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I Romani, attingendo a tradizioni precedenti, avevano regolamentato la distribuzione delle terre ai “reduci” e ai “veterani” che, di ritorno dalle varie campagne di conquista, potevano stabilirsi nel podere ricevuto, per vivere degnamente il resto dei propri giorni.

Con il tempo le cose si perfezionano. Così secoli dopo, in epoca moderna e fascista, l’Opera Nazionale Combattenti, meglio conosciuta come ONC, prendendo i terreni demaniali dagli usi civici o togliendo ai latifondisti le terre incolte, costruiva rustici e stalle, realizzava strade e reti elettriche, scavava pozzi e assegnava agli ex combattenti un bel “poderone”, di circa 20/25 ettari, da coltivare con tutta la numerosa famiglia, obbligandoli alla residenza agreste.

In epoca repubblicana i governi di centrosinistra, scollegarono l’assegnazione dei terreni dalla categoria degli ex combattenti, per mettere in atto una vera e propria “riforma agraria”, che avesse come presupposto la redistribuzione del patrimonio agricolo ed un suo migliore utilizzo. Tutto questo a vantaggio delle classi meno abbienti e di una produttività maggiore dei terreni.

Pertanto, secondo un preciso  programma politico, i Governi che si alternarono tra la fine degli anni

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quaranta e l’inizio degli anni cinquanta, tolsero le terre peggiori come qualità e fertilità (i terreni pietrosi, argillosi, collinari, scomodi, a volte troppo lontani dai centri abitati, i pascoli e le “mezzane”) a quello che restava del latifondo. Le pagarono per buone, le dissodarono, costruirono strade e reti elettriche, scavarono i pozzi, costruirono il rustico e le assegnarono a volte ai contadini, a volte agli amici degli amici che erano magari artigiani (sarti, calzolai, etc.) o nella migliore delle ipotesi, braccianti.

Il fondo sovente era assegnato gratis, a volte a fronte di una somma quasi simbolica, in rapporto al valore del bene, in modo da poter essere riscattato con comodissime rate grazie a mutui pluridecennali.

Tutto questo servì a realizzare la grande riforma agraria varata con la cosiddetta legge stralcio n. 841 del 21 ottobre del 1950. Nacquero così gli “Enti Riforma” e con essi vaste aree poderali assegnate a tante famiglie, che in qualche maniera potevano affrancarsi dalle ristrettezze quotidiane e vivere dignitosamente del proprio lavoro. Insomma, una redistribuzione della ricchezza a tutto vantaggio della giustizia e dell’equità sociale.

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A distanza di sessant’anni le considerazioni da fare sono diverse. La prima è che nel breve lasso di qualche decennio una percentuale molto alta di assegnatari “cedette” i fondi per andare a rinforzare le fila dell’esercito di “terroni”, destinato alla realizzazione del boom economico al Nord. La seconda è che parte delle terre, in alcuni casi, tornarono ai vecchi latifondisti, mentre alcuni assegnatari riuscirono ad ottenere a prezzi di vantaggio il podere confinante abbandonato dal suo originale assegnatario.

Di sicuro, più della metà dei poderi sono rimasti quasi subito disabitati, mentre i terreni venivano coltivati e lavorati da contoterzisti e/o confinanti e “il frutto della terra” divenne per gli assegnatari una sorta di rendita annuale.

Infatti, scomparsi i vecchi “poderali”, gli eredi si sono divisi i fondi, (i rustici sono quasi tutti in stato di abbandono quando non versano in stato di completa rovina) e le rendite agricole servono ad integrare il reddito di schiere di professionisti ed impiegati figli degli originali assegnatari”.

podere

A volte, idee che sulla carta sembrano ragionevoli e di buon senso nella pratica si possono rivelare un fallimento o avere una imprevista distorsione dal fine, la riforma agraria ne rappresenta un esempio emblematico.

