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Anche gli economisti più avveduti sanno che il Pil non è più un indicatore capace di racchiudere descrittivamente ed analiticamente il benessere o il malessere di un Paese o di una sua porzione di territorio. Sono altre le variabili che costituiscono lo scheletro delle analisi e delle valutazioni, e vivaddio sono variabili sempre più di qualità.

In questo nuovo scenario mi preme proporre un bilancio della condizione della Puglia nella sua complessità, così come alcuni indicatori mi dicono. Parto da un dato di fatto: dal 2011 al 2012 in Puglia registriamo un tendenziale aumento dell’occupazione (21.706 occupati in più, soprattutto donne).

Questi dati stonano con la situazione nazionale sotto Berlusconi e Monti, che ha visto il numero di occupati diminuire di 278.000 unità in un solo anno. Nello stesso tempo, grazie ad interventi robusti e finalmente di sistema su un settore largamente dimenticato da Fitto, la Puglia attira flussi turistici e forma manodopera sempre più qualificata sia nell’accoglienza del turista quanto nel settore della ristorazione, della trasformazione enogastronomica e della promozione territoriale: segmenti di quella che secondo me è un’unica, strategica filiera produttiva.

A questo aggiungo gli investimenti – e gli impatti occupazionali – registrati nel settore dell’audiovisivo e della musica, che hanno prodotto un circuito di sale d’essai, più festival, momenti seminariali di formazione, ed hanno attirato capitali, società di produzione, artisti che hanno vivacizzato un territorio un tempo culturalmente depresso dalle rare apparizioni di vip di passaggio o di rapina.

Anche i nostri aeroporti – Bari e Brindisi sopra gli altri – hanno potuto registrare un innalzamento significativo del numero di merci e passeggeri, grazie all’attrazione di compagnie e, ancora una volta, alla formazione di manodopera utile per la crescita del segmento aerospaziale nei suoi diversi comparti.

Ancora, le misure di Bollenti Spiriti e Principi Attivi, e l’apertura dei Laboratori Urbani, oltre ad aver innalzato le competenze di tanti giovani laureati pugliesi, hanno favorito la costruzione di network socio-produttivi. E tutti sanno quanto le reti siano ormai l’unico paracadute con il quale lanciarsi sul terreno dei mercati in epoca di globalizzazione. Nei servizi sociali sono state prese misure importanti grazie ad un legge, la 19 del 2006, che ha finalmente consentito una pianificazione integrata di zona alla quale i comuni sono vincolati affinché nessuna ingegneria clientelare possa prevalere sul soddisfacimento del bisogno.

Lo stesso nell’urbanistica, dove soltanto l’intervento della Regione ha creato un cortocircuito rispetto alle interessate leggerezze del passato. Tutto questo mentre i nostri studenti, grazie a una misura come Diritti a Scuola, hanno potuto innalzare le competenze di base fino a superare nelle prove Invalsi la media nazionale e hanno iniziato ad abbandonare meno gli studi.

Già restando a questi pochi interventi possiamo tracciare un bilancio che vede la Puglia darsi una prima dimensione di sistema in un periodo di crisi apparentemente irreversibile. Aver investito per tempo nella formazione, nel welfare, nell’attrattività turistico-culturale, ecc., sta consentendo alle famiglie pugliesi di preoccuparsi meno dei servizi e di più del futuro, ed al mondo di conoscere il life style di questa onesta porzione di Mediterraneo. E questo è già un bel balzo in avanti nella definizione di una più alta qualità della vita.

Se a questo aggiungiamo le ultime politiche regionali per il lavoro – i cui esiti saranno valutabili più avanti – possiamo renderci conto di quanto è stato fatto e di quanta centralità è stata offerta alle variabili qualitative che oggigiorno fanno la differenza tra un buon investimento sui tempi medi e un rapido declino.

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