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Nella mia vita di spettatore di teatro ho avuto la grande fortuna di vedere quasi tutti i grandi attori della nostra scena degli ultimi cinquant’anni. Mi mancano solo, per ragioni di età Ruggero Ruggeri e Renzo Ricci. Non è una considerazione solo cronologica.

Questa che trent’anni fa poteva sembrare una cosa normale, per una persona mediamente interessata, oggi alla luce di tutto quello che è successo e che soprattutto di ciò che non è successo nel nostro teatro, appare  una fortuna   inestimabile e difficilmente tramandabile.

Ditemi francamente se qualcuno di voi si ricorda di Sarah Ferrati, Lilla Brignone e Lina Volonghi.

Chi erano? Erano semplicemente le tre più grandi attrici di teatro del dopoguerra in un tempo lungo, diciamo dalla fine degli anni quaranta in poi.

Andiamo avanti con Anna Proclemer ed Elena Zareschi, e poi con Valeria Moriconi, Anna Maria Guarnieri , Giulia Lazzarini un po’ più giovani.

Non basta? D’accordo, proseguiamo. Ileana Ghione, Valentina Cortese, Valentina Fortunato, Lea Massari, Carla Gravina.

Queste erano le nostre signore della scena a tutti gli anni Settanta.

Poi qualcosa si interruppe e il teatro di prosa italiano cominciò a perdere linfa vitale e certezze artistiche.

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Tutto il Teatro italiano all’alba degli anni Ottanta ebbe una  stasi creativa  dopo la sfrenata corsa talentuosa degli anni sessanta e settanta. Ebbe inizio in quel tempo una grande confusione di obiettivi e strategie fra teatro di regia, teatro d’attore, one man show, fine dell’avanguardia e tutto l’armamentario corrosivo di un’epoca caratterizzata in particolare dalla smania di distruggere quel che di buono  o cattivo si era faticosamente costruito nei decenni precedenti.

In questa oggettiva situazione di crisi prospettica della prosa italiana si afferma in teatro definitivamente   un’attrice milanese atipica, lontana dai canoni classici o quasi delle primedonne italiane del passato, strana, ironica, quasi unica.

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E non è un caso che sia il cinema, ancora negli anni Settanta a decretare per primo il successo di pubblico di quest’artista che aveva già alle sue spalle una ottima carriera di teatro.

Magra, un volto personalissimo, una voce scura e leggermente ingolata, una recitazione moderna tutta costruita sulla sintesi personale tra naturalismo ed accenti epici, mai petulante, mai “facciosa”, mai ammiccante, mai soprattutto alla ricerca dell’effetto facile.

Una bellezza in scena e sullo schermo non dimenticabile.

Questa attrice negli anni settanta non sa che è destinata a raccogliere il testimone delle  grandi interpreti italiane del passato e del suo presente. Non lo sa ancora, ma sicuramente nel corso del tempo lo capisce e se ne assume ogni responsabilità.

L’ultima volta che l’ho vista in scena è stato sei anni fa a Bari nella complicata, nevrotica e sfibrante “Chi ha paura di Virginia Woolf” di Edward Albee con Gabriele Lavia.

Magnifica nel ruolo che fu di Elizabeth Taylor.

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Oggi questa attrice non c’è più. E’ andata via presto, troppo presto.

La folla spontanea a Piazza del Popolo per l’ultimo saluto è il segno che il nostro teatro è vivo nella gente, nonostante tutte le crisi, le carestie di risorse e talvolta anche di idee.

Da questo giorno così triste, che più triste è difficile immaginare, il popolo del Teatro e dello spettacolo dal vivo deve però partire e ripartire con energia, talento e voglia di combattere.

Mai combattere solo le battaglie dove ci sono speranze concrete di vittoria. La speranza è una percezione umana e basta.

Addio a Mariangela Melato, ultima grandissima attrice del nostro teatro.

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