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di Mirella Casamassima

Immagina di poter prendere l’uomo e di rovesciarlo come un guanto. Non rimarrebbe così come lo vediamo ora: si espanderebbe fino a diventare Universo. (Rudolf Steiner)

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Le parole del “padre” della teosofia, Steiner ci aiutano a comprendere quel processo  di smaterializzazione e di riduzione e azzeramento che è alla base dell’astrattismo.

L’arte liberandosi  dalla riproduzione mimetica del reale inizia un percorso di svuotamento della materia (ab-strahere, togliere da) arrivando alle strutture essenziali del linguaggio visivo e, cioè, al suo alfabeto, alla sua grammatica, alla sua sintassi. Il corpo, di cui parla Steiner, non è  più visto dall’esterno, nelle sue parvenze esteriori e superficiali, bensì svuotato dall’interno e, quindi, non più terreno e limitato, ma in sintonia con l’universale.

Ma perché astrarre? Perché l’arte, diceva Kandinsky  ha una missione da compiere: liberare l’uomo dalle pastoie del basso materialismo e elevarlo ad una dimensione superiore, l’arte deve far vibrare le corde dell’interiorità. Così scrive nel 1912, in Lo spirituale nell’arte, e le sue parole, ancora oggi, sembrano più che attuali:…in siffatte epoche ,mute e cieche, gli uomini attribuiscono particolare ed esclusivo valore al successo esteriore, si preoccupano unicamente di beni materiali e salutano come una grande impresa ogni progresso tecnico, che giova e può giovare soltanto al corpo. Le forze puramente spirituali vengono nel migliore dei casi svalutate o addirittura dimenticate….

Le rare anime, però, che non possono restare avvolte nel sonno e sentono un oscuro bisogno di vita spirituale, di sapere e di progresso, suonano come voci sconsolate…

Per questo l’artista  deve “aprire l’occhio interno”, deve vedere “chiudendo gli occhi”, deve “rendere visibile l’invisibile”, citando espressioni da Friedrich a Klee.

Dalla copia mimetica del reale si estraggono i segni significanti, forme e colori, valori essenziali, elementari che, in quanto tali, non sono gravati da alcun significato, ma lo ricevono.

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In questo modo, l’arte si libera dalla sudditanza al mondo e inizia a costruire, per sottrazione, il proprio mondo: un universo di linee, macchie, blots che si inscrivono nella categoria dell’informe (dalle macchie sui muri descritte da Leonardo, a Cozens a Turner) come stadio di una nuova consapevolezza.

E’ su questa linea di ricerca che si muove la pittura di Francesco Mola. La sua Abstract Syn-taxis è  vero lavoro di lenta sottrazione e analisi grammaticale degli strumenti e dei segni del visivo.

Ha iniziato con lo sguardo rivolto alla storia dell’arte, sguardo non solo alla teoria, ma al fare. Ritrattista, figurativo, ha anche  riprodotto opere storiche con precisione e studio filologico, analizzandone i singoli tratti e riproponendone addirittura la struttura cromatica antica, con attenti studi sui ricettari cromatici del tempo. Perché la copia è un vero lavoro di destrutturazione (e comprensione) sintattica dell’opera e poi di ristrutturazione, quanto più fedele all’originale, nei materiali e nella forma.

La sintassi, infatti, è sempre all’origine del metodo di Francesco Mola: se la parola, syn=con /taxis=ordine, allude alle relazioni grammaticali tra le parole o tra i segni, in pittura si traduce in analisi di quel processo gestaltico che da un punto conduce verso la formazione di una immagine percettivamente compiuta, punto, linea, superficie.

I primi dipinti, della serie Floreale, Natura, hanno in sé tracce impressioniste, taches: e una sottile linea d’orizzonte, se conserva ancora debiti figurativi e prospettici,  è già pronta ad allontanarsi  da quell’unico punto di fuga dell’antica prospettiva che rendeva l’opera lontana e icastica per l’osservatore. La linea d’orizzonte si alza sempre più perché ad uno spazio cartesiano ed euclideo della lontananza si va a sostituire uno spazio curvo e della vicinanza che porta lo spettatore al centro del quadro, all over, senza un unico centro, carico di forze centripete e centrifughe, che abbracciano e coinvolgono sensorialmente chi guarda.

Echi e suggestioni da Kandinsky e Delaunay risuonano nella serie Abstract che coniuga il rigore della sintassi astratta con il simbolismo orfico della luce: contrasti di segni e taches cromatiche, movimento, simultaneità e luce.

Il colore si espande nello spazio e invade di luce l’ambiente: sembrano ancora vive le parole di Robert Delaunay nel suo famoso saggio La lumière, tradotto in tedesco, nel 1913, da Klee…La luce in natura crea il movimento dei colori. Il movimento è dato da una profondità (noi vediamo fino alle stelle) e diviene dunque simultaneità ritmica. La simultaneità nella luce è l’armonia, il ritmo dei colori che crea la visione dell’uomo…Gli occhi sono finestre dell’anima e vedono la luce..La voce della luce non è il disegno, cioè la linea? E quando la luce si esprime pienamente, tutto si colora…

Tutto si colora: ecco, il colore e la luce ci invadono, le opere Abstract, quasi FarbKammer,stanze cromatiche di Steiner, ci portano verso mondi altri, il divino, l’universo, ma anche verso viaggi interplanetari, alla scoperta di altre esistenze, altre forme di vita.

Ma se luce e colore traggono qui origine dalla prima stagione dell’Astrattismo, i concetti di materia cromatica, vuoto e orizzontalità, presenti nell’opera di Mola, sono eredi della lezione Informale.

L’artista lavora sulla orizzontalità del supporto, su cui viene stesa la materia pittorica, non con il pennello, ma con i più disparati strumenti, sottratti alle funzioni della vita quotidiana, quasi ready made, spatole, spugne, raschietti, rulli da cucina, gelatine e spume per capelli, palloni da gioco, compassi appositamente costruiti, aerografi.

Sovrapporre i colori, acrilici, stendere, raschiare, strisciare, togliere. Tecniche diverse si intrecciano, gestualità, dripping, grattage, aerografia, per dar vita all’immagine, farne emergere la texture, scavare nella materia per estrarne la forma nascosta, perché essa è lì e emerge dal vuoto, per sottrazione di materia e grazie al gesto dell’artista, secondo la migliore tradizione Informale.

Mola, fin da bambino,  scopre il fascino della forma nascosta che emerge dal vuoto, frequentando il lavoro di sverniciamento delle auto, in una carrozzeria, come negli strati di affreschi, quando il tempo fa cadere la pellicola pittorica e fa vedere le più antiche stesure pittoriche. Quasi uno scavo archeologico..quasi sempre il pensiero rivolto a Leonardo allorché si raccomandava di osservare le macchie sui muri e scoprire in esse  immagini nuove.

Così, psicologia della forma, cromatologia, storia dell’arte, teosofia e antroposofia, gestualità performativa, si coniugano nel lavoro di Mola, in una sintesi  di contaminazione fluida che rende le sue opere quasi frame di  quella modernità liquida (Z.Bauman) in cui viviamo, immersi nella rete, connessi con il mondo, in un fluire virtuale e digitale.

..Il colore mi possiede; non ho bisogno di andarmene in cerca. Mi ha per sempre ed io lo so. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo una cosa sola. Sono pittore.  (P.Klee, 1914)

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