nuova doppia compilation contenente alcuni tra i migliori artisti italiani del panorama indipendente.

 

Un titolo dal sapore nomade e letterario per il vostro ultimo lavoro, Odysseia. Canzone per canzone attraverso quali mete ci accompagnate?

“Un lavoro, questo di Odysseia, che vede nell’incontro di culture e di storie la sua realizzazione più alta in una visione multiforme, senza barriere… meticcia. Il lavoro del gruppo ha il suo cuore pulsante, la sua anima più profonda nel Bacino del Mediterraneo da cui trae forza vitale e vocazione. E’ il Mare Nostrum, con le sue antiche sonorità e i suoi ritmi ancestrali, i suoi colori e la sua melanconia l’inizio, ed allo stesso tempo la meta finale del viaggio. Ed è su queste onde misteriose e millenarie che A3 APULIA PROJECT, come un nuovo Ulisse, intraprende il suo percorso poetico e musicale alla ricerca della propria spiritualità e della propria identità... una Odissea, appunto, musicale ed emozionale.

Le sonorità magrebine di Mediterraneo e Rasgueado si uniscono e si compenetrano con il ritmo e i ricordi balcanici de Ai confini Arbereshe e di Corridoio otto dove la lontana Albania si incontra e crea nuovi linguaggi e nuove forme sulle aspre montagne calabresi. Il gioco della contaminatio continua in Duende in cui una chitarra flamenca ammicca e rincorre un pianoforte di un lontano bar de La Habana Vieja.

Care ad A3 rimangono le tematiche antiche e attuali dell’emigrazione e dell’emarginazione simbolicamente rappresentate nelle figure di un vecchio emigrante del Sud (Freccia del Sud; Festa di paese), di un randagio suonatore di strada (Roumenì) e di un povero sognatore a cui la società moderna, sorda e cieca, ha strappato tutte le sue aspirazioni (Fabbrica del motore). Il mare – diceva Pope  – unisce da sempre le terre che separa. Questa citazione riesce a dare  l’idea di ciò che Odysseia rappresenta per noi”.

C'è un viaggio, fatto durante la presentazione del disco, che vi è rimasto nel cuore?

“Il miglior viaggio è quello che ancora dobbiamo compiere… Battute a parte, tra le varie date fatte in questi mesi, di sicuro quella che maggiormente è rimasta impressa nel nostro cuore è stata Belfort, in Francia: due concerti carichi di emozione ed energia con un pubblico di oltre 2000 persone, eterogeneo sia per età che per etnia. E’ in queste situazioni che ti rendi conto davvero di come la musica sia il linguaggio universale per eccellenza, che arriva a chiunque… senza filtri e barriere.

Il live è l’anima, il punto di partenza e allo stesso tempo meta del nostro lavoro. Il live è importante quanto lo studio di registrazione, e a volte anche di più. Solo col live si può capire appieno quale sia il feeling fra i musicisti e soprattutto quanto un brano possa aver presa su un pubblico vario. Il live ci permette di sperimentare anche nuovi arrangiamenti, di giocare con gli spettatori così da avere con loro uno scambio di emozioni e sensazioni, utilissime e fondamentali per chi decide di scegliere la musica come strumento di realizzazione personale e professionale. Belfort ha rappresentato tutto questo (senza nulla togliere agli altri concerti ovviamente!)”.

Parafrasando il poeta calabrese Mimmo Martino, avete dichiarato di voler "musicare una vecchia storia, stridendo sulle corde della memoria". Dalla musica classica al jazz e dal gusto etnico al rock, nella vostra formazione musicale c'è un trionfo di contaminazioni, senza mai abbandonare la memoria della musica popolare. Musica che, a giorni alterni, viene etichettata come "di nicchia" o "eccessivamente locale". Perché secondo voi?

“Marcel Proust diceva: “Non disprezzate la cattiva musica (nel senso della musica popolare). Siccome essa si suona e si canta molto più appassionatamente della buona (nel senso della musica classica), a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società. Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu la consolazione sempre pronta, l’ispirazione, la grazia, l’idea”. Bene, crediamo che questa dichiarazione spieghi il senso della nostra scelta. Quando abbiamo iniziato a lavorare a questo disco, avevamo la sensazione di essere un gruppo di naviganti sognatori in partenza verso una meta non ancora chiara e ben definita. Sapevamo ciò da cui partivamo: le nostre tradizioni tanto amate, al tempo stesso oramai un po’ strette. Si avvertiva l’esigenza di allargare il nostro sguardo, di lanciarlo al di là delle “Colonne d’Ercole” , confini che, quasi inconsciamente, avevamo eretto intorno a noi. La musica popolare  rappresenta il nostro essere, le nostre radici da cui abbiamo tratto linfa vitale che ci ha permesso di nascere e crescere. Il rischio che si corre però è quello di chiudersi in una sorta di “leghismo musicale” oltre il quale non si riesce a guardare. Questo lavoro rappresenta non certo un punto d’arrivo ma  una prima tappa di questo viaggio musicale alla continua scoperta di nuove sonorità e nuovi linguaggi espressivi. Ovviamente, come spesso accade, si rischia che un fenomeno artistico possa diventare moda del momento, un prodotto di puro marketing o, in senso marxista, oppio dei popoli”.