Fare una riforma che re-distribuisse le terre, per metterle meglio a coltivazione e che potesse essere fonte di sostentamento e di lavoro per molte famiglie, in fondo, è una idea condivisibile (assegnare i poderi ad artigiani e affini un po’ meno), mal vigilare sulla residenza degli assegnatari o permettergli di utilizzare i fondi negli anni a seguire come mera fonte di integrazione al reddito, per persone che non esercitano l’agricoltura ma altre professioni, forse non era quello che la riforma volesse ottenere. Lasciare che strade, reti elettriche rustici, pozzi, stalle, etc., andassero in rovina ancora meno. In assoluto no! Se si considera il costo che la riforma rappresentò per l’intera comunità nazionale.

podere ONC

Oggi siamo al peggiore epilogo che si potesse immaginare. Infatti, si assiste attoniti all’abbattimento dei poderi. I proprietari dei fondi radono al suolo (con le ruspe!) i rustici costruiti con i soldi dello Stato poiché oggi, (non più abitati), sono diventati solo fonte di costi. Essi da qualche mese sono rientrati tra i beni da tassare relativamente alla nuova imposta denominata IMU e per evitare di pagare le tasse i proprietari non trovano di meglio che abbatterli. Insomma, un danno oltre la beffa, un vero delitto a nocumento del patrimonio edilizio agrario e rurale, nonché un danno al patrimonio della Nazione.

Questi beni vennero costruiti con i soldi (compresi i “dollari” del Piano Marshall) di tutti, per essere assegnati (donati) per niente o quasi a tante famiglie, che avrebbero avuto l’obbligo, civile e morale, di tramandarli e custodirli. Dunque, essendo essi frutto di una riforma non dovrebbero essere considerati come beni “normali” soggetti ai criteri soliti della “nuda proprietà”.

Ad essere provocatori, ma coerenti anche se a distanza di tempo, questi beni non dovrebbero

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rappresentare un patrimonio solo privato, ma una sorta di “uso civico” (commons) e pertanto, fermo restando la proprietà privata, dovrebbero almeno conservare una sorta di vincolo sulla finalità per la quale vennero realizzati e assegnati.

Insomma un bene privato, ma con dei limiti sull’utilizzo, l’alienazione, il danno, la distruzione visto che tale proprietà, in un certo qual modo, dovrebbe rappresentare una parte di quella ricchezza tanto di moda oggi, che va sotto il termine di: “Bene Comune”.

Se non fosse così, se questi poderi non adempiono più allo scopo per cui vennero realizzati, perché non provvedere al reintegro del bene e alla loro ri-attribuzione a nuovi assegnatari più volenterosi e meglio disposti a coltivare direttamente i fondi? Se poi la proprietà fosse veramente sacra,… sacrissima (al limite) perché, allora, non restituire i terreni ai legittimi proprietari, ovvero ai latifondisti (per continuare nella provocazione), ai quali: a torto o a ragione, pagati bene o male, vennero espropriati? È superfluo ricordare che tutte le riforme agrarie rispondono al motto ecumenico ed universale: “terra ai contadini”.

Discorso a parte andrebbe fatto per i rustici anche plurisecolari, che nulla hanno a che fare con la riforma agraria: masserie, torri, casolari che stanno seguendo la stessa sorte a causa delle nuove “gabelle”.

Un intero patrimonio edilizio rurale sta scomparendo non già a causa di terremoti o altri cataclismi, ma a seguito dei balzelli che rendono eccessive le imposte richieste e stanno radendo al suolo l’architettura agricola cosiddetta “spontanea” ancorché secolare.

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Basta uscire dalle città e dai paesi per incontrare masserie e casali interamente “scoperchiati”, per evitare l’accatastamento e le relative imposte circa la fruizione del rustico e della relativa tassa sui beni immobili.

Tale sciagura era stata ampiamente anticipata dalla lungimiranza di esperti ed intellettuali (uno per tutti: Salvatore Settis), alla faccia del governo dei professori, dei debiti delle banche, delle ville berlusconiane e delle politiche leghiste e tremontiane.

Un vero cataclisma si sta abbattendo sul patrimonio comune culturale, sul nostro ambiente agricolo, sull’ idea che abbiamo di intendere la campagna ed il paesaggio. In maniera silente sta sparendo una parte consistente della storia agraria e locale, quasi una forma di eutanasia del territorio, senza che nessuno pronunci neanche un sillaba, un “no”, un mi dispiace, in barba alla storia, alla tradizione, al turismo rurale e bla, bla, bla…

(gioaqui@libero.it)

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