 

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Precariato e spending review, parole che ormai accompagnano il vocabolario di chiunque, anestetizzando spesso le ambizioni. Eppure voi avete scelto di studiare la musica e renderla non solo una passione, ma anche un lavoro. Quali sono le difficoltà pratiche con le quali vi trovate a fare i conti? 

“La cultura in Italia, in una logica puramente aziendale, è vista come un peso, come un settore che non produce ricchezza e quindi, al pari della scuola, viene sminuzzata, derisa e calpestata. Non si comprende invece che ambiti come questi saranno linfa vitale per le generazioni future. Noi trentenni, purtroppo, rappresentiamo una generazione che dinanzi ha il vuoto, cresciuta con falsi miti televisivi dove il mero apparire, l’immagine, sembri essere l’optimum. Oggi se non vai in un cosiddetto “talent scout” non hai alcuna possibilità di emergere e tutto ciò è avallato anche dai soliti, per così dire,  critici musicali, anch’essi, ovviamente, prodotti esclusivamente televisivi.

Essere artista oggi in Italia è quindi estremamente complicato ma, allo stesso tempo stimolante. La Puglia, da cui proveniamo,  ha dalla sua il fatto di essere stata da sempre terra di confine, di incroci di culture, crocevia dei più disparati linguaggi. Ha in se quindi una certa irrequietezza ed un certo dinamismo che è parte integrante dell’essere artista”.

Spesso, basti pensare a De Andrè, la musica folk, folk-rock e ”world” viene anche associata ad una forte visione politica della vita. Quali sono le fila che muovono le storie delle vostre canzoni?

“Quello che cerchiamo di comunicare attraverso i nostri brani è semplicemente la vita. Ciò che vediamo e viviamo giorno per giorno si riflette nelle nostre composizioni: le difficoltà di un precariato quasi perenne, la voglia di riscatto e rinascita da parte dei popoli dei Sud del mondo, troppo spesso dimenticati, troppo spesso emarginati nei loro confini ma anche e soprattutto una spinta verso il raggiungimento dei nostri sogni e delle nostre speranze”.

Recentemente ha avuto luogo la seconda edizione del Medimex, la Fiera delle Musiche del Mediterraneo, un’importante occasione di incontro tra artisti, addetti ai lavori ed appassionati. Avete dato un'occhiata? Se ne aveste la possibilità voi, in quanto artisti, addetti ai lavori ed appassionati, come la organizzereste?

“Il Medimex rappresenta, per gli artisti di  Puglia e non solo, una grandissima opportunità di visibilità e lavoro. Purtroppo però, come tutte le buone idee, devono essere sviluppate al meglio, senza creare nicchie e lobbies autoreferenziali in cui i soliti nomi hanno la fortuna di poter usufruire di una grande occasione come quelle che la Puglia sta offrendo in questi ultimi tempi. Il mercato musicale e discografico, per tradizione, è sempre stato abbastanza chiuso, arroccato in una sorta di feudo dorato in cui entrare rappresentava una chimera e quindi credevamo che il Medimex, apparso all’orizzonte come un faro, potesse rivoluzionare e cambiare questo modus operandi… Per adesso non è così, ma confidiamo in un cambiamento di rotta. Parafrasando il grande Enzo Jannacci, sembra quasi di vedere e ascoltare i “soliti accordi”!!!

Il nostro “grazie” va allora alla nostra Casa Discografica, la CNI di Roma e ai loro più vivaci animatori Paolo Dossena e Massimo Bonelli, che hanno creduto e investito nel nostro progetto”.

Permettete una sorta di "Sliding doors". Se qualcuno vi avesse privato della Musica per poter esprimere la vostra voce, la vostra arte, oggi chi sareste, di cosa vi stareste occupando? 

“Per quanto mi riguarda (Walter) mi riesce difficile immaginarmi senza la musica. Io e mio fratello Fabio proveniamo da una famiglia in cui l’arte dei suoni è stata sempre presente, con modalità e sensibilità diverse. Ho iniziato a studiare musica all’età di 6 anni e da allora, tra diploma in Conservatorio e  corsi di perfezionamento, non ho più smesso. Anche durante il liceo e l’università, il mio unico obiettivo e sogno era sempre quello: suonare! Quindi potrei risponderti che magari avrei fatto l’insegnante… d’altronde è la professione che, insieme alla musica, porto avanti. Fabio invece, come espresso in un lontano scritto della scuola elementare, avrebbe voluto fare il medico. Che dire… sarà passato dall’idea di curare il corpo a quella di curare l’anima”.

(s.damore85@gmail.com)

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